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Bacoli: La nave oneraria romana di Marina Grande, una storia cominciata quasi duemila anni fa – parte I – di Ciro Amoroso

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA SUBACQUEA
PERIODO: I SECOLO D.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: relitto, Bacoli, Baia

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Farsi raccontare la storia di una nave da quel che resta del legno marcito, a 37 metri di profondità, non è impresa da poco. Farsi descrivere nei particolari la sua costruzione, la sua rotta, il suo carico di anfore. Far rivivere il suo equipaggio. Ricordare le circostanze sfortunate che la mandarono a picco, non un anno, non un secolo fa, ma quasi due millenni or sono.

Un relitto è come le “pietre vecchie”: parla. Parla di sé e della civiltà che gli diede vita, anche se il tempo trascorso è tanto da dare la vertigine. E allora un antico relitto da esplorare, da studiare, diventa un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore per la storia della civiltà, per la Storia di Bacoli e della Terra Ardente.

Se trovare un coccio, un frustulo d’intonaco o oggetto antico è un’emozione, lo è molto di più conoscere quando e dove è stato fatto, chi l’ha usato e come, e quali conoscenze del nostro passato contiene. Ora, sul fondale, sono sparsi qua e là i resti di questo antico naufragio, metallo corroso, frammenti di vasellame e di legno da cui apprendere la storia di una nave: Come fu costruita? Quando affondò? Qual era il suo carico, il suo obiettivo e la sua ultima rotta?

Il Mediterraneo Occidentale è solcato da navi da almeno 3600 anni, fin dalla tarda età del Bronzo. L’esistenza di un centro dell’età del bronzo sull’isolotto di Vivara, con frammenti di ceramiche importate dall’Egeo, fu accertata negli anni trenta del ‘900dall’archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner. Dal 1975 gli scavi hanno documentato numerosi aspetti dell’antico insediamento databile tra il XVII e il XIV secolo a.C.

Fig. 1 – Colli di anfore visibili sul fondale melmoso, a -37 m

Immaginiamo che … 
Probabilmente, la “nostra” oneraria era partita da Pompei al crepuscolo che precede l’alba di un giorno d’estate. Stranamente, quel giorno, la luce del sole era bassa sulle isole flegree ad occidente, che si coloravano di grigio scuro. Nel momento in cui [i marinai] levarono l’àncora e alzarono la [vela “quadra”], il mare era nero e appena appena increspato. Appariva come un’enorme pentolone di piombo fuso.

Poche miglia e la nave aveva superato a babordo l’isola di Caprae, quando il vento di Favonio (Ponente) iniziò a rinforzarsi. Anche quando precipitavano giù nel ventre delle onde, che sembravano alzarsi da ogni parte sulle loro teste, quando l’albero dell’oneraria s’inclinava tanto che pareva impossibile potesse alzarsi di nuovo, anche in quei frangenti il vecchio Lucio Crispino, con i suoi denti corrosi dalla salsedine su un volto raggrinzito e segnato dal tempo, non smetteva di snocciolare le sue preghiere a Iside Pelagia, la signora del mare.

La tempesta
Era la prima burrasca dell’anno, tremenda quanto inaspettata, che si abbatteva sulla nave. Le tavole scricchiolavano sotto la furia delle onde, come una vecchia sedia indebolita dal morso delle tarme. Virare di prua era praticamente impossibile, bisognava accostare lentamente a dritta e mantenere la rotta; d’altronde Puteoli non era che a un tiro di sputo e costituiva un facile riparo. Un’atmosfera sinistra e oscura avviluppava il sole mattutino e gli toglieva il calore. Le onde si rivoltavano, si susseguivano, e si frangevano una dopo l’altra sulla prua, alte e maligne, come fossero demoni che attaccavano e tormentavano fino a possedere gli uomini … le loro anime. Gli scoli non riuscivano a smaltire la gran quantità d’acqua che, a gran velocità, scavalcando le murate, si riversavano di continuo sul ponte di coperta. La prua affondava nei cavalloni blu tendenti allo smeraldo, la nave beccheggiava nella tempesta, per poi riemergere accompagnata da terrificanti sibili stridenti di tavole e assi. Da circa tre quarti d’ora il forte vento e le onde alte flagellavano la piccola imbarcazione, facendola sembrare un fuscello alla deriva.

fresco del porto di Puteoli

In quel momento, proprio mentre il capitano virava di bordo in prora e si apprestava ad entrare nel Porto di Puteoli, l’oneraria venne presa in pieno dalle onde e iniziò ad abboccare. La nave era ferma in balia del mare, sballottata dai capricciosi figli di Poseidone. Crispino, per evitare quella pericolosa impasse, fece dispiegare le vele in modo da ricevere la spinta del vento e imprimere all’imbarcazione la velocità necessaria, ruotando e impennando allo stesso tempo la nave, per superare il muro d’acqua. Come uno spaurito fante sull’impervia salita della fortezza di Masada, la prua si inerpicava a fatica sulla schiumante cresta dell’onda, poi si inclinava in avanti e iniziava la discesa.

