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Guerra e strategia nel Mediterraneo del Cinquecento – parte II di Emiliano Beri

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Ottomani, impero asburgico

The naval battle of Lepanto between the Holy League and the Turks in 1571 (oil on canvas) (detail) by Brugada, Antonio de (d.1863); Museu Maritim Atarazanas, Barcelona, Catalunya, Spain; Index; Spanish, out of copyright

Le caratteristiche del teatro bellico mediterraneo
Questo conflitto che ha avuto per baricentro il Mar Mediterraneo, ha avuto tratti caratteristici peculiari che derivano essenzialmente da due ordini di fattori. Il primo è legato al fatto che il teatro operativo principale sia stato il mare, ossia si sia trattato in primo luogo di un conflitto navale. E un conflitto navale che ha delle sue caratteristiche particolari:

– ha per teatro un spazio decisamente più aperto di quello terrestre. È uno spazio che non è completamente aperto, perché le rotte si sviluppano principalmente sotto costa e i passaggi obbligati non mancano, ma è molto più aperto di quello terrestre e quindi, ed è questo il secondo punto;

– è caratterizzato da una mobilità su ampi spazi decisamente superiore rispetto alla guerra terrestre, e a tempi di percorrenza decisamente inferiori. Ossia, la capacità di proiezione strategica della forza militare sul mare è superiore a quella sulla terraferma; o lo è, naturalmente, se si hanno gli strumenti necessari, e questi strumenti costano. Da qui il terzo punto;

– è caratterizzato da alti costi di gestione, e dalla necessità d’avere a disposizione un sapere specialistico come quello marittimo. Denaro e sapere marittimo non sono così diffusi nell’Europa del Cinquecento, tanto che la Spagna coopta il sapere e il denaro dei genovesi perché le sue risorse non bastano. Ma il denaro non serve solo per la componente navale della guerra, ossia per costruire navi e armare flotte, serve anche per un altro elemento centrale nella guerra Mediterraneo: le piazzeforti. Perché i presidi, le basi navali, i punti di appoggio vanno protetti con moderne fortificazioni (siamo nella rivoluzione militare, l’arte fortificatoria cambia, e quella nuova, la trace italienne, costa).

Qui passiamo al secondo ordine di fattori che caratterizzano la guerra nel Mediterraneo: la stretta connessione e commistione tra mare e terra. È un mare chiuso tra terre che si insinuano al suo interno, che lo tagliano, delimitandone i settori. Per cui il rapporto mare-terra, flotta-porto è centrale. Le flotte si muovo spesso per “un’impresa”, ossia uno sbarco, la conquista di una piazzaforte o di una città, o di un’isola, o per dare l’assalto ad una regione. Oppure si muovono per evitare l’impresa del nemico, per evitare che sbarchi, che conquisti una piazzaforte o un’isola. 

La strategia spagnola: la prima fase della guerra (fino al 1554)
Questi fattori condizionano, naturalmente, lo sforzo bellico spagnolo, determinando la natura delle strategie che gli uomini di Carlo V e Filippo II elaborano (non senza dibattito) e pongono in essere. Possiamo porre l’accento su alcuni elementi cardine che hanno determinato, nel corso del conflitto, l’elaborazione strategica ispano-asburgica-italiana e quindi le linee guida dello sforzo bellico spagnolo. In primo luogo il contesto generale. Durante il conflitto il contesto generale muta ponendo la Spagna di fronte a problematiche sempre nuove. 

fig. 4

Prima fase (fig. 4). La guerra inizia come un conflitto limitato, avente per oggetto il controllo della costa nordafricana; poi avvengono tre fattori che producono un incremento di scala:

– la spinta ottomana verso ovest nei Balcani e in Nord Africa; 

– la formazione dell’Impero ispano-asburgico di Carlo V (con l’Italia e il Sacro Romano Impero) che porta la Spagna allo scontro diretto con l’Impero ottomano;

– l’alleanza franco-ottomana che espone al pericolo di invasione l’Italia meridionale (salvata dalla presa di Tunisi), o quantomeno il baricentro dell’Impero.

In questa prima fase il soggetto riferimento i costruttori di strategia ispano-asburgici è Andrea Doria. La sua linea di azione emerge con chiarezza dai documenti. È quella della “piccola flotta” e della “diversione”: bisogna puntare non sulla grandezza della flotta (costerebbe troppo avviare una corsa agli armamenti con gli ottomani) ma sulla qualità. Le battaglie vanno affrontate solo in casi eccezionali con un’evidente stato di superiorità, altrimenti vanno evitate perché non bisogna mai correre il rischio di perdere la flotta.

