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L’aviazione imbarcata italiana 1940-1943 – parte II di Gianluca Bertozzi

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: aviazione per la Marina, Regia Marina
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Alla ricerca di una portaerei … una lunga strada. Gianluca Bertozzi affronta oggi i primi progetti e l’impiego degli aerei della aviazione imbarcata.

La crescente consapevolezza che per ragioni di tempestività la presenza in squadra di almeno una o due portarei sarebbe stata utile anche nel Mediterraneo centrale portò la Regia Marina ad effettuare numerosi studi negli anni 20/30 (Rota, Bonfiglietti, Vian, Pugliese). Il progetto sviluppato da Bonfiglietti fu quello che fu maggiormente approfondito, fino a quel momento; vi erano stati alcuni tentativi di portare avanti ipotesi di massima, ma non si superò mai la fase di studi meno che preliminare. L’idea maturò grazie allo sforzo intellettuale e materiale esercitato dall’ammiraglio Romeo Bernotti, Sottocapo di Stato Maggiore della Marina nel 1928, nel portare avanti le sue tesi sull’aviazione imbarcata e sulla portaerei.

Portaerei Bonfiglietti – 1929 Nata da un progetto del generale del Genio navale Filippo Bonfiglietti, fu concepita con i seguenti requisiti tecnici: dislocamento 15.000 tonnellate, velocità massima di 28/29 nodi, armamento antisilurante di 4 complessi binati da 152, armamento antiaerei di 8 complessi binati da 100 mm, protezione orizzontale pari a quella degli incrociatori leggeri e protezione subacquea. Autonomia: 1.800 miglia a 29 nodi; 3.400 a 22; 3.200 a 20. Poteva imbarcare 25 aerei, 12 aerei da ricognizione (Ro.1) ad ali ripiegate e 13 da attacco (Br.1 e Cr.20) 

Sarebbe stata un unità con un dislocamento di 15.000 tonnellate, che avrebbe permesso un uso ottimale delle 60.000 tonnellate concesse a Washington, dalle velocità stimata in 28-29 nodi, armamento antisilurante e antiaereo formato da quattro torri binate da 152 mm e otto complessi antiaerei binati da 100 mm, con 4 complessi binati da 37 protezione orizzontale pari a quella degli incrociatori leggeri classe “Condottieri” e 42 velivoli imbarcati (12 bombardieri con ali ripiegate, 12 ricognitori, di cui metà con ali ripiegate, e 18 caccia intercettori, tutti con ali dispiegate).

La tabella d’armamento della portaerei comprendeva 1.112 uomini, suddivisi fra 78 Ufficiali (di cui 25 della Marina e 53 dell’Aeronautica), 137 Sottufficiali (95 della Marina e 62 dell’Aeronautica), 1.192 Sottocapi e comuni (tutti della Marina) e 6 civili: da questa suddivisione è evidente la Regia Marina avesse previsto la “convivenza operativa” con la Regia Aeronautica. Sulla base delle informazioni raccolte nell’agosto 1930, si era prospettata la possibilità teorica di realizzare navi portaerei di dislocamento ridotto a quello ritenuto il minimo necessario per consentire l’imbarco di un reparto aereo consistente. In base a questo scenario, Bonfiglietti prefigurò tre varianti del progetto base di portaerei, indicate con le lettere “A”, “B” e “C” e caratterizzate da un dislocamento standard di 14.000 e 10.000 tonnellate e conseguenti riduzioni nel numero dei velivoli imbarcati e nelle prestazioni generali della piattaforma.

Comunque, il progetto sviluppato dal generale Bonfiglietti può considerarsi complessivamente armonico nei suoi aspetti e tecnicamente riuscito, nonché l’ultimo che avrebbe permesso di arrivare alla guerra con una forza aerea imbarcata operativa.

La Regia Marina era provata dalle conseguenze della crisi economica del 29 ed impegnata fin dal 1933 in costosi programmi di costruzione e ricostruzione di navi da battaglia (che riteneva prioritari come tutte le Marine del mondo) per cui non aveva risorse per realizzarlo. Di fatto nessuna Marina Militare fu posta nella necessità di dover scegliere tra portaerei e navi da battaglia come la nostra e tutte si impegnarono in costosi programmi di costruzione di navi da battaglia. Inoltre, la Regia Marina era consapevole che la costruzione della portaerei avrebbe portato a uno scontro frontale con l’Aeronautica. Uno scontro in cui non avrebbe avuto l’appoggio di Mussolini che, al di là di una preferenza ideologica per sommergibili e MAS, non aveva idee precise in materia di guerra marittima. Inoltre la Regia Marina voleva evitare impedimenti nel lento cammino verso la costituzione di reparti aerosiluranti  che si consideravano prioritari.

