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Le costruzioni navali italiane 1936-1945 – parte I

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: costruzioni, armamenti, regia marina italiana

 

la Regia Nave Roma, terza unità e ultima unità della classe Littorio, rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale. Costruita dai Cantieri Riuniti dell’Adriatico fu consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942

L’Italia entrò in guerra nel giugno 1940 e la combatté con unità navali costruite in prevalenza tra il 1923 e il 1937 dato che, con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero (1936), si chiuse il ciclo principale di ammodernamento armonico ed equilibrato del naviglio della Regia Marina nelle sue diverse categorie.

Dopo quella data, stando alla documentazione del Ministero della Marina, del Tesoro e dell’industria cantieristica, vi fu da una parte una riduzione effettiva delle risorse e dall’altra una scelta politico-strategica che puntò a concentrare l’impegno di quanto disponibile (poco considerevole a dir la verità) sulla costruzione delle quattro navi da battaglia della classe “Vittorio Veneto” o Littorio, sulla ricostruzione delle vecchie navi da battaglia Doria e Duilio (Cavour e Cesare erano già stati aggiornati) e di un buon numero di sommergibili a prevalenza del tipo oceanico.

La classe Littorio, a volte indicata anche come classe Vittorio Veneto,  nel 1940, epoca della loro entrata in servizio, erano tra le più potenti navi da battaglia del mondo come artiglieria, in quanto le classe South Dakota statunitensi pur avendo l’armamento principale di calibro maggiore rispetto alle Littorio avevano una minore gittata. Il suo armamento presentava però notevoli difetti per cui gli OTO/Ansaldo 381/50 presentavano una forte dispersione delle salve in combattimento, mettendo quindi raramente un colpo a segno, per colpa dei proiettili non standardizzati e perché la canna tendeva a consumarsi rapidamente 

Tra il 1936-1937 ed il 1938-1939, il bilancio della Marina crebbe solo in termini monetari dello 0,17%. Tenendo  conto degli andamenti del tasso d’inflazione dell’epoca (circa 1,8%) si può realisticamente parlare di taglio drastico della spesa navale. Successivamente questa addirittura diminuì in assoluto nel 1937-1938 nella misura di un -13,2% passando da 3423 milioni dell’esercizio precedente a 2970. Le restrizioni di bilancio mettendo in crisi tutti i programmi che entrarono in crisi compreso quello il completamento della nave da battaglia Impero, l’ultima unità della Classe Littorio. Il suo allestimento, nonostante fosse già stata varata, non venne mai completato. Tutto questo malgrado la possibilità di un conflitto europeo divenisse sempre più concreta.

I Programmi anteguerra e la capacità industriale e cantieristica
Uno studio del 1936 aveva elaborato due alternative di sviluppo per la Regia Marina del 1942, ovvero una flotta mediterranea con una limitata capacità d’incursione oceanica costituita da 6 navi da battaglia, 22 incrociatori, 116 siluranti, 75 sommergibili, 8 avvisi scorta, 24 caccia-sommergibili, 18 posamine e 48 MAS, o una flotta a vocazione oceanica che avrebbe dovuto allineare 9/10 navi da battaglia, 3 navi portaerei 36 incrociatori, 142 siluranti, 84 sommergibili, 36 avvisi scorta, 24 cacciasommergibili, 24 cannoniere, 18 posamine, 48 MAS. Il programma della componente oceanica prevedeva l’inserimento innovativo delle navi portaerei per le quali la stessa Aeronautica non si opponeva e prevedeva di mettere 100-120 aerei da imbarcare compreso il personale di volo e quello tecnico. Tuttavia nel contesto economico italiano post Etiopico, ipotizzare la realizzazione di questi programmi per l’anno 1942, dato l’impegno finanziario e costruttivo richiesto, appariva azzardato.

