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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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La pesca come risorsa di sopravvivenza per uno sviluppo compatibile

Conferenza tenuta presso il ROTARY CLUB ROMA GIULIO CESARE – RYLA
in occasione del convegno  MARE FONTE DI VITA – 16.05.2015

Risultati immagini per pescaUno sviluppo compatibile, e quindi sostenibile sul piano ambientale, economico e sociale: è questo l’obiettivo che interessa tutte le attività produttive dell’uomo e soprattutto quelle primarie, a forte interazione con l’ambiente, anzi che dall’ambiente – dal suo stato, dalla sua qualità, dalle sue risorse – dipendono integralmente.

E’ un obiettivo che oggi ci poniamo partendo molto svantaggiati, da un punto in cui la situazione è già in parte compromessa e non è facile fermare tutti i meccanismi che l’hanno resa tale, anche quando individuati.

Quello della sostenibilità della pesca non è assolutamente l’unico caso in cui risulta necessario modificare un sistema produttivo, economico e sociale per ripristinare un buono stato ambientale e poi mantenere lo stesso sistema entro i limiti imposti dalla sostenibilità.  Probabilmente non è neanche  il più importante sul pianeta. Basti pensare alle emissioni di anidride carbonica nell’ambiente e agli effetti sui cambiamenti climatici (anche sul mare). Problema ben noto, studiato nelle cause e negli effetti. Nonostante  le conoscenze e i rapporti del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici  si continua però a bruciare ogni anno più di 7 miliardi di tonnellate di carbone (il combustibile fossile più inquinante) e ci stiamo avvicinando rapidamente alla soglia del trilione di tonnellate di emissioni di CO2 prodotte complessivamente dall’Ottocento ad oggi, soglia da non superare per evitare gli effetti peggiori che  comporterebbe l’aumento delle temperature globali  oltre i 2 gradi.

Risultati immagini per pesca

overfishing

Il superamento di questa soglia è prevista nel 2040, tra soli 25 anni,  ma ad oggi non esistono sistemi alternativi per fermare la Cina (che ne brucia da sola oltre la metà), le estrazioni negli USA e l’elettrificazione dell’India. Certo il paragone è fuori scala ma, fatte le debite proporzioni e distinguo, lo schema è sempre lo stesso:  per fare fronte alla crescente domanda energetica (ed obbedire agli enormi interessi collegati) da due secoli si bruciano combustibili fossili, lasciando alle generazioni future il problema del riscaldamento del pianeta. Per rispondere alla domanda del mercato sono state prodotte tonnellate di plastiche per oltre un secolo, preoccupandosi solo recentemente del problema del loro smaltimento e riciclo (quando ormai si trovano isole di plastica negli oceani e micro-frammenti ovunque).
Per produrre sempre più pesce, nella ignoranza del problema del sovra sfruttamento, si crea un sistema mondiale di cattura industriale sempre più potente ed efficiente, si investono ingenti capitali che vanno remunerati con incrementi progressivi della produzione, si finanziano intere flotte con fondi pubblici,  per poi dover invertire più o meno bruscamente la politica una volta che il declino degli stock ittici diventa un fenomeno conclamato, e che la inversione di rotta comporta forti impatti socio-economici.

immagine da link  

Il problema, limitandoci alla pesca, è oggi quali processi di aggiustamento adottare per ripristinare l’equilibrio delle popolazioni ittiche (alterato non solo nella loro rinnovabilità, ma anche nella catena trofica, nei rapporti preda/predatore, nella alterazione della distribuzione geografica delle specie). E’ un problema complesso che deve fare i conti con situazioni estremamente diversificate in cui non esistono ricette semplici con cui fermare centinaia di migliaia di pescherecci da cui dipendono imprese, lavoratori, economie, mercati. Né in molti casi sarebbe giustificato,  non essendo tutti gli stock nelle medesime condizioni ed avendo i diversi sistemi di cattura un impatto diverso.