La battaglia di Corone del 1533, ad esempio, viene vinta dal Doria in inferiorità numerica ma in condizioni di superiorità qualitativa. Se il fattore qualitativo è in equilibrio diventa il numero l’unico elemento da valutare per dar battaglia. Con la nomina di Barbarossa a gran ammiraglio (1533) la qualità si riequilibra. La superiorità numerica era fuori dalle possibilità della Spagna, da sola, tanto che da questo momento in poi le uniche due battaglie, cercate e combattute, sono quelle che hanno per protagoniste le flotte delle Leghe ispano-veneziane – Prevesa (1538) e Lepanto (1571) – perché solo Venezia e Spagna assieme possono mettere in mare un numero di galee uguale o superiore a quello della flotta ottomana.

Le strategie per le campagne (che si svolgono nella buona stagione) vengono elaborate sulla base delle informazioni raccolte durante i mesi di inattività sugli obiettivi ottomani per la buona stagione a venire. Le problematiche principali con cui l’elaborazione strategica spagnola deve fare i conti sono tre: la flotta ottomana, i corsari barbareschi (ossia le flottiglie di Algeri) e la Francia. La strategia deve tenere conto della necessità di contrastare entrambi. Le azioni diversive (che sono offensive sotto il profilo operativo ma difensive sotto quello strategico) vanno condotte flotte snelle (30-40 galee), agili e veloci, in grado di colpire e logorare la grande flotta ottomana (80-100 galee) senza accettare battaglia, ossia superandola in agilità e rapidità operativa (ad esempio: nel 1537 il Doria logora la flotta del Barbarossa che sta assediando Corfù con una squadra di 28 galee, costringe il Barbarossa a dividere le sue forze per dargli la caccia e colpisce ripetutamente i suoi convogli di rifornimento). Le imprese contro le città del Nord Africa vanno tentate e portate a compimento in una breve finestra di tempo all’inizio della buona stagione, prima che la flotta ottomana (che sverna tra Bosforo e Dardanelli) possa arrivare a soccorrere la città assediata sorprendendo quella spagnola e costringendola a battaglia in inferiorità numerica (è quanto accaduto a Gerba nel 1560). L’elaborazione della strategia per la campagna del 1532 è un esempio perfetto che ci mostra come questi principi si concretizzino in un’operazione di diversione ad ampio raggio. Il processo decisionale si sviluppa inizialmente attraverso l’interazione tra due poli: la corte itinerante di Carlo V e Genova, dove risiede Andrea Doria.

Si sviluppa in relazioni agli avvisi e alle informazioni che arrivano sia da Costantinopoli (soprattutto via Venezia) sia da Algeri (per varie vie). I tempi di viaggio delle informazioni e di interazione tra i due poli decisionali sono lunghi, le risorse necessarie per organizzare la campagna sono distribuite su spazi molto ampi (devono arrivare: argento da Barcellona, rifornimenti dalla Sicilia e dalla Sardegna e galee da diversi porti dell’Italia) ma la pausa invernale delle operazioni permette una perfetta pianificazione, mano a mano che le informazioni, inizialmente contraddittorie, danno progressivamente corpo ad un quadro generale coerente. Il quadro che via via prende forma grazie all’intelligence è quello della preparazione di una campagna ottomana di terra nei Balcani; la flotta ottomana resterà quindi sulla difensiva e sarà più debole delle altre volte. Barbarossa con i suoi corsari non si unirà alla flotta ma opererà come di consueto scorrerie contro le coste spagnole e italiane. La Francia potrebbe tentare l’impresa di Genova se la flotta di Andrea Doria dovesse muoversi verso Oriente. Il Doria decide quindi di allestire una flotta di 40 galee (facendosene finanziare 9 dal Papa, per risparmiare), impegnando le squadre di Genova, di Napoli e di Sicilia per un’azione diversiva nel Mar Ionio, contro Corone e Patrasso, piazzeforti della Grecia ottomana, già veneziane, ottimi punti di appoggio per eventuali azioni diversive verso Istanbul. L’azione diversiva ha lo scopo di alleggerire la pressione ottomana nei Balcani contro il confine orientale dell’Impero. La squadra di Spagna (con base a Barcellona) deve rimanere nel Mediterraneo occidentale per contrastare i corsari e coprire Genova dagli appetiti francesi. La campagna avrà esito positivo. La flotta ottomana, che si trovava nello Ionio, alla notizia dell’arrivo del Doria si ritira verso Istanbul, nonostante sia in superiorità numerica (ma non lo era in merito alla qualità). Il Doria conquista Corone e Patrasso.

