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China vs US maritime power, una sfida in salita di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Cina, Stati Uniti d’America, Mar Cinese Meridionale, gap tecnologico

l’ascesa della flotta cinese

Alla fine del 2012 i leader del Partito comunista cinese avevano annunciato la necessità di diventare una “potenza marittima”, condizione necessaria per raggiungere gli obiettivi nazionali. Questa forte dichiarazione ha di fatto coronato oltre un decennio di sforzi che hanno visto la Cina sviluppare nuove strutture marittime e forze aeronavali sempre più idonee per affermare il dominio cinese nei mari orientali, ovvero il maritime power necessario per la sicurezza e affermazione del dragone rosso.

Nella visione di Pechino, il potere marittimo non deve essere limitato all’aspetto navale, ma comprende lo sviluppo di una guardia costiera sempre più efficace, una flotta mercantile e da pesca a livello mondiale, di una cantieristica navale qualitativamente riconosciuta a livello mondiale nonché della capacità di raccogliere o estrarre risorse economicamente importanti dai fondali marini e nel volume.

Di fatto, i leader cinesi hanno compreso che la Cina non potrà mai diventare una potenza marittima finché non sarà in grado di difendere la sua sovranità nei suoi interessi marittimi, gestendo ciò che definisce il “contenimento dal mare”. Le forze navali in gioco nell’area sono importanti ed interessano tutti gli SLOC (Sea Lines of Communication).

Rapporti tra Cina e Stati Uniti
Inizialmente la politica estera americana (prima del 2001) aveva ricercato di favorire  l’integrazione della Cina nella comunità internazionale in una visione di globalizzazione. Ciò cambiò con il presidente Obama, preoccupato della crescita del dragone e dalla sua presenza strategica sempre  più invasiva in Asia e in Africa. La neo politica del ex Presidente statunitense si basò sul rafforzamento delle alleanze con i partner marittimi asiatici (come Giappone e Corea del Sud), sull’aumento della presenza militare nel Pacifico (compensando la riduzione delle forze in Europa), e sull’incremento delle esercitazioni navali con i partner.   

Ovviamente gli Stati Uniti non avevano e non hanno alcun interesse ad andare in guerra per proteggere gli alleati per dispute legate ad un pugno di piccole  isole. I problemi, se mai, sono legati al controllo delle rotte marittime che vanno verso i porti degli Alleati  che potrebbero subire azioni di restrizione da parte cinese. Inoltre, lo stato latente di frizione fra Taiwan, Giappone ed altri alleati con la Cina potrebbe necessitare di un effetto deterrente per la stabilizzazione della situazione riducendo il rischio di futuri scontri, favorendo un ambiente geopolitico in cui uno sfruttamento cooperativo delle risorse sia più probabile.

DALIAN, CHINA – JULY 03: One of the two Type 055 guided-missile destroyers takes water at a shipyard on July 3, 2018 in Dalian, Liaoning Province of China. Type 055 is the newest generation of guided-missile destroyer in China. (Photo VCG)

Obama prese una posizione forte contro l’allargamento della cintura di sicurezza marina cinese comprendente le isole esterne (nine dots line), un allargamento non certo gradito anche ai paesi limitrofi. In uno scenario in rapida evoluzione sulla stampa statunitense specialistica furono ipotizzate anche azioni estreme come il blocco marittimo della Cina in caso di conflitto.

Come avevamo premesso, nel novembre 2012, il presidente Hu Jintao al XVIII Congresso del Partito comunista cinese dichiarò che l’obiettivo della Cina doveva essere lo sviluppo di una grande potenza marittima per difendere i diritti ed interessi marittimi cinesi (definiti in modo ampio ed elastico), lo sviluppo economico sul mare, i posti di lavoro nel settore marittimo, ed gli obiettivi in termini di sicurezza alimentare. Un affermazione ambiziosa che attirò l’attenzione degli Stati Uniti, in un certo aspetto buttando benzina sul fuoco. Dopo una tale dichiarazione, ci si sarebbe aspettati una rivalutazione della flotta statunitense, se non altro per venire incontro alle necessità logistiche e di manutenzione ma nulla cambiò, anzi la Flotta subì questa ristrettezza perdendo di efficienza. Un sacrificio solo particolarmente giustificato dalla crisi interna americana.