L’ammiraglio Cavagnari più realisticamente propose a Mussolini un programma per il 1939-1940 di 47 unità per 77.000 tonnellate che mirava alla realizzazione di una nuova flotta mediterranea con una limitata capacità d’intervento oceanico. Mussolini approvò.  Il bilancio 1939-1940 fu quindi portato a oltre 5 miliardi (rappresentavano però solo il 18,5% dell’intera spesa militare italiana) con un aumento di quasi il 52% (poco meno di 1800 milioni) sull’esercizio precedente. Circa il 23% fu riservato alle nuove costruzioni, rimodernamenti e riattamenti. Scoppiata la guerra nel settembre 1939, il Governo di Roma, di fronte alla realtà di carenze finanziarie e materiali e nell’urgenza di terminare le costruzioni in corso impose drastici tagli ai programmi navali.

Furono purtroppo colpite preziose categorie di naviglio: si impose la rinuncia ai tre incrociatori leggeri oceanici della nuova classe “Costanzo Ciano“, a quattro dei previsti dodici incrociatori veloci o supercaccia della classe “Capitani Romani”, ai dodici cacciatorpediniere (in versione antiaerea) della seconda serie della classe “Soldati”, a sei avvisi scorta classe “Orsa tropicalizzata”, a ventiquattro sommergibili tra battelli da grande e media crociera, a due navi cisterna di squadra.

RN Camicia Nera – classe Soldati

Quanto risparmiato fu devoluto al completamento delle navi da battaglia di nuova costruzione e di quelle ai lavori di rimodernamento: decisione accettabile con una previsione di entrata in guerra tra la fine del 1942 inizio del 1943 ma discutibile nella prospettiva di una imminente entrata in guerra. Quanto sopra a causa della mancanza di direttive chiare sugli intendimenti del governo anche nel breve periodo, cosa che impedì alle forze armate una pianificazione seria.

Era invece predisposta da tempo una pianificazione sufficientemente precisa,  aggiornata quasi annualmente, sulle costruzioni di naviglio in tempo di guerra con le ripartizioni di produzione tra i vari cantieri nazionali. Nella pianificazione predisposta fu calcolata in 55.000 tds anno di naviglio combattente la capacità costruttiva massima dei nostri cantieri navali (oppure 52000 tds di naviglio combattente più 8000 tds di naviglio ausiliario) o in alternativa di 250/300.000 tsl annue di naviglio mercantile (tds=tonnellata di dislocamento, un peso, tsl= tonnellate di stazza lorda, un volume) e questo se fossero stati assicurati materie prime, manodopera e tranquillità di lavoro cose giustamente considerate improbabili in caso di conflitto.

Nella pianificazione delle costruzioni di guerra ancor maggiore precisione fu tenuta riguardo al fabbisogno costruttivo di sommergibili. Il limite massimo di potenzialità annua in condizioni ottimali fu determinato in sedici battelli da grande crociera e in trentadue da media con completamento a partire dal nono mese dell’impostazione. La capacità costruttiva naturalmente era correlata anche a quella delle fabbriche che dovevano rendere disponibili armi e apparecchiature da imbarcare. Fu anche fissato che, a valore costante, l’onere finanziario annuale per le nuove costruzioni navali non potesse superare i 1500 milioni.

La Commissione Suprema di Difesa, nell’approvare queste predisposizioni della Marina, ne approvò anche un’altra: quella che disponeva di non iniziare in guerra costruzioni di navi di dislocamento superiore alle 5000 tds..

Risorse finanziarie e materiali per le costruzioni di guerra
Negli esercizi dei tre anni di guerra il bilancio della Regia Marina aumentò in misura consistente; l’esercizio 1940-1941 registrò un aumento del 50,5% rispetto a quello precedente, nei due esercizi successivi l’incremento fu del 37,8% e del 39,2%, con stanziamenti di 7,8, di 10,8 e di 15,1 miliardi di lire. Dal 10 luglio 1940 al 30 giugno 1943 (a quel tempo l’anno di bilancio italiano andava appunto da luglio a giugno successivo), la Regia Marina ricevette stanziamenti per circa 34 miliardi.