fig. 5

Le strategie spagnole: la seconda fase della guerra (1554-1581)
Seconda fase (fig. 5). Dopo l’abdicazione di Carlo V l’impero ispano-asburgico viene diviso tra Filippo II, figlio di Carlo e re di Spagna e Ferdinando, fratello di Carlo e nuovo imperatore. La Francia esce di scena, con la pace del 1559 e poi con le guerre di religione che la dilaniano. Il quadro generale muta perché gli strateghi spagnoli non si preoccupano più del fronte balcanico, non essendo più coinvolto in esso il loro sovrano, e non si preoccupano più della Francia. L’attenzione si concentra completamente sul Mediterraneo, ed in particolare sul Nord Africa, e sul controllo di Tunisi, Algeri (e anche Tripoli). L’assunto è sempre lo stesso: le imprese in Nord Africa vanno tentate in modo e maniera tale da evitare che la flotta ottomana, in arrivo dal Levante, sorprenda le forze spagnole impegnate nell’assedio. La condizione di guerra permanente sul mare porta ad una sorta di corsa agli armamenti, le flotte ottomana e spagnola iniziano a crescere numericamente, prima lentamente, poi a partire dal 1560-62 in modo più accentuato. La corsa agli armamenti è provocata in primo luogo dagli spagnoli, che cercano di ridurre il gap quantitativo rispetto agli ottomani, senza riuscirsi perché alla crescita della flotta spagnola quella ottomana risponde con una crescita ulteriore.

Perché gli spagnoli decidono di abbandonare la strategia della piccola flotta e della diversione che era stata portata avanti per decenni da Doria? La spiegazione sta in uno shock e in un’illusione, che agiscono sinergicamente. Lo shock è la battaglia di Gerba (isola della Tunisia meridionale). La flotta spagnola (48 galee e decine di navi da trasporto) aveva svernato qui e ne aveva fatto una base (con fortezza) per tentare nella primavera successiva l’impresa di Tripoli. La flotta ottomana (84 galee) arriva prima del previsto e sorprende la flotta spagnola, numericamente inferiore. Gli spagnoli perdono 30 delle 48 galee. La sconfitta viene letta come sintomo che l’inferiorità numerica rispetto alla flotta nemica va se non colmata, almeno ridotta. Viene quindi avviato un programma di ricostruzione della flotta secondo ordini di grandezza superiori a quelli precedenti. L’illusione è Lepanto (1571).

fig. 6

La flotta ottomana, enorme, viene annientata, solo una quindicina di galee si salvano, le altre 200 vengono catturate o affondate. La Spagna può riarmare 40 delle galle catturate, portando la sua flotta a 130 unità. La potenza navale ottomana sembra annienta. Ma la disillusione arriva presto. Nella primavera del 1572 gli ottomani mettono in mare 160 galee e impediscono alla flotta della Lega di riprendere Cipro. Nel 1574 ha di nuovo oltre 200 galee. Negli anni successivi gli spagnoli si rendono conto che non possono colmare il gap, e che tenere armata una flotta di 130 galee è un inutile spreco di risorse, per cui iniziano a ridurne le dimensioni (anche perché nel 1581 Spagna e Impero ottomano raggiungono un accordo armistiziale) (fig. 6).

Navi o galee?
Quale tipologia nautica è la protagonista di questo conflitto? L’avete già intuito perché l’ho citata più di una volta: la galea. Perché è lei la protagonista? Sappiamo che la storiografia navale – mi riferisco in primo luogo a quella anglosassone e nordica, con alcuni italiani (soprattutto contemporaneisti) che le sono andati dietro – guarda allo sviluppo della nave in età moderna come al futuro, alla modernità navale, perché solo la nave permetterà lo sviluppo della potenza di fuoco. La galea invece è considerata un retaggio del passato, un bastimento anacronistico per l’età moderna, come anacronistiche sono le realtà che continuano a farvi ricorso. Sappiamo che Lepanto (1571) viene spesso presentata come l’ultima battaglia tra galee, quasi che sia un atto di chiusura di un’epoca passata che finalmente lascia il posto alla modernità fatta di navi irte di cannoni. Il Mediterraneo del Cinquecento era quindi un ambiente retrogrado, sclerotizzato sull’utilizzo di una tipologia navale antiquata? O ci sono dei motivi per cui le genti del Mediterraneo puntavano soprattutto sulla galea per combattere. Intanto vediamo di capire se il Mediterraneo era retrogrado, ossia era indietro rispetto alle potenze oceaniche. Abbiamo detto che il la flotta spagnola era sintesi del navale iberico e di quello genovese. Orbene, il navale genovese nel Quattrocento era evoluto all’insegna del binomio nave e galea (fig. 7).