Che cosa è cambiato con il cambiamento trumpiano? 
L’amministrazione Trump, facendo fede a quanto promesso in campagna elettorale, ha dichiarato la volontà di portare gli Stati Uniti in una nuova direzione economica, i cui risultati avranno importanti ricadute sulla sicurezza globale. Di fatto gli americani stanno cercando solo di ritardare la perdita della loro leadership globale industriale, specialmente nel campo dei componenti elettronici. Una guerra fredda che si combatte  tra dazi e forniture … in attesa dello scontro per il controllo delle linee di comunicazione strategiche. Ma da parte di chi? Il rapporto tra Pechino e Washington, una delle relazioni bilaterali più sensibili per la stabilità orientale, ha raggiunto una tensione ancora maggiore rispetto agli anni della precedente amministrazione. Trump non sembra avere una visione ottimistica delle relazioni con la Cina. Le National Security Strategy di Obama (sia quella del 2010 che del 2015) avevano comportato un cauto approccio contenitivo dell’ascesa cinese, tentando di sviluppare un nuovo rapporto con Pechino. In pratica, Obama aveva cercato di trasformare la Cina in un partner strategico che non costituisse una minaccia per la cornice di sicurezza marittima del Pacifico degli Stati Uniti. Un tentativo forse ingenuo in un momento che vedeva Pechino stabilire basi logistiche avanzate anche in West Africa.

Questo approccio non è condiviso dalla attuale amministrazione che considera un fallimento il risultato derivante dalle precedenti strategie statunitensi, dimostrato dall’ascesa militare della Cina e della Russia.

Se vogliamo la National Security Strategy del 2017 di Trump mostra un approccio hobbesiano in cui i Paesi sono considerati come Stati avversari per ottenere un vantaggio reciproco. Il seguente testo, contenuto nel NSS 2017, cita: “These competitions require the United States to rethink the policies of the past two decades—policies based on the assumption that engagement with rivals and their inclusion in international institutions and global commerce would turn them into benign actors and trustworthy partners. For the most part, this premise turned out to be false.”

Il documento programmatico trumpiano contiene alcune importanti modifiche alle politiche precedenti:
–   ribadisce come le politiche precedenti abbiano dimostrato quanto sia errato imporre la way of life americana agli altri Stati;
–   la necessità di porsi come esempio per gli altri ma senza imporsi, applicando il “principled realism”, ovvero il rifiuto di qualsiasi azione influenzata da un’impostazione ideologica.

In estrema sintesi il “principled realism” dell’Amministrazione Trump si fonda su tre convinzioni:
– la pace e la sicurezza sono fondate sull’esistenza di Stati forti e sovrani, che rispettano i diritti dei loro cittadini nella sfera domestica e sono disponibili alla cooperazione in quella internazionale;
– esiste una interpretazione ciclica della storia (che si oppone alla teoria della pace democratica che aveva influenzato le precedenti presidenze). Questo processo evolutivo è multiforme, grava costantemente sui rapporti tra gli Stati, e non avviene più prevalentemente nella dimensione militare ma si realizza in tutti i campi, catalizzato dal progresso tecnologico;
–  l’azione del governo americano è fondata sulla certezza che l’avanzamento dei principi etici e politici degli Stati Uniti sia funzionale alla diffusione della pace e del benessere nel mondo.

Alla volontà di combattere i sistemi repressivi, mantiene un approccio di tipo regionale da affrontare con delle “long term challenges” trasversali che interessano le scelte politiche, militari ed economiche.

Ma arriviamo ai rapporti con gli attori maggiori, ovvero quelli in contrasto con gli interessi americani (Russia e Cina), gli stati canaglia (Iran e Corea del Nord) e reti  jihadiste (ISIS e al Qaeda) e organizzazioni transnazionali criminali che danneggiano attivamente gli Stati Uniti con il loro commerci illeciti (narcotraffico).

Per quanto sopra, dimenticando per ora il rapporto con la Russia, la Cina è quindi considerata la maggiore antagonista degli Stati Uniti dal punto di vista economico (a causa dei suoi bassi prezzi) e sta diventando la più importante minaccia militare nel medio-lungo termine. Secondo la NSS 2017 il suo sviluppo capacitivo militare ha lo scopo di interdire in futuro le rotte marittime di interesse per gli Stati Uniti ed i suoi alleati. La risposta statunitense è quindi una necessaria rivisitazione della flotta, colpevolmente abbandonata dall’amministrazione Obama che ne aveva posticipato le manutenzione e upgrade  causandone un importante degrado.

Questo gap di sviluppo è particolarmente sentito con la Russia che, pur non ricercando una marina di altura globale, sta dotando le sue nuove unità navali ed i sommergibili di armi letali competitive con i sistemi statunitensi. Questo non è ancora il caso per la Cina, il cui ritardo tecnologico è ancora limitante in un eventuale confronto, ma il programma cinese non fa dormire sonni tranquilli agli americani che forse hanno realizzato che i tempi sono cambiati e dovranno confrontarsi sempre più con un mondo multipolare a diverse velocità.

 

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