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Il mistero della corazzata Giulio Cesare – parte II

livello elementare

 

ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR NERO
parole chiave: Corazzata Giulio Cesare, sabotaggio, mina navale

 

 

Nell’articolo precedente abbiamo raccontato la storia della corazzata Giulio Cesare, una possente corazzata  italiana che aveva combattuto con onore in due guerre mondiali.  Al termine della seconda, nel caos dell’8 settembre, il suo equipaggio si era ammutinato per evitare il disonore di consegnarla al nemico, ed aveva sperato invano di riuscire ad affondarla ma il suo destino fu diverso. Confinata a Malta, dopo il rientro in Italia fu consegnata come tante navi italiane come preda di guerra alla Russia di Stalin.

Ciò avvenne anche contro il parere della commissione tecnica presieduta dall’ingegner della Difesa russa Malyšev che era sfavorevole alla sua acquisizione, ritenendo la nave di limitato impiego a causa del degrado di apparati e strutture in conseguenza della limitata manutenzione cui l’unità era stata oggetto dopo la guerra e della sua vetustà. Il parere di Malyšev non venne tenuto in considerazione da Stalin che pretese la nave per ragioni di prestigio diplomatico Fu così che la corazzata Giulio Cesare, consegnata in Albania ai Russi, il 15 febbraio 1949, raggiunse Sebastopoli ed il 5 marzo 1949 venne ribattezzata Novorossijsk ed inquadrata nella Flotta del Mar Nero.

L’affondamento del Novorossijsk
Il 29 ottobre 1955,  al rientro da un’esercitazione della flotta, si era ormeggiata alla boa numero tre del porto militare di Sebastopoli, quando avvenne un’esplosione violentissima a prua. La nave fu gravemente danneggiata ed incominciò ad imbarcare acqua da un larga falla. Gli interventi furono tardivi e non efficaci. La nave oscillò per l’ultima volta e si capovolse portando con se molti membri dell’equipaggio. Come abbiamo letto nel precedente articolo, l’inchiesta seguente evidenziò gli errori nell’ambito dei soccorsi e le responsabilità nelle operazioni di salvataggio del Comando ma non riuscì ad accertare una causa certa, ripiegando verso l’esplosione accidentale di una delle tante mine tedesche ancora presenti sui fondali del porto di Sevastopoli.

Un evento così importante non poteva non avere strascichi e le ipotesi incominciarono a prosperare sulla stampa dell’epoca; d’altronde eravamo in guerra fredda e per i lettori dei giornali, che avevano conosciuto la guerra, tutto era teoricamente possibile. Probabilmente chi sapeva tacque, altri ipotizzarono sulla base delle ipotesi proposte diverse teorie, più o meno fantasiose, ma tutte con un grado di effettiva possibilità. Le vedremo insieme  aiutati da una interessante analisi pubblicata da rusnavy.com.

Teoria A: l’attivazione di una mina della II guerra mondiale
La commissione di inchiesta scartò immediatamente la possibilità di un esplosione accidentale di un deposito munizioni. Se fosse avvenuto, la corazzata sarebbe saltata in aria innescando anche gli altri cinque incrociatori ormeggiati nella sua prossimità. L’inchiesta aveva appurato che i serbatoi dei depositi di carburante della corazzata erano praticamente vuoti. I marinai interrogati risposero con certezza che anche i proietti da 320 mm erano rimasti intatti. Esclusa una causa interna, che avrebbe potuto  far pensare ad un sabotaggio, restava solo quella esterna ovvero che l’esplosione che aveva causato la falla doveva essere avvenuta al di sotto dello scafo. 

L’ipotesi più probabile fu l‘innesco fortuito di una mina navale. Un evento probabile, perché nel porto di Sebastopoli, il ritrovamento di mine tedesche non era una rarità. Dopo la guerra tutti i porti e le rade del Mediterraneo erano stati bonificati dalle mine con l’aiuto di dragamine e squadre di sommozzatori addestrati a disattivare gli ordigni. Questo avvenne in tutti porti del Mediterraneo ma anche in Mar Nero dove, nel 1941, durante l’attacco tedesco contro Sebastopoli, l’aviazione e la marina tedesca avevano rilasciato in mare molte mine.

