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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Reportage: Isverna cave, nella Dacia ipogea di Andrea Murdock Alpini

livello elementare
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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: EUROPA
parole chiave: cave diving, Alpini, grotte sommerse, Isverna

 


Orme, passi e passaggi

Otto villaggi formano il comune di Isverna, in Romania, vicino al confine con la Serbia. Duemilatrecentosessantanove sono gli abitanti censiti. Tra un paio di giorni un pugno di forestieri in più alzerà la densità abitatitiva della zona. Nei mesi scorsi è stato ricostituito il team di Orda Cave (Russia, gennaio 2019) con qualche rotazione di membri. Quest’anno nella terra che deve il proprio nome all’etimologia latina lasciata dai Cesari saremo una piccola e variegata compagine italo-elvetica: Stefano Beatrizzotti, Nathan Zot, Luca Bricalli e Andrea Murdock Alpini. Tutti pronti a tirare i propri spool là dove i precursori hanno tracciato la via. Gli accordi con gli speolosub locali sono stati presi, i permessi recepiti. Abbiamo un’idea da realizzare, un’avventura da raccontare e da vivere dentro la roccia.

Isverna Cave, il cui nome corretto è Peştera Isverna o Izverna, si trova a circa 600 metri di altitudine nella catena montuosa dei Carpazi, più precisamente nella contea di Mehedinţi. Qui è posto il confine tra le macro regioni della Transilvania (a nord) e l’Oltenia in cui si trova appunto la spelonca di Isverna. La grotta, nella sua parte aerea, è stata esplorata per la prima volta nel 1914 da parte del bio-speleologo Ionescu che ne ha percorso all’incirca 200m riproducendone la sezione e il tracciato in un volume. Nel 1951 Chappuis e Winkler hanno continuato il lavoro in grotta migliorando la qualità dei dettagli raccolti. Negli anni Sessanta e Settanta intervengono invece gli speleologi Decou e Goran con vari studi, ma è nel mese di novembre del 1979 che appare il team “Living Fire” condotto da Roată. Il team sarà il primo a ri-mappare la grotta e restituire il primo lavoro completo su di essa.

 

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Millecinquecento metri di nuova sezione aerea sono esplorati. Nello stesso anno (1979) iniziano anche le immersioni per documentare la parte dei sifoni sommersi. Nel 1980, i pionieri del cave diving romeno, Florin Paroiu e Costel Vanau, esplorano il Sifone Verde per la lunghezza di 50 metri e successivamente scoprono il Sifone Giallo. Uno stretto passaggio nella roccia poco profondo e con soli 1,8 metri di acqua, spesso caratterizzato da correnti fortissime, porta al Sifone Nero. Questo sifone si sviluppa per circa 400 metri di lunghezza e arriva fino a -42 metri di profondità. Il  Sifone nero è il più lungo della Romania.

Nella 1990, l’esploratore e oceanografo dal berretto rosso, Jacques Yves Cousteau, raggiunge Isverna Cave per dare il suo personale contributo all’esplorazione della grotta. Quindici anni più tardi (2005) gli speleosub romeni Gabor Mogyorosy e Mihai Baciu passano oltre il Sifone Nero trovando centinaia di metri di gallerie inesplorate. Oltre 1800 metri di roccia allagata sono stati percorsi e molti altri aspettano ancora di essere tastati da nuovi e consapevoli avventurieri.

Isverna Cave: Giorno 1
Siamo arrivati a Isverna da circa un’ora: è mezzanotte, ora locale. La nostra abitazione per il periodo che staremo in Romania è composta da tre piccoli locali indipendenti ma posti sul medesimo pezzo di terreno. Uno steccato malmesso nella sua semplicità costituisce il punto di ingresso al nostro covo.

Isverna Cave: Giorno 2
Che colore ha la felicità? Oggi per me ha avuto il colore della roccia e dell’acqua di Isverna, ma soprattutto quello della roccia. Il mattino presto ho approcciato la grotta dall’esterno. Una parete verticale di tre metri circa, ricoperta di scivolosi muschi e licheni, cela l’ingresso all’antro. In alto, una porticina in ferro arrugginito si scosta e la visuale si apre sui primi quindici metri aerei di grotta.