C’erano anche limitazioni tecniche
In Italia vi erano non più di quattro scali che permettevano la costruzione di navi più lunghe di 200 metri, spesso occupati da grandi transatlantici e dalle Littorio. Questa, a mio avviso,  fu anche una delle ragioni per cui le Doria furono rammodernate. Questa discutibile operazione avrebbe permesso di ottenere due unità maggiori (di cui comunque c’era bisogno senza impegnare scali). Nella programmazione della Marina c’era la volontà di costruire due portaerei dopo il varo della Roma e dell’Impero (la prima nel 1940 e da completare nel 43 e la seconda da impostare nel 1941 e da completare nel 1944). Di fatto l’affrettata dichiarazione di guerra portò l’Italia in guerra senza aerosiluranti, con una linea di volo imbarcata basata sui soli idro-catapultabili in servizio sulle unità maggiori, cioè 105 Ro 43, di cui 44 imbarcati, suddivisi su ventuno reparti di volo (due per le Littorio con tre aerei e diciannove per gli incrociatori con due velivoli.

Ro 43 sullo Zara

Con lo scoppio della guerra il Ro 43 si trovò a ricoprire anche il ruolo di caccia imbarcato sulla Classe Littorio, Classe Zara (incrociatore), Classe Alberto di Giussano, Classe Trento, Classe Duca d’Aosta e Classe Raimondo Montecuccoli, risultando però non all’altezza dei potenziali avversari per la dotazione di sole due mitragliatrici Breda-SAFAT da 7,7 mm. Ne fu realizzata una versione migliorata ma sempre per ricognizione e supporto all’artiglieria navale. Il Piccolo Ro 43 rese preziosi servigi pur essendo un aereo un poco delicato per il gravoso servizio ma il progressivo invecchiamento portò a richiedere la sua sostituzione.

Maggio 1942: il Re.2000 Catapultabile (MM.8281) con il motore acceso sulla catapulta del Giuseppe Miraglia pronto per il decollo e, sotto, lo stesso aereo ripreso poco dopo mentre decolla tra i vapori della catapulta.

Di fatto rimanevano molto complesse le operazioni di reimbarco del velivolo a fine missione, che dovevano essere eseguite con la nave ferma in mare (per almeno mezz’ora) e sempre con condizioni meteo assicurate.

La non semplice procedura prevedeva l’imbragatura del velivolo che veniva poi issato sul ponte con una gru di bordo. Inutile dire che in questo frangente aumentava la vulnerabilità della nave in caso di attacco nemico; tanto che alla fine si preferì che i velivoli rientrassero in un idroscalo costiero per effettuare successivamente il reimbarco con la nave in porto. Questo comportò una forte limitazione operativa ovvero l’utilizzo di ogni velivolo imbarcato per un’unica missione. Analizzando le modalità di impiego, data l’impossibilità di recupero in mare, si decise che sarebbe stato più proficuo l’impiego di aerei terrestri, dalle migliori prestazioni, che dopo la missione avrebbero potuto dirigersi verso un base costiera come già facevano i Ro 43. Si ritenne quindi di imbarcare un ricognitore biposto e anche un aereo da caccia per assicurare un minimo di autodifesa alle unità che lo imbarcavano.

Reggiane 2002

Gli aerei scelti furono il caccia Reggiane Re 2000 (che avrebbe dovuto essere sostituito il più presto possibile con il Reggiane Re 2001 prescelto come base per la linea di volo della portaerei) e come aereo ricognitore il Reggiane Re 2003. Per quanto riguarda questo velivolo, al termine della sua sperimentazione sulle navi, fu deciso di cancellare il precedente ordine di duecento esemplari a favore di altrettanti RE 2002 e si decise di utilizzare i Fiat G.50, di cui c’era ampia disponibilità, da trasformare in biposto da parte della SCA di Guidonia.

fine parte II  – continua

 

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PARTE I PARTE II PARTE III PARTE IV PARTE V

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FONTI
Le portaerei italiane di Michele Cosentino
La portaerei italiana di Achille Rastelli
Tempesta sul Ponte di volo di Carlo de Risio
Le navi di linea italiane – Ufficio storico della Marina Militare
Mussolini e i suoi generali di John Gooch
La guerra italiana sul mare. La Marina tra vittoria e sconfitta, 1940-1943 Giorgio Giorgerini
Storia dell’aviazione navale in Italia Ufficio storico della Marina Militare
Il generale del Genio Navale Filippo Bonfiglietti di Michele Cosentino

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