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Libano tra politica ed interessi economici

Reading Time: 11 minuteslivello elementare

 

ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX – XXI SECOLO
AREA: LIBANO
parole chiave: Libano, Siria, Israele, Hezbollah, Leviathan, Iran, Isis, Russia, Stati Uniti, Unione Europea

 

Il Libano subisce da anni una situazione di profonda crisi economica e politica che potrebbe essere facilmente risolta grazie allo sfruttamento dei giacimenti offshore di petrolio e gas che si trovano in una zona di frontiera marittima contesa con Israele. I bacini offshore del Mediterraneo orientale sono diventati un ulteriore punto del conflitto israelo-libanese, visto che entrambe le parti insistono risolutamente nella contesa sui confini marittimi. Di fatto i due Paesi sono ancora in guerra dal 2006 e solo un contingente di baschi blu si interpone lungo la frontiera.

Nel 2006 si consumò una delle offensive forse più cruente tra Libano ed Israele. In 34 giorni di guerra ci furono 124 morti israeliani e 1200 libanesi. Con la risoluzione Onu 1701 il Consiglio di Sicurezza diede a UNIFIL 2 (la prima era iniziata nel 1982) nuovi compiti ed obiettivi. In tale ambito furono pianificate alcune operazioni nazionali inerenti sia alla salvaguardia e evacuazione degli italiani nell’area sia a supportare l’operazione ONU. L’Operazione italiana Leonte, inserita nell’ambito di UNIFIL, iniziò a settembre 2006 con una “forza d’ingresso” (Entry Force) del contingente di pace italiano, costituita dalle truppe anfibie della nuova Forza di Proiezione dal Mare (FPM), a loro volta composta dal Reggimento San Marco della Marina Militare e dai Lagunari dell’Esercito. Nell’occasione, il Gruppo aereo imbarcato della Marina Militare effettuò missioni di ricognizione sul traffico mercantile da e per le coste libanesi per scongiurare traffici di armi. Dal 1º novembre 2016 la JLF-L (al comando del Contrammiraglio Claudio Confessore) assunse il comando del Settore Ovest dell’area di responsabilità di UNIFIL e, contestualmente, della Brigata Ovest della forza ONU, composta da due battaglioni italiani, un battaglione francese ed uno ghanese. A questa missione, sotto Comando italiano,  partecipano militari italiani appartenenti a tutte e quattro le forze armate. La loro missione è di monitorare la cessazione delle ostilità tra i due Stati, supportare le forze armate libanesi e  la popolazione locale tramite progetti CIMIC, ovvero di cooperazione civile e militare. 

La situazione libanese
Il Libano, la Svizzera del Medio Oriente, come era chiamata negli anni ’60, a seguito della proclamazione di indipendenza di Israele, e della guerra seguente con la Lega araba (alla quale il Libano non partecipò attivamente) dando solo sostegno logistico all’Esercito Arabo di Liberazione, subì la migrazione di oltre 100.000 profughi palestinesi in fuga. Questo, insieme a rigurgiti nazionalisti panarabi, portò alla prima guerra civile libanese del 1958.

Altri profughi si aggiunsero dopo la guerra del 1967 fra Arabi e Israeliani e dopo il Settembre Nero del 1970 in Giordania. Questo portò ad uno sbilanciamento etnico in cui la precedente maggioranza cristiana fu sostituita da quella araba musulmana del Libano così non fu più tale, e lungo  i suoi confini si contarono a circa 2 milioni di profughi palestinesi.  Scoppiò una dolorosa guerra civile tra il 1975 ed il 1990, che vide numerosi interessi in gioco tra le milizie composte da cristiani maroniti ed una coalizione composta da palestinesi, libanesi musulmani sunniti, sciiti (Amal) e drusi.

Nel 1976 la guerra stava volgendo a favore degli stessi musulmani, quando la Lega Araba, a seguito dell’accordo di Riyāḍ del 21 ottobre 1976, autorizzò l’intervento di una Forza Araba di Dissuasione (FAD) a maggioranza siriana, che riuscì a riportare con la forza una provvisoria e fragile pace nel Libano. L’interesse siriano era ovvio. Il 14 marzo 1978 Israele lanciò l’Operazione Litani, occupando l’area a sud del paese, eccetto Tiro, con più di 25.000 soldati per creare una fascia cuscinetto che tenesse  i gruppi militanti palestinesi, in particolare l’OLP, lontano dal confine con Israele. L’ONU decise allora di creare una Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) per rafforzare il suo mandato e riportare pace e sovranità nel Paese.