Quando parliamo di pesca, parliamo di segmenti di flotta e di “mestieri” a diversa intensità e modalità di prelievo, e a specie o gruppi di specie target con diverse caratteristiche biologiche, non tutti in condizioni gravi anche se la tendenza generale è quella descritta. Alcune di queste condizioni poi non sono dovute esclusivamente alla pesca ma anche ad altre fonti di impatto. Alcune specie rispondono rapidamente alle misure tecniche e di gestione adottate per la loro protezione (vedi la spettacolare ripresa dello stock del tonno rosso in Mediterraneo), altre richiedono periodi più lunghi, anche in funzione della età e taglia di prima riproduzione, della durata del loro ciclo vitale, etc. Molti degli stock, inoltre, sono condivisi tra più Paesi e flotte, non tutte sottoposte allo stesso sistema di regole e alle stesse politiche e sottoposte agli stessi controlli. Un esempio classico è quello delle reti spadare bandite nel ‘97 dall’Europa ma usate ancora per molti anni successivi da altre flotte. La politica della pesca, per tutti gli stati membri dell’UE, è competenza dell’Unione. In Mediterraneo, per gli stock e le zone di mare condivise con flotte di Paesi terzi, la Comunione Europea ha affidato alla Commissione Generale della Pesca per il Mediterraneo (CGPM) della FAO la formulazione dei pareri vincolanti per tutti i Paesi aderenti sulla gestione delle risorse.

La recente riforma della Politica Comune della Pesca, entrata in vigore con un nuovo Regolamento di base (1380/2013) dal 1 Gennaio 2014, il nuovo Fondo Europeo Affari Marittimi e Pesca a questa  collegato (Reg. 508/2014) e la Direttiva sulla Marine Strategy (2008/56 CE, recepita in Italia con DL 190/2010), costituiscono nell’insieme il nuovo quadro di riferimento della pesca europea che comporta le necessità di operare  profondi cambiamenti nella vita del settore e nella sua governance,  con obiettivi, obblighi, strumenti e procedure di nuova generazione.

Quella dell’adeguamento al nuovo quadro è una vera e propria sfida che pone sul tappeto non pochi problemi, per affrontare i quali è imprescindibile operare innanzitutto nella consapevolezza della complessità del sistema pesca,  che richiede un approccio adeguato per assicurare l’attuabilità e gestibilità di qualsiasi innovazione, nuovo vincolo o cambiamento. Un approccio, quindi, che riconosca in partenza tutti i limiti del vecchio sistema del “comando e controllo” e che individui il vero fattore strategico in grado di assicurare l’applicazione ed il rispetto delle norme nella partecipazione degli stake holder al processo decisionale, nel loro coinvolgimento e responsabilizzazione,  nella condivisione delle scelte tecniche e gestionali.

In questo senso l’adozione del principio adattativo, della gradualità della entrata in vigore dei nuovi vincoli, la flessibilità nell’applicazione delle regole nei contesti locali e nei diversi sistemi di cattura, giocheranno un ruolo cruciale potendo condizionare la sostenibilità sociale ed economica delle nuove misure.

“Delta Pride allevamento di pesci gatto by Ken Hammond – USDA OnLine Photography Center – image Licensed under Public Domain via Wikimedia Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Delta_Pride_Catfish_farm_harvest.jpg#/media/File:Delta_Pride_Catfish_farm_harvest.jpg

