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Il problema petrolifero italiano parte III di Gianluca Bertozzi

livello elementare
.
ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: na
parole chiave: petrolio, AGIP

Termina con questo articolo la trilogia di Gianluca Bertozzi sul problema petrolifero italiano. Qualcuno mi ha scritto chiedendomi il perché in un portale che tratta di cultura del mare si parla di questo aspetto storico e geopolitico nazionale. La risposta è semplice … il traffico del greggio avviene soprattutto per mare ed ha rappresentato da sempre una spina nel fianco per il nostro Paese. Le necessità energetiche sono state alla base di politiche estere più o meno condivisibili che hanno portato a crisi e conflitti … il mondo non è cambiato e  la lotta per le risorse energetiche non è mai finita … soluzioni più o meno autarchiche furono tentate in passato ma risultarono solo palliative … tutto è stato detto e scritto e …  va conosciuto per poter capire.

Il sogno italiano, la nave cisterna AGIP Giulio Giordani, foto Ansaldo


L’AGIP è il petrolio italiano

La sostituzione dei Ministri delle Finanze e dell’Economia nazionale del luglio 1925 aveva portato ai due dicasteri rispettivamente il conte Giuseppe Volpi di Misurata e l’ingegnere Giuseppe Belluzzo, segnando la fine della fase liberista del fascismo ed una migliore accoglienza di istanze interventiste. Questa situazione politica rese possibile l’istituzione dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP), avviata con il decreto legge del 3 aprile 1926, n. 556.

La nuova impresa, di cui lo Stato era azionista direttamente al 60%, e indirettamente, attraverso la Cassa Nazionale delle Assicurazioni sociali e l’INA, entrambe al 20%, aveva  un capitale sociale di 100 milioni. L’Azienda aveva per oggetto la ricerca, l’acquisto e lo sfruttamento di giacimenti petroliferi, il trattamento industriale, il trasporto e il commercio di prodotti petroliferi, e l’assunzione di partecipazioni in società similari. Inoltre, secondo l’articolo 3,  doveva eseguire, per incarico dello Stato, ricerche petrolifere in Italia e nelle colonie, in base a programmi quinquennali da approvarsi di concerto tra i ministri dell’Economia nazionale e delle Finanze, che avrebbero stanziato i fondi necessari. Per consentirle di cominciare ad operare il Governo concesse inoltre all’AGIP un mutuo di 200 milioni.

L’AGIP cominciò a sviluppare un piano d’azione basato sui seguenti punti:
– acquisire le materie prime sia mediante ricerche in Italia e nelle colonie, sia acquistando concessioni petrolifere all’estero;

– acquistare raffinerie ed ampliarne gli impianti;

– costruire depositi costieri o rilevarli e ampliarli;

– acquistare navi-cisterna, carri botte ed autocisterne;

– creare un’organizzazione distributiva, istituendo filiali ed agenzie in tutto il Paese.

La motonave cisterna  Giulio Giordani a Genova poco prima della consegna all’AGIP (g.c. Carlo Di Nitto, via www.naviearmatori.net). La nave con un dislocamento di 10.533,79 tsl e 14.770 tpl, era lunga 149,70-158,55 metri, larga 20,83 con un pescaggio tra gli 8,84-11,10 metri, e poteva raggiungere una velocità di 13-15 nodi. Con le gemelle Sergio Laghi, Franco Martelli e Iridio Mantovani faceva parte del programma di modernizzazione della flotta AGIP, avviato a fine anni Trenta con l’espansione commerciale della compagnia. Tale programma, che nelle intenzioni doveva dotare l’AGIP di una flotta all’avanguardia per l’epoca, prevedeva la realizzazione di quattro motocisterne da 10.500 tsl e 15.000 tpl  per il lungo corso, quattro motocisterne più piccole da 2000 tpl (da impiegarsi sulle rotte con la Libia e l’Africa Orientale) e due di dimensioni ancora più ridotte, 1000 tpl (per il traffico con la Dalmazia) e 600 tpl (per il traffico con il Dodecaneso). La Giordani e le sue gemelle erano le più grandi, moderne e veloci motonavi cisterna italiane della loro epoca, tra le navi cisterna più grandi al mondo al momento della loro costruzione. da http://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.com/2018/07/giulio-giordani.html

L’AGIP aveva il compito delle esplorazioni del sottosuolo italiano, ma “... i lavori relativi a tali ricerche dovranno essere eseguiti, fino alla scoperta dei giacimenti, in base alle indicazioni del Governo e dietro rimborso delle spese mediante fondi stanziati nel bilancio del Ministero dell’Economia nazionale“.