Dopo la liberazione di Sebastopoli, nel 1944, era avvenuta un’importante bonifica dei fondali fangosi seguita da ispezioni periodiche dei sommozzatori russi. L’ultima conosciuta avvenne nei primi anni ’50, ovvero poco prima dell’affondamento della ex corazzata italiana. L’ipotesi di una mina era quindi possibile e, di fatto, nel 1956-1958, furono rinvenute 19 mine tedesche  nella baia di Sebastopoli, di cui tre a meno di 50 metri dal luogo dell’incidente della corazzata. Considerando che queste mine avevano una carica di circa 1000 chilogrammi di tritolo la  generazione di una grande falla a prua poteva essere plausibile. Dai rapporti risulta che il comandante dell’unità, Kravtsov, aveva dichiarato che i bordi della falla erano piegati verso l’interno e che dalle caratteristiche della breccia (circa 60 metri quadri) l’esplosione doveva essere avvenuta all’esterno della nave. Questo era stato confermato anche dai sommozzatori. Inoltre, era stata dichiarata la presenza di una, forse due, grandi buche nel fango generate dall’esplosione.

Teoria B: attacco con un siluro
Un altra ipotesi sollevata fu che la nave fosse stata silurata da un sommergibile. Dall’inchiesta non emerse nulla che giustificasse un’esplosione dovuta all’urto di un siluro … ma dall’inchiesta emerse qualcosa di strano. Al momento dell’esplosione, le navi della Divisione della Difesa foranea, responsabili di proteggere l’entrata nella base, si trovavano altrove per cui quella notte non vi era nessuna sorveglianza attiva, le porte della rete anti sommergibile erano spalancate e gli idrofoni erano inattivi. Niente di più facile per entrare e colpire.

Per quanto sopra la base navale di Sebastopoli era indifesa. Teoricamente, un sottomarino straniero avrebbe potuto entrare nella baia, posizionarsi e lanciare un siluro, uscendo poi indisturbato. D’altronde eravamo in guerra fredda. La teoria appare fantasiosa ma non impossibile. La nave si trovava all’ancora in un fondale di 17 metri, troppo poco per permettere ad un battello convenzionale di penetrare ma un midget (mini sommergibile) avrebbe potuto avvicinarsi e lanciare. Ma di chi? Durante la guerra tedeschi e italiani ne avevano impiegato con successo molti modelli  … ma la guerra era finita.

Teoria C: un attacco di operatori subacquei italiani

Durante la guerra i sommozzatori italiani, i celebri gamma, avevano messo in ginocchio la flotta inglese sotto il comando del principe Junio Valerio Borghese, un anticomunista convinto, che si diceva avesse pubblicamente giurato, dopo che la corazzata era stata trasferita in URSS, di vendicare tale umiliazione.

Laureatosi alla Royal Navy Academy, il principe Valerio Borghese ebbe una brillante carriera da ufficiale sommergibilista nella Regia Marina italiana. Il primo imbarco le fece su un sommergibile impegnato nella guerra di Spagna. In seguito, ricevette il primo comando di sommergibile, frequentando un corso con la Marina tedesca nel Mar Baltico. Dopo il suo ritorno in Italia, Borghese ricevette il comando del sottomarino Scirè. Grazie all’abilità del Comandante il battello tornò alla base dopo ogni missione illeso. In seguito Borghese fu incaricato di creare la prima flottiglia mondiale di mezzi di sabotaggio navale che prese il nome X (Decima) dal nome della più valorosa legione romana. Il 18 dicembre 1941, gli operatori italiani, con i trasportatori subacquei di loro invenzione, chiamati siluri a lenta corsa o maiali, si introdussero segretamente nel porto di Alessandria e collocarono ordigni esplosivi sulla chiglia delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth. La distruzione di queste navi permise alla Regia Marina Militare Italiana di riprendere l’iniziativa per le attività di combattimento nel Mar Mediterraneo. Anche la “X flottiglia mezzi d’assalto” prese parte all’assedio di Sebastopoli, basandosi sui porti della Crimea. 