E’ infatti evidente, e già ampiamente sperimentato, come qualsiasi forzatura con norme non comprese e condivise calate dall’alto, avulse dalle realtà locali e dalla applicabilità nella pratica quotidiana dei mestieri di pesca, si traduca in uno stato di generalizzata inadempienza e quindi alla diffusione di una tendenza all’aggiramento delle norme ed alla illegalità, minando profondamente il rapporto fiduciario tra operatori ed Istituzioni genericamente intese. La conoscenza delle condizioni operative in cui si svolge il lavoro in mare e a terra, delle caratteristiche delle imbarcazioni e degli strumenti di cattura, e la base scientifica che giustifichi le misure tecniche e gestionali devono essere elementi evidenti in qualsiasi nuova proposta, per assicurarne la credibilità, l’applicabilità ed il rispetto da parte dei pescatori. Il ricorso eccessivo al principio precauzionale, la impossibilità tecnico-operativa di attuazione delle misure, la incongruenza tra la realtà osservata in mare e quanto posto a giustificazione di provvedimenti (a volte motivati più da questioni politiche che da esigenze di reale tutela dell’ambiente o di stock ittici), sono tutti fattori che esercitano un impatto estremamente negativo sul settore e che non aiutano a progredire verso la pesca sostenibile, unico obiettivo generale in grado di garantire un futuro al settore.

Un elemento critico in questo quadro è senza dubbio lo sfasamento temporale che esiste tra la registrazione dei dati in mare e l’emanazione di norme e misure che alla loro entrata in vigore possono non risultare più giustificate e rispondenti alla realtà della pesca e allo stato degli stock ittici. I tempi di raccolta ed elaborazione dei dati, della loro analisi nelle varie sedi scientifiche, della acquisizione delle valutazioni nelle sedi esecutive e politiche in cui si elaborano proposte e si adottano decisioni ed i tempi tecnici per la pubblicazione e l’entrata in vigore delle norme,  fanno si che intercorrano mediamente due anni tra la rilevazione di un problema e la misura per risolverlo. A quel punto lo stesso problema potrebbe essersi già risolto, o aggravato o aver cambiato caratteristiche e, di conseguenza, la misura per risolverlo. Come spesso è avvenuto,  tali misure risultano essere inadeguate o eccessive con una conseguente reazione negativa da parte delle imprese.

Tenendo conto anche di questi oggettivi problemi tecnici e procedurali è evidente come, ancora una volta, un approccio prudente e flessibile che porti alla identificazione di misure accettate ed attuabili  sia da preferire alla tendenza verso norme draconiane. Va ricercato un approccio attraverso un percorso virtuoso in cui trasparenza, dialogo, comprensione dei vari fattori in gioco, che porti alla costruzione di un complesso normativo efficace per assicurare la tutela ambientale, la rinnovabilità delle risorse ittiche  ed il loro razionale sfruttamento, ma anche la diffusione di quella figura di pescatore responsabile sulla cui necessità la FAO, con il suo codice di condotta, richiamava l’attenzione dei governi già 20 anni fa.

In estrema sintesi, si può affermare che le principali novità introdotte dalla riforma consistano nell’obiettivo del raggiungimento del MSY (massima cattura sostenibile) per tutti gli stock entro il 2015 o al più tardi entro il 2020, nel bando dei rigetti in mare (che in Mediterraneo riguarda le sole specie sottoposte a taglia minima di conservazione – di cui all’Allegato III del reg. 1967/2006 – e a limiti di cattura) e nella regionalizzazione (piani e proposte presentati da più Stati membri, adottabili per atto delegato dalla CE).

Gli obiettivi  MSY e bando rigetti vanno inseriti nei nuovi Piani di Gestione a Lungo Termine (LTMP), che  sostituiranno quelli per sistema di cattura ex Reg. Mediterraneo ( (CE)1967/2006). Collegato al nuovo Regolamento di base, anche il FEAMP  presenta diverse novità rispetto al FEP (Fondo Europeo per la Pesca 2007-2013), a partire dalla condizionalità di attivazione generale (piano strategico acquacoltura, piano azione piccola pesca, partenariato) a quello delle singole misure (in funzione della sovra capacità o meno del segmento di flotta rispetto alle risorse target).

