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Megalodonte, il mostro degli abissi

Reading Time: 5 minutes

livello elementare 
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ARGOMENTO: BIOLOGIA MARINA
PERIODO: 28 milioni di anni fa – estinzione circa 2,6 milioni di anni fa
AREA: na
parole chiave: megalodonte

 

Megalodonte tra leggenda e verità
Nonostante periodicamente qualcuno affermi di aver individuato una sua possibile presenza negli abissi degli oceani, per ora l’esistenza in vita del megalodonte è ancora ritenuta una favola metropolitana … Cosa sappiamo di questo grande predatore ormai estinto?

Andiamo con ordine, facendo un passo indietro di milioni di anni quando il gigantesco squalo megalodonte (Carcharodon megalodon) regnava quasi incontrastato nei mari. Essendo formati principalmente da cartilagine, la maggior parte dei loro corpi non si è  fossilizzata per cui esistono ancora molti dubbi sulla sua reale struttura. La prova della sua esistenza risale principalmente ai ritrovamenti dei suoi denti nei giacimenti fossili.

Habitat
Milioni di anni fa, questo squalo gigantesco viveva nelle acque calde della Terra. L’animale odierno che sembra più simile a lui è il grande squalo bianco anche se … le dimensioni calcolate non sono comparabili fra le due specie. I primi esemplari sembrano essere apparsi nel tardo Oligocene, circa 28 milioni di anni fa per poi estinguersi circa 2,6 milioni di anni fa. Fu il naturalista svizzero Louis Agassiz a dargli, nel 1843, il nome attuale, Carcharodon Megalodon, basato sul ritrovamento di quei enormi denti, attribuiti in precedenza ad animali mitologici come i draghi. Gli zoologi moderni ritengono che possa essere considerato  un membro della famiglia Otodontidae, del genere Carcharocles, in contrapposizione alla precedente classificazione che lo vedeva invece parte dei Lamnidae, per il genere Carcharodon

Un tempo si pensava che il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) e il megalodonte fossero specie vicine. Dall’osservazione delle caratteristiche dei denti ritrovati nei giacimenti fossili, questa vicinanza sembra non essere confermata. La nuova classificazione è dovuta al fatto che i denti del Megalodonte sono più simili allo squalo Isurus hastalis che a quelli del grande bianco, come evidenziato dalla struttura  della sua dentizione. Di fatto i denti del megalodonte avevano dentellature molto più sottili dei grandi denti dello squalo bianco.

Un antenato comune?
Si pensa che possa essere esistito un antenato comune, lo squalo (Isurus spp.), intorno a quattro milioni di anni fa. Sebbene questa teoria sia ancora molto dibattuta, nel 1980, il Megalodonte è stato assegnato al genere dei Carcharocles. Ma non è finita. Senza entrare troppo nelle dispute dei zoologi, una nuova teoria afferma che il genere Carcharocles potrebbe anch’esso non essere valido, assegnando  invece l’antico squalo al genere Otodus, con il nuovo nome di Megalodon Otodus.

Il nome megalodonte si traduce in “dente grosso”, dal greco antico: μέγας (megas) ovvero grande, potente e οδόντος (odontús), per dente’. In seguito, in ambiente scientifico, fu chiamato semplicemente “Megalodonte”. Non avendo scheletri fossili completi, vogliamo immaginarcelo come un enorme squalo bianco. Per dare un’idea delle sue dimensioni, mentre il grande bianco oggi raggiunge mediamente delle dimensioni comprese tra i quattro ad oltre i  sei metri di lunghezza, il megalodonte aveva  delle dimensioni decisamente maggiori, comprese tra  i dodici ed i ventuno metri.

Distribuzione ed abitudini
Probabilmente il più grande pesce carnivoro mai esistito sulla Terra, i suoi denti sono stati ritrovati in Africa, Nord America, Sud America, India, Australia, Giappone ma anche in Europa. Un pesce cosmopolita, come il bianco, che doveva però preferire le acque calde del pianeta. La sua esistenza ebbe probabilmente un profondo impatto sulla struttura delle comunità marine. Probabilmente bersagliava grandi prede, come balene, foche e tartarughe giganti ma non doveva disdegnare anche pesci minori. I giovani, come i bianchi attuali, probabilmente si avvicinavano alle acque costiere dove si nutrivano di piccoli cetacei e foche. Da adulto, in alto mare, la sua dieta doveva essere piuttosto varia e non doveva disdegnare la predazione di cetacei di maggiori dimensioni come le balene.

Segni di morsi di questo gigantesco squalo sono stati ritrovati sulle vertebre di antichi cetacei. I suoi grandi denti, robusti e spessi, sembrano fossero particolarmente adatti per afferrare le prede e romperne le ossa. E’ stato calcolato che le sue grandi mascelle potevano esercitare una forza mostruosa, stimata intorno  a 182.200 newton, in grado di stritolare le balene. 

Probabilmente non aveva competitori tra i pesci ma era sicuramente in competizione con i grandi cetacei carnivori come gli antenati delle orche assassine Orcinus citoniensis e il Livyatan melvillei.

I resti fossili di megalodonti sono per la maggior parte i grandi denti, le vertebre centrali e … ed i loro coproliti. Come tutti gli squali, lo scheletro era infatti formato da cartilagine piuttosto che da ossa per cui la maggior parte degli esemplari fossili sono scarsamente conservati. Sono state trovate alcune vertebre fossili. L’esempio più notevole è una colonna vertebrale parzialmente conservata di un singolo esemplare, ritrovata nel bacino di Anversa, Belgio, nel 1926 che ne richiama le grandi dimensioni. Un’altra colonna vertebrale parzialmente conservata è stata ritrovata nel 1983 nella formazione Gram in Danimarca.

Ma perché scomparvero?
Alcuni pensano che la loro estinzione sia stata dovuta a variazioni significative delle temperature delle acque, associate all’abbassamento dei livelli del mare. La conseguente riduzione della biodiversità degli animali e della loro distribuzione probabilmente comportò la riduzione delle loro fonti di cibo. Di fatto, a meno di una nuova scoperta, il megalodonte si estinse veramente milioni di anni fa. Gli scienziati moderni ritengono che se ne esistessero ancora degli esemplari, si dovrebbero poter trovare dei denti recenti come avviene per altri squali. Ogni dente ritrovato fino ad oggi, appartenente a questa specie, è infatti molto antico.

E se esistessero ancora negli abissi?
Al di là delle storielle televisive non ci sono fatti attendibili sulla possibilità di una loro sopravvivenza. Durante il XX secolo ci furono avvistamenti di grandi squali, attribuiti ai megalodonti, descritti con misure improbabili dai 10 ai … 90 metri. Tuttavia a questi “avvistamenti” non seguirono prove sostanziali.

Tra i più celebri i rapporti sul ritrovamento di denti di megalodonte quelli del HMS Challenger, avvenuti nel 1873, all’epoca stimati in un periodo dagli 11,000 ai 24,000 anni (geologicamente molto vicini). La stima fu però effettuata solo sulla loro colorazione biancastra. In seguito furono confutati dalle analisi chimiche che provarono che la loro conservazione era legata ad uno spesso strato naturale di biossido di manganese che li aveva di fatto preservati durante la fossilizzazione. L’ipotesi che potrebbero esisterne degli esemplari nelle profondità abissali è quindi poco probabile.

Meglio quindi ricercarli in qualche buon libro fantasy dove tutto è possibile. 

Consigliato: immergetevi in questo bel libro di Aaronne Colagrossi, tra i best seller di Amazon e-book 

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