Dopo la guerra la componente navale dei mezzi subacquei dì assalto divenne dormiente, essendo vietata dalle regole di armistizio, ma negli anno ’50, dopo l’ingresso dell’Italia nella NATO, alcuni vecchi operatori ancora in servizio la rimisero insieme. Di altri si persero le tracce. Il livello qualitativo degli assaltatori italiani e dei loro mezzi rimase per anni imbattuto. Nulla di più facile per un sommergibile o una nave straniera rilasciare degli operatori subacquei ed effettuare l’attacco occulto al ex Giulio Cesare, utilizzando un mezzo di trasporto subacqueo o solo gli operatori gamma. Fattibile  tatticamente ma troppo rischioso politicamente.  Sarebbe sorto in ambito occidentale un imbarazzo notevole nel caso di cattura di uno degli operatori. Il video che segue mostra l’operato dei mezzi subacquei (SLC detti maiali) inventati dagli Italiani ma NON ha nulla a che fare con l’affondamento del Cesare.

La domanda che ci potremmo porre è a chi avrebbe giovato l’affondamento della vecchia nave?
In caso di scoperta degli operatori avrebbe suscitato grande imbarazzo politico in un momento in cui i rapporti tra le due Superpotenze erano tesissimi. Né all’Italia, paese fondatore della NATO, né agli Stati Uniti sarebbe convenuto. Da un punto di vista operativo, appare oltremodo improbabile che un sommergibile italiano abbia varcato i Dardanelli occultamente, beffando i servizi di controllo di ambo le parti nel collo di bottiglia più osservato del periodo. L’ipotesi di un mercantile potrebbe essere più probabile, d’altronde l’impiego di navi civili come base di attacco era stata sperimentata con successo durante la guerra con l’Olterra. Quella notte le difese sovietiche della base erano ai minimi termini e sarebbe stato facile penetrare, effettuare un minamento occulto e poi lasciare l’area. Ma eravamo in tempo di pace e comunque non in guerra con i Russi. Inoltre quegli uomini non erano più dei militari. Un rischio politico maggiore di qualsiasi altro.

Teoria D: sabotaggio da parte dei Britannici
Escludendo gli Italiani, gli unici che avrebbero potuto effettuare un simile sabotaggio erano i veterani della 12a Flottiglia delle Royal Navy, ovvero gli uomini di Lionel Crabb. Il comandante Crabb conosceva personalmente molti italiani della X MAS, ne aveva studiato le tattiche e le tecniche, e dopo la guerra aveva anche ricercato, anche se con scarso successo, una collaborazione diretta.

Nel periodo dell’evento del Novorossijsk, una divisione britannica stava conducendo manovre nel Mar Egeo e nel Mar di Marmara e questo fece nascere l’ipotesi di un azione effettuata da frogmen inglesi. Rimane però aperta la domanda precedente sul perché. In quel tempo giravano voci che la marina sovietica volesse modificare i cannoni di grosso calibro della nave per poter sparare proiettili con carica atomica. Il timore era che i Russi, in caso di un attacco dal mare, avrebbero potuto sparare proietti atomici sulla costa inglese da lunga distanza impiegando i cannoni del ex Cesare. Avrebbe potuto giustificare un azione di questo genere? Anche la teoria di un attacco da parte di sabotatori inglesi non appare costo efficace; sappiamo che in seguito i sottomarini russi furono dotati di missili con cariche nucleari sicuramente più efficaci dal punto di vista strategico di una vecchia lenta nave. Come sopra, potrebbe essere una buona trama per una spy story ma poco fattibile in una situazione di guerra fredda dove le dita erano appoggiate sul grilletto e sarebbe bastato poco per far scoppiare un olocausto.

Teoria E: un sabotaggio dall’interno
La rivista rusnavy.com cita la teoria di uno studente di scienze in ingegneria, Oleg Sergeev, secondo la quale la potente corazzata Novorossiysk fu fatta detonare da due cariche con un equivalente totale di TNT di circa 1.800 kg, collocate sul fondo del mare, poste in prossimità dei depositi munizioni di prua della nave.

Le esplosioni avvennero in breve successione, determinando il danno allo scafo che causò l’affondamento della nave. Ma chi avrebbe fisicamente eseguito il sabotaggio? Secondo Sergeev l’operazione potrebbe essere stata preparata e condotta dai servizi speciali interni, con la conoscenza ed approvazione della leadership del paese, a fine puramente politico. Sempre secondo l’articolo, nel 1993 gli attori di questo atto ignobile divennero noti; erano un Luogotenente dei servizi speciali russi e due sottufficiali che agirono come gruppo di supporto.