Tutto ciò determinerà, almeno in Mediterraneo, dove non esiste il sistema TAC e Quote (con l’eccezione del tonno rosso) ma si gestisce lo sforzo di pesca, una piccola rivoluzione copernicana. Lo sforzo di pesca dovrà essere gestito all’interno di Piani di gestione formulati per il raggiungimento della MSY di stock o gruppi di stock, e quindi con l’obiettivo di ridurne la mortalità da pesca, considerato che dei circa 30 stock valutati in Mediterraneo la gran parte risulta sovra sfruttato. Da non sottovalutare, negli stessi Piani,  le complicazioni determinate dal bando dei rigetti. Purtroppo il calendario imposto da Bruxelles non consentirà di costruire il nuovo sistema partendo dalle fondamenta (i LTMP): mentre il Piano Operativo Unico Nazionale (FEAMP) sarà approvato entro pochi mesi, i nuovi LTMP richiederanno elaborazioni lunghe, a partire da MSY ancora oggi sconosciute per molte specie. Questi Piani di Gestione potranno essere formulati e proposti esclusivamente dalla CE ai co-legislatori (PE e Consiglio dei Ministri Pesca UE) dopo che la Commissione abbia provveduto a pubbliche consultazioni e alla valutazione di impatto ambientale. Quando i Piani di Gestione, dopo il trilogo, saranno approvati dai co-legislatori  e gli Stati membri potranno concordare proposte attuative comuni (anche attraverso la collaborazione del Consiglio Consultivo per il Mediterraneo –  MEDAC) che, se approvate dalla CE, potranno essere da questa direttamente accettate e pubblicate come Atti Delegati, come già avvenuto per i primi Piani di Gestione per il bando dei rigetti nella pesca dei piccoli pelagici. Non sarà quindi possibile partire dalle esigenze che scaturiranno dai LTMP per modulare le misure FEAMP in modo conseguente. La formula regionalizzata dei Piani di gestione dei rigetti o delle misure attuative dei LTMP risulta certamente più interessante sia per la gestione in scala di bacino condivisa tra più Stati membri, sia per la procedura più snella di approvazione attraverso atto delegato della CE. Le complicazioni connesse al necessario confronto tra stakeholders e Amministrazioni di diversi  Paesi trova nel MEDAC un utile sede di organizzazione, mediazione, sintesi ed elaborazione delle proposte, come si è già verificato per i primi piani di gestione dei rigetti. Per quanto fin qui sintetizzato è evidente che il sistema pesca europeo è oggi una sorta di cantiere aperto dove tutti i contenuti della recente riforma stanno per essere riversati, con difficoltà maggiori in Mediterraneo dove l’approccio “per stock” risulta essere più innovativo.  POUN, LTMP, Piani gestione rigetti, attualmente sono tutti in formulazione e sono tutti documenti di nuova generazione che dovranno ricercare il massimo consenso a diversi livelli, dagli SM a Bruxelles.

E’ questo il quadro normativo e procedurale attraverso cui poter e dover agire per portare la pesca europea verso i criteri della piena sostenibilità; un processo in cui  rientra anche una lotta sempre più efficace ai diversi tipi di pesca illegale che vengono effettuate ai danni dell’ambiente e dei pescatori regolari. Credo emerga chiaramente, da questo quadro sintetico,  come il quadro dei problemi da risolvere sia estremamente complesso, e come la politica comune della pesca sia estremamente strutturata e articolata nelle sue procedure decisionali.

immagine da www.strettoweb.com

Le uniche possibilità di decisioni rapide nell’ordinamento comunitario sono previste nei casi di misure di emergenza in caso di collasso di stock ittici, che possono essere adottate in via precauzionale anche in caso di mancanza di evidenze scientifiche, e nei poteri sostitutivi in caso di inadempienza degli Stati membri nella adozione di misure.