Non fu certo molto se si considerano le esigenze crescenti della guerra e l’andamento dei costi se pur ufficialmente bloccati secondo le norme dell’economia di guerra. In termini reali l’aumento effettivo medio nel triennio bellico fu tra il 25 e il 30% (contro il 42,5% ufficiale), valore che rivela in quali ristrettezze finanziarie, malgrado le misure attuate per l’economia di guerra, si muovesse l’Italia in quegli anni critici. Si potrebbe pensare che buona parte dell’aumento di stanziamento sia andato al potenziamento del naviglio, cosa che invece avvenne solo in parte, anche se l’impegno dei cantieri, dal 1940 al 1943, considerate le condizioni generali e specifiche in cui lavoravano, fu notevole e il risultato di tutto rispetto e inaspettato date le previsioni.

Regia portaerei Aquila

L’impegno era tutto dedicato al naviglio sottile e minore e ai sommergibili (coll’eccezione del completamento del Roma e dell’Impero, del riattamento del Cavour, della trasformazione di due navi passeggeri nelle portaerei Aquila e Sparviero, dell’allestimento dell’Etna e del Vesuvio, incrociatori antiaerei ottenuti da scafi a suo tempo costruiti per il Siam) quello necessario alla guerra in corso e si può parlare di risultato accettabile nel quadro della realtà di quello che era lo stato dell’economia italiana di guerra, anche se non riuscì a colmare le perdite e alcune lacune iniziali della composizione delle forze navali, come ad esempio quella del naviglio antisommergibile e antiaereo.

Una parte non trascurabile di fondi e dei materiali disponibili fu assorbita dalle frequenti riparazioni dei danni subiti in combattimento e dai cicli di lavori delle navi che erano sottoposte a pesanti e logoranti missioni di guerra. Riparazioni e turni di lavori passarono da una spesa inferiore al 3% del bilancio degli anni prebellici, ad una intorno al 10% con una punta dell’11% nell’esercizio 1941-1942 e questo pur di fronte a un aumento dello stesso dimostrando quanto logorante era l’impegno a cui era sottoposto il naviglio.

Non di rado capitò che risorse furono sottratte al naviglio di nuova costruzione per trasferirle alla riparazione dei danni di unità preziose e urgenti per l’attività bellica (caso limite il prelevare la prua da un unità in costruzione per sostituire quella danneggiata di un unità in servizio). Proprio in questi casi si potevano conseguire ritardi e disguidi nei processi di fabbricazione, oltre quelli derivati dall’offesa aerea nemica e da una certa mancanza di mano d’opera specializzata. In realtà non si può dire che la Nazione in guerra non abbia tentato di fornire alla Regia Marina, nei limiti delle capacità totali, il necessario per la condotta della guerra che la Forza Armata stava conducendo.

Lo stesso si può dire per le risorse materiali; se pur si incontrarono ritardi, lacune e manchevolezze ma che avevano spesso le loro radici in motivi lontani. L’autorità preposta agli approvvigionamenti e alle fabbricazioni di guerra, cioè il Commissariato e poi Sottosegretariato per le Fabbricazioni di Guerra, fece sempre in modo che alla Regia Marina potesse arrivare il massimo possibile delle disponibilità per consentirle il più alto grado di continuità operativa. Poco poté invece fare per accelerare lo sviluppo tecnologico che rimase generalmente sulla carta o allo stato sperimentale o in fase di preproduzione, ma che purtroppo non si realizzò a bordo delle navi se non in misura molto ridotta.

La Regia Marina entrò in guerra con soddisfacenti situazioni di scorte: non vi erano preoccupazioni per viveri, vestiario, equipaggiamenti; la situazione del munizionamento era più che buona (le scorte per le navi erano a tempo indefinito); invece per i combustibili la situazione non era rosea avendo copertura per 5-6 mesi per il complesso delle forze navali e mercantili se avessero operato senza limitazioni, finestra temporale elevabile a un anno accettando limitazioni all’operatività.

