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Ferdinandea, l’isola che non c’è … forse di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: GEOLOGIA E VULCANOLOGIA
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: isola Ferdinandea, vulcani
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Ferdinandea-lisola-che-non-ce
L’isola che non c’è
Navigando a sud ovest di Sciacca, a circa quaranta miglia dall’isola di Pantelleria, sulle carte nautiche si trova un banco famoso per la sua pescosità, ma non solo, chiamato banco Graham. Per conoscere le ragioni della sua popolarità bisogna andare indietro di circa due secoli. Nell’estate del 1831 a seguito di una violenta eruzione sottomarina dalle profondità del mare emerse una nuova isola. 


L’isola, chiamata con nomi diversi dai Regnanti dell’epoca (Ferdinandea dai Borboni di Napoli, Julliet dai Francesi e Graham dagli Inglesi), apparve immediatamente di grande interesse sia per gli scienziati sia per i politici che vedevano nella nuova isola un importante punto strategico al centro di rotte commerciali importanti nel Mediterraneo. Vale la pena di raccontare questa storia fantastica che assunse aspetti grotteschi nei pochi mesi di vita dell’isola Fernandea.

Sebbene in quella zona fenomeni di attività vulcaniche venivano descritti già dall’epoca romana, il primo avvistamento dell’isola Ferdinandea risale al 7 luglio 1831. La nave Gustavo, in navigazione nella zona, riferì di aver avvistato un isolotto, stranamente non riportato nelle carte dell’epoca. Il comandante lo aveva descritto come un cono emerso alto circa otto metri con emissioni di ceneri e materiale lavico. La neoformazione emerse nella notte fra il 10 e l’11 luglio 1831 quando il cratere sottomarino eruttò una grande quantità di lava e lapilli che formarono una piccola isola di circa quattro chilometri di circonferenza e sessantacinque metri d’altezza. La straordinarietà dell’evento fece accorrere studiosi da tutta Europa; il primo studioso a giungere fu Karl Hoffman, docente di geologia dell’Università di Berlino. Anche Ferdinando di Borbone, re del Regno delle due Sicilie, inviò un suo valente fisico, Domenico Scinà che  compilò un accurato rapporto descrittivo, “Breve ragguaglio al novello vulcano apparso nel mare di Sciacca“.


All’interesse geologico si unì presto quello politico, in particolare di quelle nazioni che cercavano nel Mediterraneo nuovi punti di interesse strategico. La prima fu l’Inghilterra, che il 24 agosto, piantando la bandiera sull’instabile isolotto, unilateralmente prese possesso ufficiale dell’isola in nome di Sua Maestà Britannica, chiamandola  “Graham“.
Ovviamente questo non piacque ai Borboni dato che l’avvistamento era stato fatto il 7 luglio da F. Trifiletti, capitano della Gustavo che aveva riferito per primo di aver avvistato l’isolotto “che sputava cenere e lapilli. Tra i tanti testimoni anche un giovane ufficiale della Clorinda: Giuseppe Garibaldi. Giusto per non essere secondi a nessuno, i Francesi, il 26 settembre inviarono un brigantino, “La Fleche”, appartenente alla loro flotta dislocata nel sud del Mediterraneo. La sua missione era di recarsi sul posto per studiare l’eccezionale evento e prendere, nel contempo, possesso dell’isola denominandola Juillet (essendo emersa a luglio). A tal riguardo i Francesi piantarono anche la loro bandiera al di sopra di una targa ufficiale di presa possesso.

HMS Melville sul banco Graham

A dire il vero, il rapporto del capo spedizione, il geologo Constant Prévost, fu accurato e previde il possibile inabissamento a breve dell’isola perché  il fragile sedimento lavico veniva già sbriciolato dalle onde. Ciò nonostante, la disputa internazionale continuò ribattendo il principio che l’isola poteva essere assimilata ad una “Insula in mari nata“ per cui di possesso del primo scopritore. La querelle durò pochi mesi perché, come previsto dal Prevost, l’8 dicembre dello stesso anno l’isola, ormai fortemente erosa dai marosi, scomparve negli abissi. 