La via maestra della nuova strategia è comunque quella dei Piani di Gestione, che presenta ancora un tempo di elaborazione, approvazione ed avviamento che rischia di non essere brevissimo. Andando verso questa strada maestra, obbligatoria peraltro, è comunque lecito interrogarci, e continuare a lavorare, per un generale avanzamento del sistema pesca nazionale verso i criteri della PCP. E’ evidente che il settore dovrà adottare nuovi modelli gestionali e produttivi che saranno definiti nei LTMP, ed è anche chiaro che alcuni segmenti di flotta risultano tuttora sovra capacitari. La struttura delle filiere ittiche continuano ad essere lunghe e frammentate, con la parte produttiva che rappresenta l’anello più debole della catena e meno remunerato nella catena del valore dei prodotti ittici. Ancora troppi pescatori non hanno compreso che se le risorse ittiche si gestiscono in mare, il loro valore si genera nei mercati e le forme di diversificazione delle imprese ittiche verso di questi sono ancora troppo limitate.

Il pescaturismo è una nuova forma di attività turistica integrativa alla pesca artigianale regolamentata in Italia dal decreto ministeriale 13 aprile 1999, numero 293 (G.U. n. 197 del 23 agosto 1999) che consente di portare a bordo dell’imbarcazione da pesca turisti e mostrare l’attività di pesca professionale ed escursioni della costa

Forme di diversificazione delle imprese ittiche verso usi del mare “che consumano meno”, come il pesca turismo e l’ittiturismo,  seppure presentino numeri interessanti ed alte redditività, rappresentano soluzioni valide ma limitate a particolari contesti locali.

pesca del tonno rosso da www.agricultura.it

Va certamente fatto qualcosa di più per non lasciare che il settore vada incontro ad un progressivo declino per le difficoltà di adeguamento al nuovo quadro, considerato che il processo di contrazione della flotta è già molto avanzato. Basti pensare che a Mazara del Vallo, uno dei principali porti della nostra flotta peschereccia, delle 500 imbarcazioni che vi operavano appena dieci anni fa ne rimangono solo un centinaio, e che 7000-8000 posti di lavoro sono scomparsi, senza considerare l’indotto.

La flotta tonniera, per il piano di ricostituzione del tonno rosso, tra il 2006 e il 2013 si è ridotta del 77%. Per effetto della contrazione della flotta, tra il 2004 ed il 2013 il livello delle catture è passato dalle 288 mila tonnellate alle 172 mila, segnando una flessione pari al 41%. I ricavi hanno registrato una variazione negativa del 12% tra il 2012 e il 2013. A fronte della perdita collegata di posti di lavoro si osserva una preoccupante intensificazione delle attività di pesca illegale.

Un quadro drammatico nel quale la politica nazionale, che dovrebbe accompagnare e sostenere i processi di cambiamento imposti dalla PCP, sta praticamente sparendo per i tagli ripetuti delle dotazioni finanziarie ad ogni Legge di Stabilità che di fatto hanno lasciato l’ultimo Programma Triennale della pesca e dell’acquacoltura (2013-2015) interamente sulla carta. Una situazione con aspetti paradossali, in cui la pesca non ha ancora una cassa integrazione ordinaria, e non esiste alcun fondo di solidarietà e nessun piano assicurativo nazionale che intervengano in caso di calamità naturali o di incidenti in mare.

In  una fase particolarmente delicata, caratterizzata da forti cambiamenti ed esigenze di riorganizzazione e ristrutturazione  della filiera, il settore della pesca italiano avrebbe bisogno di essere governato con attenzione e non abbandonato esclusivamente alla sfera comunitaria che da parte sua rimanda agli Stati membri numerosi adempimenti e responsabilità. Anche questo preoccupante scenario, e i suoi sviluppo, giocherà un ruolo decisivo nel perseguimento della piena sostenibilità della nostra pesca e di uno sviluppo compatibile delle comunità costiere.

buonfiglioGiampaolo Buonfiglio
Presidente di AGCI Agrital e Presidente del coordinamento pesca dell’Alleanza delle Cooperative Italiane

 

 

 

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