Israele, nel 1982, con l’operazione militare “Pace in Galilea” cercò di sradicare dal Libano la presenza armata palestinese e si spinse oltre il sud-Libano, in cui le unità della resistenza palestinese s’erano insediate, arrivando fino a Beirut, dove aveva sede l’OLP. nell’operazione ebbe il sostegno dei cristiano-maroniti. Il neo eletto presidente della Repubblica Bashir Gemayel il 14 settembre 1982, nove giorni prima dell’investitura ufficiale, cadde vittima di un attentato (attribuito al Partito Nazionalista Sociale Siriano) perdendo la vita, insieme ad altri 25 dirigenti, nell’esplosione del quartiere generale falangista ad Ashrafiyyeh, nella parte orientale di Beirut. Vi fu a questo punto un intervento internazionale multiforze americano, francese e italiano (Missione Italcon). Questo causò la fuga della dirigenza OLP alla volta dei paesi confinanti.

Il massacro di Sabra e Shatila fu compiuto dalle Falangi libanesi e l’Esercito del Libano del Sud, con la presunta complicità israeliana, di un numero di civili compreso fra 762 e 3.500, prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi. La strage avvenne fra le 6 del mattino del 16 e le 8 del mattino del 18 settembre 1982 nel quartiere di Sabra e nel campo profughi di Shatila, entrambi posti alla periferia ovest di Beirut.

Furono perpetuate atrocità da entrambe le parti contro la popolazione civile come la strage di Damur (1976) e il massacro nei campi-profughi di Sabra e Shatila (1982) a Beirut, operati il primo da miliziani palestinesi del campo di Tell al-Za’tar e il secondo da unità cristiane guidate da Elie Hobeika, che non vennero opportunamente contrastate dall’esercito israeliano.

1983 attacco degli Hezbollah alla base della forza multinazionale

Un episodio eclatante fu il duplice attentato da parte degli Hezbollah alla base della forza multinazionale del 23 ottobre 1983 che causò la morte di 241 marines statunitensi e 56 soldati francesi. Questa azione causò il ritiro delle truppe di pace, lasciando il Libano in una strisciante guerra civile. In seguito agli Accordi di Ta’if del 1989 terminò la guerra e nacque la II Repubblica libanese presieduta dal generale Michel Aoun, che nel 1990 fu deposto dai siriani. La presenza siriana divenne quindi sempre più preponderante. Nel 1994 fu vietato il movimento Forze Libanesi, che rappresentava i cristiani più radicaleggianti. A seguito dell’assassinio dell’ex Primo ministro sunnita Rafīq al-Ḥarīrī nel 2005, ci fu la cosiddetta “Rivoluzione del Cedro” anti siriana, che avviò il ritiro delle truppe siriane della FAD (Forza Araba di Dissuasione).

Nel luglio 2006, gli Hezbollah attaccarono una pattuglia dell’esercito israeliano in perlustrazione nei pressi del villaggio di Zar’it, uccidendo otto soldati e catturandone due. Per tutta risposta iniziarono bombardamenti aerei israeliani contro molte infrastrutture sensibili come l’aeroporto di Beirut, i porti, le centrali elettriche e le principali vie di collegamento terrestre con la Siria, i quartieri della periferia meridionale di Beirut e diversi villaggi nel Libano meridionale, con migliaia di vittime civili.

Durante gli scontri Hezbollah lanciarono migliaia di razzi, anche contenenti bombe a grappolo di tipo cinese, sul territorio israeliano, causando panico e vittime fra la popolazione civile nel Nord d’Israele. L’11 agosto 2006, dopo settimane di tentativi per ottenere una tregua tra le parti per consentire l’apertura di corridoi umanitari in favore della popolazione civile libanese, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite votò all’unanimità la Risoluzione 1701. Il testo della risoluzione chiese l’immediata cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah, il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale, in concomitanza con lo schierarsi nella zona delle truppe regolari libanesi e dell’UNIFIL con la creazione di una zona cuscinetto “libera da ogni personale armato che non sia quello delle Nazioni Unite e delle forze armate regolari libanesi” per dodici miglia tra la frontiera israelo-libanese e il fiume Litani. 

Il 14 agosto 2006, subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco e la fine delle azioni militari, il governo libanese avviò il dispiegamento delle proprie forze armate lungo il confine meridionale. Centinaia di migliaia di civili fecero ritorno ai propri villaggi, in molti casi gravemente danneggiati dal conflitto. 