Una corda di servizio è posta sul lato destro, il pesante sacco speleo è in spalla. Lascio cadere il peso dietro i talloni, ma non abbastanza mi dice Luca Bricalli. Il suo consiglio è molto utile, peccato ormai abbia già preso una bella botta all’avambraccio destro. Dirigo il frontalino più in su, verso l’alto per illuminare la strettoia che bisogna percorrere per andare in quota verso le zone aeree più alte della grotta.


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È incredibile come il concetto di stretto, scivoloso, sicuro, instabile oggi cambi repentinamente. Più avanzo e più la grotta si modifica nella sua morfologia. A tratti bisogna inginocchiarsi e procedere a carponi tra roccia, sedimento e qualche pozza d’acqua le cui profondità oscillano tra i 30cm e il metro scarso. Di tanto in tanto il torrente scorre lateralmente a noi e si fa sentire in tutta la sua roboante freschezza. Il flusso è parecchio sostenuto, ci sarà corrente nei sifoni successivi che affronteremo “subacqueamente”.


Ogni passo un pensiero, ogni pensiero un passo. La marcia procede abbastanza agevolmente dato l’entusiasmo iniziale. Man mano che proseguo rallento. A volte mi perdo a osservare la calotta della grotta, frastagliata, quasi secca. Roccia creatica che ti fa sentire avvolto nella terra. La dimensione acquatica e aerea che spesso caratterizza la vita umana in superficie qui scompare. Resta la durezza aspra e mutevole della terra. La roccia che con i suoi cromatismi ammicca e affascina.

Sono passati circa trenta minuti di trasferimento con un bel peso in spalla e tanti passamano per portare sempre più avanti le borse con le nostre attrezzature. Mihail Beesek, la nostra guida speleo, ad un certo punto si ferma. L’acqua è troppo alta per proseguire. Dopo alcuni scambi d’impressioni optiamo per la soluzione più arcaica e di moda da queste parti: pantaloni alla zuava. Il guado di questo laghetto longitudinale che sviluppa per qualche decina di metri è fatto. Il tempo di ricomporsi e si prosegue. Arriviamo in un punto in cui la roccia è viscida come mai prima d’ora. Nessun appiglio, almeno apparentemente è così. Ma non è realmente questa la situazione della roccia. È sufficiente sgranare gli occhi e piccoli appigli per la punta degli scarponi iniziano ad apparire.

Caronte
La fatica non è finita, un lago si apre davanti a noi. È un limite per andare all’altra sponda. Mancano gli ultimi trenta metri di roccia per allestire il campo base in prossimità dell’ingresso in acqua. Il lago è trasparente, meraviglioso. Placido. Di fianco il frastuono dell’acqua dello scolmatore dalla pozza di ingresso al primo sifone, quello Verde. Un piccolo gommone gonfiabile è il nostro mezzo che a forza di bracciate traghetta bibombola, stage, sacche speleo, mute stagne… E infine anche i subacquei all’agognata sponda del sifone. Quando sono arrivato dall’altra parte l’entusiasmo era tanto ma anche la fatica fisica non era da meno, direi che sul ring sarebbe stato un combattimento vinto ai punti. Alzarsi da terra con un doppio boiler da 15+15 litri sulle spalle caricato a 260 bar ammetto che è stato duro! Non portarlo se non serve, non usarlo se non riesci ad alzarti. Oggi ho soddisfatto entrambi i requisiti, e per più volte. La mia schiena non ringrazia ma lo spirito si.

Il campo
Ciascuno di noi quattro ha occupato il suo metro quadro di spazio scivoloso e scosceso per la vestizione. Impiego un pò più tempo degli altri componenti del team poiché devo montare la macchina video e i fari. Oggi l’attrezzatura tra corrente e parti aeree dei sifoni mi ha fatto davvero penare. A volte avrei voluto non averla, specialmente nei trasferimenti quando riemergevo nella corrente un pò affaticato. È quello il momento di stringere la mano sull’impugnatura destra dello scafandro e la corda di servizio a sinistra posta sulla parete per procedere. Avanti, lentamente avanti con il peso di un cristiano (ortodosso, dato il luogo) sulla schiena che a volte ti schiaccia e smorza l’animo oltre che i muscoli.

Torniamo indietro di qualche ora… Il campo è allestito. In religioso silenzio ciascuno spegne la luce frontale sul proprio casco e poco per volta si appresta a raggiungere la pozza d’ingresso al Sifone Verde.