Infatti, a più riprese e con successivi provvedimenti legislativi, furono attribuiti all’AGIP, dal 1927 al 1945, un totale 317 milioni che venne impiegato nell’attività mineraria istituendo un’apposita « Gestione di ricerche per conto dello Stato », che a sua volta creò uno strumento adatto chiamato «Ricerche e Sfruttamenti», presieduto dal Presidente o dall’Amministratore Delegato della società.

In altri termini l’AGIP, non dovendo sostenere l’esplorazione con i suoi utili commerciali, ma dovendo farsi assegnare i fondi dallo Stato per sostenerne il costo, si trovò ad assolvere un incarico più che svolgere nel settore minerario un compito d’iniziativa diretta.

Nel 1926 l’AGIP chiese al governo rumeno, all’epoca sesto produttore mondiale di greggio, un permesso di ricerca, ma la legge mineraria romena riservava le concessioni solo alle società romene esistenti, Per cui l’AGIP, mediante una spesa di 40 milioni di lire, decise di partecipare alla Prahova (società di ricerca e di estrazione), già in mani italiane attraverso la COMIT e la Petroli d’Italia.

pozzi petroliferi nella valle della Prahova 1922

La Prahova possedeva inoltre quote di controllo sulla società di raffinazione Petrolul Bucuresti e su quella di distribuzione Atlas Petrol, con oltre 300 distributori in Romania e ad alcuni paesi confinanti. assumendo il controllo di entrambe. Nel 1928 la Prahova ottenne la concessione per 30 anni sulla zona richiesta in precedenza dall’AGIP, per una estensione di circa 150 mila ettari, e nel 1930 per altri 40 mila ettari. Da allora la produzione della Prahova salì rapidamente, e mentre nel 1928 era al ventesimo posto tra le società produttrici in Romania, nel 1933 era già salita al settimo posto con una produzione annua di 650.000 tonnellate.

La Romania fu per l’AGIP una palestra utilissima per formare i tecnici italiani sui problemi posti dall’estrazione e dalla raffinazione su scala industriale, visto che i giacimenti italiani erano insignificanti, acquisendo sistemi di lavoro più moderni, contribuendo  al loro progresso, creando un vivaio di tecnici specializzati. Essi vennero in seguito utilizzati dall’AGIP in Irak, in Albania ed in Italia.

Enrico Mattei e Carlo Zanmatti a Cortemaggiore

Tra di essi vanno menzionati Amoretti, responsabile della ricerca in Italia fino al 1932, Italo Veneziani, fondatore della SAIP, poi diventata SAIPEM, e Carlo Zanmatti, che ebbe ruoli fondamentali nell’AGIP e, in seguito anche nell’ENI con Enrico Mattei. Anche in Irak l’AGIP riuscì ad acquistare una partecipazione partecipando alla British Oil Developments (BOD), fondata nel 1928 da alcuni finanzieri inglesi che non facevano parte dell’Iraq Petroleum Co. (la ex Turkish, ora IPC). Per ottenere l’appoggio della Società delle Nazioni, la BOD invitò nel 1930 a partecipare le società italiane (Agip 25%), tedesche (Krupp, Vereinigte Stahlwerke, 12%), franco svizzere (Swiss Bankverein, Paul Girod, Jules Bloch 12%).

Alla fine del 1932 la IPC dovette ritirarsi sulla riva sinistra del Tigri, nella zona risultata migliore in base alle sue esplorazioni, mentre la parte sulla riva destra, cioè il distretto di Mosul, fu concessa alla BOD dal governo dell’Irak, costituendo a Londra la Mosul Oifields Ltd., con un capitale di un milione di sterline. La relazione dell’Agip del 1935 rilevava che, dal risultato delle perforazioni eseguite nel 1934, poteva desumersi la possibilità di estrarre, dalla sola parte della concessione già esplorata, oltre 2 milioni di t/anno di greggio.

Nel marzo 1935 l’AGIP acquistò altri pacchetti della Mosul Oilfields diventandone il maggior azionista. In teoria sembrava avviata ad assumerne il controllo, avendo tra l’altro assunto la direzione delle operazioni con Italo Veneziani, proveniente dall’Albania.