Verità o fake news?
Secondo questa teoria l’intrigo mirava a distruggere la leadership della Marina russa dell’epoca. 
Sergeev riporta che due anni dopo la perdita del Novorossiysk, al Plènum del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il premier russo Nikita Khrushchev affermò :
We were proposed to invest more than 100 billion rubles in the Navy and build old motor boats and destroyers armed with conventional artillery. We made a big effort to fight this, fired Kuznetsov… he turned out incapable of thinking and caring about the Navy, the defense. Everything needs to be evaluated in a modern way. We do need to build the Fleet, but, first and foremost, it has to be the submarine fleet, armed with missiles.”.

Un attacco diretto alla precedente dottrina dell’ammiraglio Kuznetsov, che era stato un fautore della politica navale sotto Stalin. Con la morte di Stalin, avvenuta nel 1953, Khrushchev assunse la direzione dello stato sovietico e annunciò profondi tagli militari. I piani per la costruzione di una nuova classe di portaerei, auspicata da Stalin,  furono fermati ritenendo che un attacco nucleare occidentale avrebbe eliminato le grandi navi. Al fine di bloccare definitivamente tali programmi doveva però essere minata la figura del comandante in capo della marina, l’ammiraglio Nikolai Kuznetsov. In qualche modo l’affondamento del Novorossijsk segnò l’inizio della riduzione su vasta scala della Marina sovietica. Le obsolete navi da guerra Sevastopoli e Rivoluzione di Ottobre, gli incrociatori Kerch e Ammiraglio Makarov, vecchi sottomarini, cacciatorpediniere e navi di costruzione prebellica furono rottamati dando quindi avvio alla costruzione della nuova flotta. L’affondamento del Novorossijsk sarebbe stato quindi necessario per avviare questo processo.

Commenti
Iniziamo con la teoria A. L’articolo citato tratto dalla rivista rusnavy.com fornisce cinque ipotesi interessanti, più o meno fantasiose, teoricamente possibili anche se poco probabili. Innanzitutto, si concorda che l’incidente possa essere avvenuto per lo scoppio di una mina tedesca. Sebbene la convenzione dell’Aia preveda che le mine navali si sterilizzino dopo un certo tempo dalla posa, questa clausola risultò da subito molto aleatoria. La tecnologia non forniva ancora i sistemi di sterilizzazione elettronica e tutto era legato alla durata delle batterie. Di fatto mine tedesche con batterie perfettamente efficienti furono ritrovate negli anni ‘90 nel Baltico, teoricamente ancora in grado di esplodere a seguito di un innesco magnetico o combinato. Il fatto citato dall’autore, che prima dell’esplosione la boa n. 3 era stata utilizzata più volte per l’ormeggio dal Novorossiysk (10 volte) e dalla corazzata Sevastopoli (134 volte) in diversi periodi dell’anno, vuol dire poco. Il sedimento sul fondo era fangoso e, a seguito di un movimenti dello stesso causati dalle eliche di una nave di passaggio o da una tempesta importante, la mina potrebbe essere emersa dal suo infangamento ed i suoi circuiti si sarebbero potuti riattivare. Un’altra possibile causa potrebbe essere che essa fu rilasciata ancora con le sue sicurezza e che queste, nel tempo, si siano alienate attivando poi accidentalmente i congegni della mina. Questi presupposti ovviamente non danno certezza ed il fatto che sul fondo furono ritrovati due grandi crateri profondi fa optare che la seconda esplosione avvenne per altri motivi. 

dragamine russo tipo 403

Per quanto riguarda le teorie B, C e D, esse avrebbero dovuto avere un supporto logistico importante sia dal punto di vista finanziario che operativo. Escludendo la possibilità di un intervento finanziato privatamente e tantomeno organizzato in ambito NATO, chi avrebbe mai investito in un’azione così delicata? Come giustamente viene sottolineato nell’articolo,” se gli americani avessero saputo del previsto atto di sabotaggio delle forze navali d’Italia o della Gran Bretagna, si sarebbero sicuramente opposti, poiché, in caso di fallimento, gli Stati Uniti avrebbero avuto difficoltà a liberarsi dalle accuse di aver ricercato una guerra.” In altre parole, in un momento storico in cui la Russia aveva appena acquisito la bomba atomica, effettuare un’incursione offensiva sarebbe stata una follia. In ultimo, la teoria del sabotaggio interno. Da un punto di vista tattico sarebbe stata fattibile ma avrebbe dovuto necessitare di una copertura politica complessa. Per quanto concerne, la teoria E, di un sabotaggio voluto dall’interno,  arrivare ad affondare una nave per cambiare una politica navale ci fa entrare nella fantapolitica. In quegli anni, caratterizzati da lotte interne per la guida dell’URSS, l’ufficio politico non avrebbe certo avuto bisogno di affondare una nave per modificare il programma di sviluppo navale.