Il sommergibile Cagni alla banchina lavori del cantiere di Monfalcone. Notare gli accumulatori delle batterie allineati sulla banchina prima di essere imbarcati.

Difficoltà si incontrarono per determinati materiali utilizzati per le costruzioni, in particolare per quelli siderurgici dove a fronte di un fabbisogno totale militare di 4 milioni di tonnellate/anno ci fu una produzione poco al di sopra dei 2 milioni di tonnellate/anno che dovevano essere dosate anche per coprire le residue esigenze civili.

E’ facile rilevare come certe ristrettezze o impossibilità dovessero influire sulle decisioni di chi doveva stabilire l’impiego delle navi e di chi doveva condurle all’azione. Era fin da allora chiaro che in una guerra di quel genere una nave perduta sarebbe stata ben difficilmente rimpiazzata e che una danneggiata avrebbe potuto rimanere inoperante anche per lungo tempo. Tornando ai materiali siderurgici, fondamentali per le costruzioni navali, l’anno più proficuo fu il 1942 con una disponibilità per il paese di 2.750.000 tonnellate di prodotti siderurgici, di cui 686.000 provenienti dalla Germania. Va riconosciuto che le richieste della Regia Marina in fatto di acciaio furono soddisfatte nella massima misura possibile; furono infatti destinati alle costruzioni e riparazioni navali oltre 1.050.000 tonnellate di acciaio dall’inizio di settembre 1939 alla fine di luglio 1943 quantitativo non enorme ma comunque notevole dato il quantitativo disponibile.

Non vi fu alcuna difficoltà per il prodotto laminato cioè per le lamiere grosse, considerata la grande capacità degli impianti a fronte dei quantitativi disponibili da laminare, mentre per le leghe speciali e i correttivi degli acciai necessari per gli acciai ad alta resistenza le carenze furono frequenti cosa che rallentava il completamento delle navi che rimanevano spesso in attesa di componenti che non si poteva produrre in un determinato momento malgrado altri materiali fossero disponibili.

In una situazione di guerra era difficile dunque equilibrare e pianificare i fabbisogni per le nuove costruzioni e per i lavori di riparazione e manutenzione: non si poté che seguire la via dell’urgenza del momento. La situazione comunque impose tagli dolorosi, quando nel 1942 si trattò di approvare i programmi per il 1943, i fabbisogni della Regia Marina furono recepiti – come quelli dell’Aeronautica -se pur con qualche riserva per gli acciai speciali, l’alluminio e il rame. Il prezzo pagato, vista la priorità che aveva il naviglio militare in quel momento, fu la rinuncia al programma d’impostazione di navi mercantili che prevedeva diciannove unità da 10.000 tds, tre da 4800, una da 4000, cinque da 2100 e tre navi salvataggio. Non fu un sacrificio da poco dato che la carenza di navi mercantili era grave ma non vi erano alternative, in parte si supplì a ciò con le navi catturate, pronte o da riparare, nei porti francesi occupati nel novembre 1942.

fine parte I – continua

Gianluca Bertozzi

 

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PAGINA PRINCIPALE
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PARTE I
PARTE II
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FONTI
Le costruzioni navali italiane di guerra di Giorgio Giorgerini
Le navi da guerra italiane 1940-1945, di Erminio Bagnasco, Enrico Cernuschi
Fascisti sul mare: La Marina e gli ammiragli di Mussolini di Fabio De Ninno
I sommergibili del fascismo di Fabio De Ninno
Navi mercantili perdute aa.vv.
Come perdere la guerra e vincere la pace cura di V. Zamagni

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2 commenti

  1. stelvio chalvien stelvio chalvien
    09/06/2019    

    molto interessante

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