La seconda missione UNIFIL (UNIFIL 2)
Il 25 agosto 2006, l’Unione europea a Bruxelles stabilì l’invio di circa settemila militari europei per costituire il nucleo centrale della forza multinazionale di interposizione nel Libano meridionale (seconda missione UNIFIL). Le truppe multinazionali, guidate dalla Francia, a cui è subentrata l’Italia nel febbraio 2007 (Operazione Leonte), si frapposero fra le due parti mantenendo un profilo passivo per assicurare che tale area non fosse utilizzata per attività offensive di ogni genere. Il compito di disarmare i gruppi armati restò alle forze regolari libanesi, responsabili anche di controllare il confine siriano, fonte di approvvigionamento delle armi per gli Hezbollah. 

Dopo nuovi scontri tra sciiti e sunniti, avvenuti agli inizi di maggio 2008, una mediazione internazionale guidata dalla diplomazia del Qatar ha permesso alle fazioni politiche locali di accordarsi per l’elezione del generale Michel Suleiman alla presidenza della repubblica e per la formazione di un governo di unità nazionale, in vista delle elezioni parlamentari previste per la primavera del 2009 che si svolsero regolarmente. Dal 2011 nel corso della guerra civile siriana, si ebbe un riacutizzarsi dello scontro tra le fazioni sunnite e quelle sciite, e in particolare la milizia Hezbollah. Lo sconfinamento della guerra civile siriana in Libano non solo coinvolse i villaggi al confine siriano, ma anche i grandi centri urbani, tra cui Beirut, Sidone e Tripoli dove si verificarono scontri armati, rapimenti e attentati. 

migliaia di cittadini siriani rifugiati in Libano arrivano fuori dall’Ambasciata siriana a Yarze, a est di Beirut, il 28 maggio 2014, per  votare le elezioni presidenziali in Siria. Riempiendo le strade intorno all’ambasciata a Beirut, migliaia di siriani si presentarono votare sostenendo Bashar al-Assad nel mezzo della guerra civile.AFP PHOTO/ JOSEPH EIDJOSEPH EID/AFP/Getty Images

Ma quale è l’impatto della crisi siriana in Libano?
Nell’agosto 2012, il primo ministro Najib Miqati affermò che esistevano spinte interne per trascinare il Libano sempre più nel conflitto siriano. La situazione diventava sempre più critica e richiese ai leader di tutte le fazioni di cooperare per proteggere il Libano da questo pericolo esortando la comunità internazionale ad aiutare il Libano per evitare di essere un altro teatro nella guerra civile siriana. La rivista An Nahar citò non ben definite “fonti diplomatiche occidentali” affermando che questi incidenti erano l’inizio di una rivoluzione salafita volta a sostenere la rivolta in Siria. L’Alleanza del 14 marzo, una coalizione indipendente anti siriana, accusò il governo siriano di cercare di trascinare il Libano nella crisi siriana. 

Di fatto la guerra civile siriana e il suo impatto interno favorirono la polarizzazione della politica libanese. L’Alleanza del 14 marzo, dominata da partiti cristiani e sunniti, è largamente solidale con l’opposizione siriana a Bashar Al-Assad. Di contro i partiti pro Assad, pur sostenendone la continuazione del suo regime, rafforzato dalla vicinanza con la Russia, mantengono aperto un piano B nel caso il governo di Assad dovesse cadere, in qualche caso iniziando a prenderne  le distanze. Dal febbraio 2013, il numero dei rifugiati siriani in Libano è salito ad oltre 180000, creando non pochi problemi interni. 

Un fattore non trascurabile nella stabilità interna libanese è il rapporto tra Hezbollah ed il regime siriano, che ha giocato un ruolo sempre più destabilizzante dopo il 2011; inizialmente i primi ebbero un coinvolgimento di basso livello ma da aprile a giugno 2013 1.700 combattenti di Hezbollah operarono in maniera sempre più incisiva a fianco del regime e in altri Paesi della regione, come lo Yemen e l’Iraq alimentando la frizione tra le fazioni sunnite-sciite. Questo schieramento non nasconde interessi iraniani nella regione medio orientale, osteggiati dai Paesi arabi del GCC che vedono negli Hezbollah un fastidioso sasso nella scarpa. Da parte sua la EU ne ha percepito l’invadenza e ha adottato politiche atte a rinforzare il governo e l’esercito libanese ufficiale.