Ci pensò quindi madre natura a distruggere nuovamente quell’insieme di lava e scorie vulcaniche ricordando ai governanti del tempo che la natura è al di sopra delle aspirazioni e cupidigie umane.

Sebbene questa querelle sembra essersi risolta dalla sua sparizione (tra l’altro avvenuta nello stesso anno della sua nascita) oggi possiamo a maggior voce affermare che, dal punto di vista legale, l’Italia sarebbe comunque titolare di diritto sovrano su una eventuale futura nuova Ferdinandea in quanto la stessa giace de facto sulla piattaforma continentale italiana. Questo diritto è previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (articolo 77) e sull’articolo 2 della convenzione sulla Piattaforma di Ginevra del 1958.

Destinato a rimanere nelle cronache, nel 1986, il povero banco fu erroneamente scambiato per un sottomarino libico diretto a Tripoli e colpito da un missile da un aereo dell’aviazione statunitense. Avvicinandoci ai giorni nostri, nel 2002, una rinnovata attività sismica richiamò l’attenzione dei geologi di tutto il mondo. Come tutte le nine days news si rincominciò a parlare subito di sovranità ma per lo più sui giornali di gossip. In realtà il banco, pur manifestando attività sismiche evidenti, con l’aumento delle temperature superficiali delle acque, restò stabilmente nella sua posizione. Le previste eruzioni non si verificarono e, ad oggi, il cappello del banco di Ferdinandea rimane ancora a circa sette metri sotto il livello del mare. Per ora rimane sulle carte e l’isola che non c’è, che nei secoli apparve e scomparì più volte, resta per tutti una curiosità amena da leggere sotto l’ombrellone.

graham09

ricostruzione 3D del banco Graham

Le coordinate del Banco Graham (lat. 37 09 48,95 N, 012 4306,85 E) sono ben conosciute ed il luogo è facilmente raggiungibile con un qualsiasi GPS. Per quanto riguarda la ricerca scientifica, fra il 17 e il 21 luglio 2012, la nave Astrea dell’ISPRA e dell’INGV svolse una campagna di monitoraggio sottomarino dei banchi del canale di Sicilia, effettuata per la prima volta con un’ecoscandaglio multibeam. L’analisi permise l’identificazione di ben nove crateri indipendenti. Inoltre, al di sopra del cappello di Graham, fu anche posizionata per una rete di  sismografi per poter monitorare la sua attività sismica.

Ferdinandea_rilievo_730Questi studi hanno appurato che il banco è uno dei tanti coni secondari (accessori) del vulcano sottomarino Empedocle. Il vulcano  si eleva a circa 500 metri dal fondo del mare.
Il suo  enorme cratere, posto a circa 40 km da Capo Bianco, può essere paragonato in grandezza all’Etna. Insomma un personaggio interessante per gli scienziati. Sii pensa che un’eruzione di Empedocle potrebbe avere effetti catastrofici in tutta l’area. Non è una novità in quanto in quell’area del Mediterraneo sono sempre esistiti fenomeni sismici e vulcanici di grandi entità. Storicamente maremoti, a seguito di forti terremoti ed eruzioni sottomarine, colpirono nei secoli  il meridione dell’Italia ed in particolare la Sicilia sud occidentale. Tra di essi si ricordano quelli del 365 d.C. che ferirono profondamente le città greche di  Selinunte, Agrigento ed Eraclea Minoa. Più recentemente, negli anni ’50, un violento maremoto colpì pesantemente il porto di Sciacca. Al di là degli tsunami, i fenomeni vulcanici comportarono modifiche sostanziali al territorio generando nuove strutture geologiche.


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L’isola di Pantelleria, posta a sud ovest dell’area del vulcano Empedocle, con buona probabilità nacque a seguito dell’eruzione di numerosi crateri vulcanici sottomarini. La distribuzione dei vulcani nel sud dell’Italia ci fa comprendere quanto instabile sia la nostra regione e quanta attività esista ancora nelle sue profondità marine. 

Speriamo che le trivellazioni previste nel sud della Sicilia non ispirino nuovi fenomeni di vulcanesimo in quella zona; in questo caso sarebbe l’ennesima dimostrazione della stupidità umana.

per saperne di più

 

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