Nell’agosto del 1936, in occasione dell’aumento di capitale, il Governo italiano si trovò in difficoltà per mancanza di valuta pregiata. Questa era stata impiegata per l’invasione dell’Etiopia, l’intervento nella guerra di Spagna e l’effetto delle sanzioni contro l’Italia della Società delle Nazioni.

L’intera quota di capitale, arrivata al 52%, fu ceduta alla Petroleum Concession Ltd., decisione assurda su una zona che già produceva 5 milioni di barili/anno (circa 700000 tonnellate annue ma si stimava che avrebbe potuto produrre fino a 3,000.000 tonnellate di petrolio annue di cui 1500000 potevano essere acquistate dall’Italia). La Petroleum Concession Ltd. (emanazione della IPC) in cambio s’impegnava a fornire petrolio all’azienda italiana a condizioni di favore (l’Agip avrebbe potuto acquistare 350.000 tonnellate annue di greggio per trent’anni ad un prezzo inferiore del 5 % a quello di mercato). Anche in Iugoslavia ed Ungheria, l’AGIP acquisì permessi di ricerca e compartecipazioni alla produzione attraverso società controllate come la Medjumursko Petrolejsco D.D. (Petrolifera del Medjomurie), la Mart (Industria Oli Minerali della Muravidek), la Molart (Soc. Ungaro-Italiana Oli Minerali) e la Onart (Società italo-tedesco Oli Minerali). Di fatto tutta questà attività portò a soltanto alla scoperta di un campo gassifero a Dolina in Croazia.

E in Italia?
Le prime perforazioni avviate dall’AGIP in Italia furono effettuate nel luoghi identificati nel lavoro preparatorio del Comitato Tecnico del 1926. Il Comitato fu poi sciolto nel 1928, grazie agli studi dei consulenti e dei primi dati geofisici raccolti grazie alla gravimetria, introdotta in Italia dalla Germania nel 1929, e ad altre tecniche di prospezione usate sperimentalmente. Le prospezioni sismiche, inizialmente a rifrazione per la limitatezza tecnica delle apparecchiature, erano il metodo più promettente e venivano già utilizzate negli Usa. In realtà erano state ideate in Germania attorno al 1924. Gli Statunitensi  avevano successivamente perfezionato le attrezzature e le procedure di lavoro, sfruttando le nuove tecnologie elettroniche, sviluppando la sismica a riflessione.

Tiziano Rocco
Un antesignano della nuova tecnologia fu Tiziano Rocco che, nel 1936, propose al Servizio Studi di dotare l’AGIP di strumenti sismici moderni sviluppati negli USA. L’occasione propizia si presento nel corso di una visita alla sede AGIP di Roma di Henry Salvatori, immigrato italoamericano originario di Tocco Casauria, che nel 1933 aveva fondato in California la Western Geophysical Company.

La comunità scientifica italiana all’epoca aveva allora come principale riferimento geofisico i Tedeschi. A seguito di una visita di Rocco in Germania nel 1937 li convinse che lo sviluppo tecnologico tedesco non fosse adeguato per risolvere le problematiche della ricerca mineraria in Italia e, di fatto,  allo stesso livello di quello  dell’AGIP. Nel dicembre 1938 Rocco, con un altro geologo Vercelli,  fu inviato negli Usa e vi rimase ben due mesi, visitando soprattutto compagnie petrolifere e società di servizio geofisiche, notando come per gli americani il rapporto tra investimenti negli studi geologici e geofisici rispetto a quelli dedicati alla perforazione, fosse molto superiore rispetto a quello presente nell’AGIP. Per gli americani, quindi, risultava fondamentale il coordinamento tra le varie fasi dello studio preliminare, piuttosto che l’applicazione di astratti principi scientifici. Quanto osservato negli Usa divenne quindi il modello al quale la geofisica AGIP avrebbe cercato di adeguarsi. Il primo passo per introdurre anche nell’AGIP la prospezione sismica fu quindi la firma nel 1939 di un contratto per un gruppo sismico Western, diretto dall’italoamericano, Michael Boccalery, che arrivò in Italia all’inizio del 1940.

Il primo rilievo, effettuato nella Pianura Padana, iniziò il 10 giugno 1940, giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, che ritardò il percorso di trasferimento di competenze in stretta relazione con i tecnici stranieri. Dall’altro lato incentivò la ricerca di materie energetiche autarchiche e costrinse i tecnici dell’AGIP a sperimentare una propria prassi di lavoro, fino a costituire una comunità coesa di professionisti che, nel 1944, scoprì i notevoli giacimenti metaniferi della Val Padana che nel dopoguerra costituirono la base dell’attività dell’ENI.