In Libano esistono altri conflitti interni tra alawiti filo-siriani e fazioni sunnito islamiche che spesso degenerano in conflitti armati. A seguito di attentati jihadisti in Siria, come quelli del Jabhat al-Nusra, contro le forze degli Hezbollah, in Libano si sono moltiplicati gli attacchi (29 attentati suicidi e omicidi tra ottobre 2012 e novembre 2015 con la morte di 205 persone) sia contro le strutture degli Hezbollah che contro l’esercito libanese.
Oltre agli aspetti politici questa situazione di instabilità ha avuto importanti ricadute economiche rese ancora più drammatiche dai costi sociali e politici per gestire i rifugiati. Il mercato del lavoro è crollato come l’afflusso turistico verso le città storiche, già minacciato dal terrorismo interno, crollato del 40% tra il 2010 ed il 2013 (Jarmuzek, Nakhle e Parodi, 2014, p.5). Nel 2016 l’aumento del debito pubblico ha raggiunto il 148 per cento del PIL. Similarmente il numero di rifugiati siriani è aumentato in maniera significativa.

L’UNHCR ha valutato che nel novembre 2011, 8875 rifugiati furono registrati dall’UNHCR; quasi tutti iracheni, e solo l’un per cento erano provenienti dalla Siria (Chaaban et al., 2013, p.25). Negli anni seguenti la situazione è mutata radicalmente passando a oltre 33000 siriani nel luglio 2012, 180000 nel 2013 fino ad un picco di oltre 1,1 milioni nel 2014 (dati UNHCR, 2018; ILO, 2014, 12). La maggior parte di loro ha trovato impiego nell’agricoltura (28%), nei servizi domestici (36 %) e nelle costruzioni edili (ILO, 2014, 9). L’impiego nell’agricoltura trova ragione nel fatto che i Siriani provenivano in gran parte dalla valle del Bekaa, zona agricola di eccellenza siriana. La domanda che ci si pone è se questo squilibrio modificherà la politica locale inasprendo ancora di più le fragile tensioni interne. 

Un mare di petrolio e gas 
Gli Hezbollah sembrano continuare una politica aggressiva attaccando le piattaforme israeliane. L’area rivendicata si estende su una distesa triangolare di circa 800 km², ricca di gas e petrolio. Nulla sono valse azioni da parte degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite di mediare una soluzione pacifica sulla controversia marittime della zona.  Sia il Libano che Israele hanno reclamato questo territorio per decenni, ma la disputa è stata esacerbata a seguito di accordi marittimi separati e siglati con Cipro, firmato dal Libano nel 2007 e da Israele nel 2010, causando una lite diplomatica che ha finito per portarli ad accusarsi l’un l’altro di furto territoriale.

Il diritto internazionale prevede che, nei casi in cui due Stati condividano una zona marittima o un confine, si sia soliti dividere equamente il territorio tra gli Stati che si contendono la zona marittima. Ma non sembra questo il caso. Il Mediterraneo orientale possiede nei suo fondali vasti ed ancora inutilizzati giacimenti di combustibile fossile. Secondo l’Us Geological Survey, nel Bacino del Levante, tra Egitto e Siria, “vi sarebbe una disponibilità di combustibile fossile pari a 122 trilioni di metri cubi di gas naturale e una quantità di petrolio equivalente a 1,7 miliardi di barili”. 

Nel 2017 il Libano ha dato il suo assenso all’esplorazione dei fondali marini, concedendo a Eni (Italia), Novatek (Russia) e Total (Francia) i primi blocchi in cui è stata suddivisa l’area sotto la giurisdizione libanese. L’accordo di esplorazione e produzione tra il governo libanese e il consorzio internazionale prevede che le prime esplorazioni inizieranno  l’esplorazione a metà del 2019. 

Questo non è piaciuto a Israele che ritiene sue quelle acque territoriali. Il Libano ha inviato una lettera all’Onu che respinge con forza la mappa con i nuovi confini marittimi approvata da Tel Aviv. Israele con il sostegno degli Stati Uniti, alza i toni, giustificandosi con gli attacchi degli Hezbollah e la situazione sta rapidamente degenerandosi con un aumento costante dell’instabilità nell’area e conseguenti migrazioni verso l’Europa. In gioco ci sono oltre 600 miliardi di dollari e nessuno dei due vorrà cedere dalle sue posizioni.

Quali saranno le ricadute per l’Unione Europea? Ne parleremo in un prossimo articolo.

Andrea Mucedola

 

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