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Le portaerei della US Navy durante la seconda guerra mondiale parte I di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: portaerei, USN

 

La situazione della US NAVY era condizionata dalla minaccia giapponese al possedimento delle Filippine nel Pacifico occidentale, fattore politico che rappresentava il principale problema navale statunitense fin dal 1898. Questa minaccia non poteva essere affrontata basando una grande flotta nelle Filippine poiché si sarebbe trovata a migliaia di miglia dalla sua base sita nel continente americano, la sola che poteva fornirle supporto a lungo termine.


Fin dal 1905 la strategia statunitense per affrontare questa minaccia prevedeva che la flotta da battaglia attraversasse il Pacifico supportata da una grossa componente logistica e composta da un nucleo di navi da trasporto e da sbarco.

Arrivata nell’area operativa avrebbe dovuto conquistare e organizzare una base insulare di rifornimento e manutenzione da dove partire con l’obiettivo di distruggere la flotta giapponese. Questo portò la US Navy a predisporre fin dal tempo di pace un considerevole treno logistico di navi appoggio, cisterne, navi officina e bacini galleggianti che si rivelarono preziosi nella successiva guerra mondiale. Eliminata la flotta Giapponese si sarebbero potute riprendere o rinforzare le Filippine in modo da poter continuare la guerra contro il Giappone. Data la situazione era prevedibile che la flotta non avrebbe potuto contare sull’appoggio delle consistenti forze aeree con basi a terra. Al massimo si sarebbe potuto allestire qualche base per idrovolanti a lungo raggio con accanto qualche idrocaccia in qualche arcipelago grazie alle navi appoggio aerei già disponibili. Si escludeva in genere di poter costruire aeroporti e strutture a terra di supporto nelle isole del Pacifico che si fossero conquistate. Questo invece si riuscì a fare durante la guerra ma solo perché la mobilitazione totale avvenuta negli Stati Uniti aveva permesso di mettere a disposizione un grandissimo numero di reparti del genio della marina (Seabees) con equipaggiamento pesante.

USS Langley

.
In questa situzione il grosso dell’appoggio aereo a disposizione della flotta sarebbe quindi stato quello fornito dagli aerei imbarcati sulle portaerei. Da questo derivò un attenzione continua all’incremento delle capacità degli aerei imbarcati nonché delle piattaforme navali su cui basarli e al miglioramento costante delle procedure di gestione e supporto e riarmo delle linee di volo. Il tutto favorito dal fatto che la Navy non perse mai il controllo della sua componente aerea.

Tuttavia questo non voleva dire che si credesse che le portaerei avessero soppiantato le navi da battaglia come forza principale della flotta.

L’insieme delle “major tactics” della flotta codificate grazie alle sperimentazioni effettuate nei Fleet Problems (grandi esercitazioni annuali in cui le forze navali statunitensi si impegnavano in finte battaglie a partiti contrapposti che erano il culmine delle manovre di addestramento annuali della Marina), erano complete e flessibili e coprivano una varietà di contingenze oltre all’azione principale della flotta. Gli incrociatori e i cacciatorpediniere dovevano effettuare missioni di “ricerca e attacco notturno“, per localizzare e danneggiare una flotta da battaglia nemica la notte prima di una battaglia.
Le portaerei di squadra prima della battaglia formavano delle task force indipendenti che effettuavano ricognizioni e attaccavano le corrispondenti unità nemiche per stabilire la superiorità aerea durante la battaglia. Successivamente durante questa in primo luogo dovevano assicurare la difesa del nucleo da battaglia (e del treno logistico della flotta) da eventuali attacchi aerei avversari per garantire che arrivasse al contatto balistico in piena efficienza In secondo luogo effettuavano attacchi di disturbo alla flotta avversaria. I sommergibili avevano il compito di esplorare in avanscoperta e attaccare le navi di superficie nemiche se se ne presentava l’occasione. Ma l’enfasi delle major tactics era posta sul complesso balletto dell’azione nelle navi di linea a cui tutte le altre componenti erano subordinate. Fin dal 1930, per portare le corazzate al contatto balistico nelle migliori condizioni, i piani di battaglia enfatizzavano la cooperazione di tutte le componenti della flotta per distruggere l’obiettivo principale: la linea di battaglia nemica. I piani furono codificati dalle General Tactical Instructions, United States Navy (FTP 142) nel 1934 e dalle General Tactical Instructions, United States Navy (FTP 188) nel 1940.

USS Saratoga


Tutti questi piani prevedevano di base la stessa formazione di battaglia ottimizzata per ottenere la massima concentrazione del potere offensivo. Le corazzate erano posizionate al centro dello schieramento; forze leggere – gruppi di incrociatori e cacciatorpediniere – erano posizionati su entrambi i fianchi. Un gruppo di cacciatorpediniere era generalmente mantenuto con la linea di battaglia per fornire una stretta protezione contro i cacciatorpediniere e sottomarini nemici. Le portaerei e le navi del treno logistico della flotta si posizionavano sul lato più lontano dal nemico della linea di battaglia.

L’intento era quello di permettere a tutti gli elementi della flotta di cooperare, per combattere unitariamente con l’obiettivo comune di distruggere la linea di battaglia nemica. La formazione da battaglia della flotta era ottimizzata per ottenere la concentrazione delle unità da battaglia che era vitale per il successo in un’azione di artiglieria. Quindi le corazzate operavano raggruppate per massimizzare la loro potenza di combattimento. Una formazione concentrata massimizzava la potenza offensiva non solo della linea di battaglia ma anche delle altre unità di combattimento che costituivano la flotta da battaglia. Le lezioni del periodo interbellico avevano anche portato a porre l’accento sugli attacchi combinati e coordinati da tutti gli elementi della flotta, comprese le corazzate, i cacciatorpediniere e gli aerei.