fig. 7

La comparsa della nave nella guerra sul mare, ossia come unità inserita nelle flotte da battaglia, è una novità quattrocentesca (o al limite tardo Trecentesca), e i genovesi ne sono protagonisti. Le flotte da battaglia genovesi del Duecento e del Trecento erano formate da galee. Ma nella battaglia di Bonifacio (1410), in quella di Ponza (1435) e in quella del Bosforo (1453) già le navi sono protagoniste. E nel corso del tardo Quattrocento e del Primo Cinquecento le testimonianze di flotte miste non mancano. Le vediamo qui: la flotta che ha soccorso Otranto nel 1482 (o riunita per soccorre Otranto l’anno precedente); la flotta genovese che affronta quella francese di Luigi XII (primo Cinquecento); la flotta di Andrea Doria impegnata nella presa di Corone (1532). Ma già a Corone le navi sono protagoniste della presa della fortezza, ma non fanno parte della squadra da battaglia. Doria ne ha noleggiate quasi 40 per fornire supporto logistico alle sue 40 galee. Sono le galee la squadra di battaglia. Il motivo è di ordine tattico, ed emerge dai documenti. Le esperienze del tardo Quattrocento e del Primo Cinquecento avevano evidenziato come le flotte da battaglia formate da galee e navi avessero difficoltà ad operare, per problemi di coordinamento. Navi e galee erano troppo diverse per operare assieme. L’unica battaglia combattuta nel Cinquecento tra navi e galee assieme, la Prevesa (1538), lo conferma. Qui la flotta della Lega ispano-veneziana è superiore per numero alla flotta del Barbarossa, ma quest’ultima è formata solo da galee e galeotte, mentre il Doria galee e navi, molte navi. Ed è proprio la difficoltà di far operare navi e galee insieme che permette al Barbarossa di cavarsela e di strappare un pareggio (che alla luce della superiorità numerica viene visto come una sconfitta da veneziani e spagnoli). Quindi le flotte omogenee in battaglia operano decisamente meglio di quelle miste. Perché quindi non usare solo navi e mettere da parte le vecchie ed inutili galee. Perché nel Mediterraneo le cose stanno diversamente rispetto a quanto accade negli oceani.

Qui, nel Mediterraneo, la galea è (ancora) meglio della nave come capital ship, come bastimento da battaglia. La nave ha dalla sua un maggior numero di cannoni e un maggior raggio d’azione rispetto alla galea. Ma i cannoni sono, nel Cinquecento, ancora di piccolo calibro rispetto a quelli, in minor numero, che la galea ha a prora. Il raggio d’azione maggiore è un vantaggio relativo in un teatro operativo ricco di porti e approdi come il Mediterraneo. Viceversa la nave ha dei svantaggi capitali nel Mediterraneo. Dipende dal vento: e le flotte operano nella buona stagione quando bonacce sono frequenti. È poco adatta alla navigazione sotto costa: e la guerra navale mediterranea ha come ambiente operativo principale proprio il sotto costa, ossia le acque a ridosso delle coste. Più volte gli ammiragli spagnoli e genovesi sottolineano le qualità della galea, la sua flessibilità operativa, una flessibilità che le è conferita dal basso pescaggio e dal fatto di aver “piedi e ali”, ossia remi e vele, di poter navigare sia grazie al vento (e la galea lo fa ogni qualvolta ve n’è la possibilità, per risparmiare i rematori) sia grazie ai remi quando il vento è sfavorevole, quando manca del tutto, o quando la necessità di manovrare in spazi stretti impedisce di sfruttare le traiettorie obbligate della navigazione a vela.

emiliano beriProf. Emiliano Beri
NavLab – Laboratorio di Storia marittima e navale
CEPOC – Centro interuniversitario di studi “Le Polizie e il Controllo del Territorio” 
DAFiSt – Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia Università degli studi di Genova Via Balbi 6 – 16126 Genova
Emiliano.Beri@unige.it

Bibliografia essenziale:

Braudel, Civiltà e Impero del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi 1986

Pellegrini, Guerra santa contro i turchi. La crociata impossibile di Carlo V, Il Mulino 2015

Pacini, «Desde Rosas a Gaeta». La costruzione della rotta spagnola nel Mediterraneo occidentale nel secolo XVI, F. Angeli 2013

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