La nave cadde in uno stretto corso d’acqua, ebbe un sussulto. Le tavole stridevano e lamentavano il loro dolore, mentre il ponte veniva spazzato dall’acqua che schizzava in ogni direzione. Crispino era una maschera di cera, nel silenzio inquietante che avvolgeva le anime dei suoi marinai. Un senso d’impotenza, di paura iniziava a serpeggiare tra l’equipaggio, e il timore di colare a picco iniziava a farsi largo nelle loro menti, inchiodandoli in una situazione di terrore. La pioggia, il vento e il mare grosso si intensificarono. L’aria era diventata foriera di tempesta. Il movimento di rollio e di beccheggio della nave si faceva più violento. Intanto, il porto di Puteoli era sparito. La ripa con la villa che fu di Cicerone, le terme e il quartiere marittimo, che fino a poco prima punteggiavano il litorale e nitide si stagliavano davanti ai loro occhi, ora erano avvolte in una nebbiosa coltre densa e scura … come in un drappo funebre. Onde lunghe, corte, alte e basse erano diventate un tutt’uno in quel tratto di mare, originate dal vento impetuoso e dalle correnti furiose che lo attraversavano. La nave ballonzolava paurosamente tra vuoti d’acqua, creste spumose e orribili gorghi, generando il caos fra i marinai.

Ma quanto successe di lì a poco, raggelò il sangue nelle vecchie vene del povero Crispino: un’onda infida, più alta delle altre, si abbatté sulla fiancata di babordo. La nave si era pericolosamente inclinata, ma sembrava solida, ancora in grado di reggere il mare. La maestria di Crispino l’aveva condotta a meno di un quarto di miglio dal riparo marino della villa di Ortensio, quando accadde l’irreparabile: un’onda, ancora una e un’altra ancora. Il carico di anfore si spostò e la nave naufragò, trascinando con sé Crispino e l’intero equipaggio. Come per uno strano scherzo del destino, poi vento calò e il mare placò la sua rabbia: Poseidone aveva ricevuto il suo tributo di anime.

Sull’acqua appena appena increspata galleggiavano le tracce di quel orrendo naufragio: resti di vela, alcuni remi, secchie e… le loro anime.

Fig. 2: La foto aerea indica il luogo del naufragio, posto a circa 300 m. dalla scogliera di Marina Grande

Il relitto
Da quel tragico naufragio sono passati quasi duemila anni. L’oneraria giace poco fuori la testata del molo della villa marittima di Quinto Ortensio Ortalo, su un pendio fangoso tra i 30 e i 37 metri. Quante ne andarono a fondo da quando il primo marinaio prese il largo? Basterebbero dieci naufragi l’anno per fare 36000 relitti nel solo Mediterraneo occidentale, ma ce ne furono ben di più. In un solo anno, nel 480 a.C., due tempeste mandarono a picco più di seicento navi persiane. Quante altre barche da pesca, navi da carico, navi da guerra, affondarono quell’anno nel Mediterraneo? Alcune si schiantarono contro scogli semi-affioranti e andarono a pezzi, ma altre divennero scrigni marini della nostra storia. Praticamente, ogni cosa prodotta dall’uomo, da lavori certosini d’oreficeria ai magnifici bronzi di Riace, da statue a enormi blocchi di marmo per templi o chiese, ha viaggiato per le vie del mare. Sul fondo questi carichi, e le stesse navi, se protette in tempo contro le teredini, saranno al sicuro dal loro peggior nemico: l’uomo. Sulla terra l’Uomo ha ridotto in minutaglia statue di marmo e colonne di templi per farne calce ed ha fuso il bronzo e l’oro per riusarlo…

Le foto relative al relitto romano di Marina Grande, sono state gentilmente concesse da Gianni Longo.

Ciro Amoroso

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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3 commenti

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  1. […] Il Mediterraneo Occidentale è solcato da navi da almeno 3600 anni, fin dalla tarda età del Bronzo. L’esistenza di un centro dell’età del bronzo sull’isolotto di Vivara, con frammenti di ceramiche importate dall’Egeo, fu accertata negli anni trenta del ‘900dall’archeologo di origine tedesca Giorgio Buchner. Dal 1975 gli scavi hanno documentato numerosi aspetti dell’antico insediamento databile tra il XVII e il XIV secolo a.C. Continua… […]

  2. vincenzo de vita vincenzo de vita
    21/07/2020    

    complimenti bello il racconto aspettiamo la 2 parte………

    • 21/07/2020    

      Gli scritti di Ciro Amoroso sono avvincenti e penso che moltissimi apprezzeranno questo stile immediato per raccontare un evento che accadde duemila anni fa al largo di Napoli

  1. Bacoli: La nave oneraria romana di Marina Grande, una storia cominciata quasi duemila anni fa – parte I – di Ciro Amoroso - ilsubacqueo.it on 21/07/2020 at 21:14

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