Il colore della roccia
Il primo sifone, quello Verde si estende per circa un centinaio di metri. Scende abbastanza velocemente fino a circa quindici metri poi si apre una faglia che lascia spazio a qualche bella ripresa. Mentre scendo spolvero la roccia con la mano per osservare le vibrazioni cromatiche del sasso. Ci vuole pazienza prima che il colore emerga dalla spelonca di Isverna. Il profilo della grotta qui cambia in continuazione, rapide discese, brevi tratti rettilinei e poi ascese verticali. Il primo sifone scorre piuttosto velocemente. Ho messo a fuoco alcuni passaggi che mi piacerebbe raccontare, serve calma e attenzione.

Quando emergo il colore della roccia che ho di fronte è bruno, nerastro. La volta è ampia. Una piccola colonia di pipistrelli abita questa parte di caverna. Alla prima luce sbattono le ali e si nascondono tra le vele calcaree che pendono dal soffitto. La corrente spinge in senso contrario, questo capita spesso anche sott’acqua e talvolta sento la fatica crescere, non per le pinneggiate che devono spostare il mio volume, ma quanto più per le mie braccia. I polsi sono sempre tesi e stringono forte le impugnature dalla videocamera. I fari sono grandi e i bracci lunghi: è necessario tanto galleggiante per rendere il tutto neutro. A volte mi sembra di avere una vela di fronte a me, ma il vento sono io, e non soffio costante.
Passi lenti e costanti caratterizzano il tragitto aereo che conduce al Sifone Giallo. Talvolta l’acqua arriva alla caviglia, altre alle spalle. Faccio piccoli balzelli che mi sembra di essere un allievo alle prime armi dell’Accademia di Danza: goffo. Quando poi esco dall’acqua … beh li allora mi sento proprio come un elefante in una cristalleria. Quel parassita del mio doppio 15 litri che bussa sulle spalle si fa sentire tutto.

Finalmente arriva il Sifone Giallo, il “finalmente” è legato al breve sollievo del mettere di nuovo il doppio boiler in acqua. Purtroppo questo breve sifone di collegamento è lungo solo una cinquantina di metri. Il sollievo è quasi istantaneo. Riemergo e davanti a me si apre uno spettacolo aereo che prometto di descrivere nei prossimi giorni. Qui la corrente crea mulinelli, pochi passi e diventa contraria o a favore. Ti spinge e ti risucchia. La schiena qui soffre, lo spirito anche. La distanza da percorrere tutti agghindati è piuttosto consistente, almeno un centinaio di metri. Durante l’andata non ho nemmeno alzato lo sguardo tanto che avevo il fiato corto, ammetto.

Arrivo dinanzi al laghetto di ingresso del Sifone Nero, quello più ambito. La trasparenza dell’acqua è ammirevole. Da qui finalmente si inizia un lungo tratto subacqueo. Nei prossimi report descriverò con dovizia le sensazioni che la roccia mi ha trasmesso. Cambiava repentinamente, liscia, ondulata, scagliata. Facendo vibrare le dita sul sasso si sposta quella lieve patina di sabbia che talvolta si accumula e compare così la venatura nerastra della roccia. Il Sifone Nero ha una sezione che varia di frequente, dai meno 42 metri si passa per dei camini a meno 7 metri per brevi tratti per poi ridiscendere rapidamente. Oggi abbiamo esplorato questo tratto subacqueo per circa una quarantina di minuti. Nei prossimi giorni sarà il nostro focus principale. Si inverte la direzione, l’inequivocabile segno a L rovescia indica il ritorno all’ingresso. L’immersione giornaliera seppur nella sua bellezza complessità è servita a prendere dei riferimenti per i giorni seguenti.

16.20
Cinque ore abbiamo trascorso all’interno della grotta. Quando usciamo il sole è già calato. Un lieve bagliore s’intravede dietro le montagne. Io sono distrutto, parlo poco, sono molto soddisfatto di ciò che il team ha espresso oggi. Il mio sorriso non compare in viso ma dentro rido, rido tantissimo. […] Ora vado a guardare la legna nella stufa. Il calore stanotte ci serve anche per asciugare mute e sotto mute. La nostra casetta ora prende le sembianze di un accampamento ma è quello che volevamo. Lo spirito di condivisione è comune in questa compagine italo/elvetica di grottaroli.

A presto.

Andrea Murdock Alpini
foto e testo dell’autore

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