L’AGIP, a partire dal 1935, aveva avviato campagne di ricerca anche in Eritrea, nella grande Dahlak, e nell’isola minore, la Dahlak Kebir, dove perforò undici pozzi dal dicembre 1935 all’aprile 1941, superando notevoli difficoltà tecniche e logistiche. Queste isole sono in mar Rosso, ma non così vicine alla costa eritrea. Uno dei pozzi giunse a 2553 ed un altro a 2475 metri di profondità. La spedizione incontrò la presenza di idrocarburi in Etiopia nello Harar e in Somalia sul Giuba e sullo Uebi Scebeli.

 

 

Il governo costituì anche una Azienda Miniere dell’Africa Orientale che doveva iniziare insieme con l’AGIP un organico programma di ricerche; ma non risulta che essa abbia mai operato.

albania-1934 Penkova, la sonda fauchn appena montata.jpg

Nel 1937 l’AGIP iniziò una campagna di ricerche anche in Libia, limitata però alla zona costiera della Tripolitania, dove eseguì otto pozzi stratigrafici di profondità inferiore ai 500 m.. Le prospezioni ebbero esito negativo e furono ripetute nel 1941. Ne completò solo uno a Challet-el-Bneia di 1519 m. riscontrando manifestazioni d’idrocarburi. Va detto che, alla luce dei dati ottenuti dai rilievi di superficie e dalle perforazioni, l’AGIP aveva predisposto nel 1940 un nuovo programma di ricerche che prevedeva l’approfondimento di alcuni pozzi già perforati. Aveva inoltre tracciato a grandi linee le caratteristiche geologiche petrolifere di altre regioni libiche (Marmarica, Cirenaica, Sirtica settentrionale e tavolati tripolitani). Durante la guerra, alla fine del 1941 le esplorazioni ed ogni attività di ricerca cessarono completamente.

 

Cucciova (Kuçovë) Albania 1940 AIPA Campo Petrolifero operai al lavoro Photo credit: © Franco Tagliarini

Nel 1937 era prevista anche la costruzione di una raffineria a Tripoli, creando a tale scopo la Raffineria Oli Minerali Africa del Nord Anonima (Romana), ma l’impianto non fu mai avviato (avrebbe dovuto essere capace di trattare 200.000 tonnellate annue di greggio per soddisfare le sole esigenze della colonia). Nel 1940, la gestione dell’Azienda Generale Petroli Albania (Aipa), che nel 1939 era riuscita a portare la produzione di petrolio albanese a 150 mila tonnellate da espandere progressivamente fino a 500000 tonnellate/anno (i Tedeschi arrivarono nel 1944 a un milione all’anno) fu trasferita dalle FF.SS. all’AGIP; ma le vicende belliche portarono alla progressiva cessazione di tutte le attività sia in Albania, dove furono interrotte nel 1943, che nei territori coloniali. Da un punto di vista tecnico era emerso che in Libia i giacimenti si trovavano ad una profondità media veramente elevata, circa 3000 metri, e solo nel 1938 l’AGIP, tra le prime al mondo, ottenne la capacità tecnica di effettuare ricerche a tale profondità.

Enrico Mattei

Tenendo conto che la ricerca petrolifera in Libia iniziò nuovamente nel 1953 e che il primo pozzo fu scoperto solo nel 1958, il primo campo entrò in produzione solo nel 1959 con una produzione di ben 900.000 tonnellate (pari ad un terzo del fabbisogno italiano del 1938).  Per terminare questo breve saggio sul petrolio italiano, vorrei sottolineare quanto segue. In passato si fece tanta ironia sulla Azienda Gerarchi In Pensione (acronimo di fantasia per AGIP) ma di fatto AGIP fu sempre un’azienda proiettata verso il futuro che aveva in pectore già qualcosa dell’ENI di Enrico Mattei, l’Uomo che sfidò le sette sorelle. Ma questa è un’altra storia.

 

Gianluca Bertozzi


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Fonti

Pionieri Eni
Donde viene e donde va il petrolio di Eliana Passanega
Mussolini e il petrolio iracheno: l’Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze di Mauro Canali
In nome del petrolio. Da Mussolini a Berlusconi, gli affari italiani in Iraq di Benito Li Vigni

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