Personalmente la teoria A, ovvero dell’esplosione di una mina, mi convince maggiormente sia dal punto di vista tecnico che di fattibilità. Fu probabilmente un insieme di condizioni sfavorevoli che portarono una mina,  tedesca, a restare dormiente per molti anni e poi a sbloccarsi a seguito dei movimenti del fondo dovuti alle eliche. Una volta scoperto e riattivato il circuito di allarme, avrebbe potuto dare il consenso  attivando il circuito di fuoco.

La seconda esplosione, qualora ci fu, potrebbe essere avvenuta per simpatia dopo l’esplosione della prima … anche se non è chiaro se le due esplosioni percepite a bordo  furono simultanee. A dar maggiore valore a questa tesi fu il parere di Jurij Lepechov, ufficiale ingegnere della corazzata Novorossijsk, che sostenne l’ipotesi della detonazione di una (o forse due) mine magnetiche tedesche sul fondo; ipotizzò anche che la mina causò la detonazione di un quantitativo di esplosivo presente nei doppi fondi della nave. Erano forse le cariche predisposte dagli Italiani per l’autoaffondamento e poi occultate da strati di lamiera?

In sintesi le tesi complottistiche di missioni effettuate da altri possono essere prese come appassionanti spy stories ma sono poco credibili.

La tesi complottistica
Per completezza, a luglio del 2013 un ex operatore gamma della Xa Flottiglia MAS, Ugo D’Esposito, nel corso di un’intervista, rilasciata al giornalista Luca Ribustini, rivendicò un preciso ruolo nel sabotaggio. Luca Ribustini nel suo libro “Il mistero della corazzata russa: fuoco, fango e sangue” ha ricostruito quella drammatica notte, le circostanze e il contesto storico e politico. Interessante è un documento del Ministero dell’Interno, pubblicato da 4arts, che nel gennaio del 1949 richiamava l’attenzione su un gruppo di ex componenti della X Mas decisi a compiere un’azione militare di vendetta verso l’affronto delle navi consegnate ai Russi. Da un punto di vista operativo, tutto potrebbe essere fattibile, ripensando alle azioni incredibili degli uomini della Xa MAS, ma un tale atto di guerra, in guerra fredda, avrebbe potuto causare un effetto valanga pericolosissimo dal punto di vista politico, e non sarebbe stato permesso dagli Alleati solo per accontentare il desiderio di vendetta per la consegna al nemico del Giulio Cesare.

Che cosa successe veramente quella notte?
Le tante ipotesi restano appese come la voglia di verità su quella tragica notte quando tanti poveri marinai morirono senza un perché nelle fredde e buie acque del Mar Nero, un verità che resta ancora lontana.

Li vogliamo ricordare con questa foto, scattata a quei ragazzi sul ponte della corazzata, quella vecchia signora dei mari che aveva visto due guerre mondiali ed aveva terminato la sua lunga carriera nelle oscure acque del Mar Nero. Probabilmente la maggior parte di loro perì a causa dell’imperizia di gestire l’emergenza da parte dei loro comandanti, Una brutta morte, imprigionati in pochi metri d’acqua tra le lamiere dello scafo capovolto. Una fine dolorosa che ricorda quella degli sventurati del Kursk, tanti anni dopo nel mare di Barents. Qualunque sia stata la causa riposino in pace.

 

 

Bibliografia
Wikipedia, articoli vari
Warship, ed. 2007 Conway (da pag. 139 a 152) di Stephen McLaughlin.
The Demise of the Battleship Novorossiysk: Five Theories di Sergei Karamaev  (trad. inglese)
Chi affondò la corazzata?  Corriere della Sera, 8 aprile 1992, p. 28. di Santevecchi Guido,
Italian battleship Giulio Cesare LINK
Il mistero della corazzata russa: fuoco, fango e sangue di Luca Ribustini

   

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