L’efficacia di ogni singolo attacco, quindi, doveva essere aumentata grazie al coordinamento con altri tipi di attacco. Questo era particolarmente vero per gli attacchi di aerei e cacciatorpediniere. In circostanze normali si credeva che le corazzate nemiche fossero in grado di contrastarli abbastanza facilmente attraverso una combinazione di fuoco difensivo e manovra, ma coordinando questi attacchi col fuoco delle corazzate, gli attacchi di aerei e cacciatorpediniere divenivano molto più efficaci. Se questi piani andavano come da progetto, i proiettili delle corazzate, i siluri dei cacciatorpediniere e le bombe aeree avrebbero colpito simultaneamente la linea di battaglia nemica. Si sperava che questa concentrazione di potenza di fuoco sopraffacesse rapidamente il nemico.

USS Ranger

I sommergibili furono un altro elemento importante dei piani della Marina nel periodo tra le due guerre. I piani prevedevano di utilizzarli come forza di scouting tattico per la flotta, navigando in avanti per scoprire e segnalare ed eventualmente attaccare le navi nemiche in avvicinamento. Ciò si rivelò difficile da attuare; i sommergibili erano troppo lenti. In generale, la loro utilità nelle operazioni di squadra si dimostrò molto limitata nella realtà della seconda guerra mondiale.

Per quanto riguarda le forze aeree si riteneva che gli aerei imbarcati degli anni 30 avrebbero potuto affondare da soli con relativa facilità quasi tutte le categorie di naviglio, portaerei comprese. Ma si riteneva altresì che non potessero essere equipaggiati con armi di sufficiente potenza per affondare una nave da battaglia specialmente se pienamente operativa e in navigazione. Si sperava piuttosto che gli attacchi aerei infliggessero gravi danni alle apparecchiature di controllo del fuoco, alle batterie secondarie e ai mezzi di comunicazione delle corazzate immediatamente prima o subito dopo l’inizio dell’azione.
Al massimo si riteneva possibile che alcune corazzate subissero danni tali da ridurne la velocità e costringendole a lasciare la linea di battaglia.
Si riteneva che la conseguenza più utile degli attacchi aerei sarebbe stata indiretta cioè che avrebbe costretto il nemico a scegliere tra manovrare e ridurre l’efficacia del suo fuoco contro le navi statunitensi, o mantenere una rotta costante e offrire un bersaglio più facile per gli attacchi aerei.

Si sottolineava inoltre la vulnerabilità degli aerei d’attacco al fuoco difensivo delle navi da battaglia
Dubito dell’opportunità di un attacco aereo da portaerei contro una divisione di corazzate in formazione ravvicinata, a meno che le condizioni siano più che favorevoli o eseguite a sostegno di qualche altra operazione. Credo che un attacco di questo tipo provocherebbe danni molto pesanti agli aerei attaccanti e dubito che il conseguente danno alle corazzate giustifichi l’operazione” (United States Fleet Problem XIII, 1932, Report of the Commander-in-Chief United States Fleet, Admiral Frank H. Schofield, 23 May, 1932)

L’incapacità di attaccare direttamente una grande forza corazzata e di causare danni significativi portò anche alla decisione nel Fleet Problem XII di impiegare aerei delle portaerei della flotta blu contro le navi del treno di rifornimento della flotta nera considerandolo un impiego più proficuo. Dalle analisi dei risultati e delle lezioni acquisite pubblicate successivamente a ogni Fleet Problem appare chiaro che con pochissime eccezioni gli ufficiali superiori coinvolti erano consci dell’importanza del fattore aereo ma lo consideravano un elemento ausiliario all’azione delle unità di superficie maggiori.

I fleet problems dell’anteguerra chiarirono molte altre cose sull’impiego delle portaerei.
In primo luogo era essenziale per le portaerei ottenere il primo colpo contro quelle nemiche. Questo perché le portaerei se sottoposte ad un attacco aereo concentrato erano quasi impossibili da difendere in assenza di Radar e, soprattutto, di sistemi di guida caccia. Si concluse pertanto che l’unico modo di assicurare la difesa della flotta sarebbe stato eliminare alla radice la minaccia affondando le portaerei nemiche prima che potessero sferrare il loro attacco. Era poi fondamentale condurre uno scouting efficace per trovare per primi le portaerei del nemico. Non ultimo andava considerato che le portaerei di notte o col cattivo tempo erano assai vulnerabili se ingaggiate da altre unità di superficie e anche nel corso di un azione diurna non si poteva escludere che fossero intercettate da unità di superficie.

USS Bismark Sea

Di conseguenza le portaerei avrebbero inizialmente operato autonomamente e distanza dalla flotta da battaglia. Questa costituiva un bersaglio facilmente avvistabile e le portaerei dovevano evitare di farsi scoprire il più a lungo possibile, inoltre per la sua relativa lentezza avrebbe reso più difficili le operazioni di lancio e recupero degli aerei.
Gli aerei imbarcati, il più possibile integrati o sostituiti dagli idrovolanti a lungo raggio e dagli idrocatapultabili degli incrociatori, avrebbero dovuto quindi effettuare un attenta ricognizione per individuare il più rapidamente possibile la flotta nemica e in particolare le sue portaerei. Una volta individuatole si sarebbe dovuto lanciare immediatamente un attacco massiccio per eliminarle prima che potessero nuocere.

fine I parte

Gianluca Bertozzi

    

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