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Video: L’avventura del cinema sott’acqua, la seconda guerra mondiale e la rivoluzione dell’erogatore Cousteau-Gagnan – parte I di Marina Cappabianca

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: NA
parole chiave: cinematografia, underwater filming

 

Gli uomini che ricordiamo per aver fatto la storia del cinema subacqueo sono quelli che hanno saputo lasciare un segno del loro passaggio. Questo non significa che quelli rimasti nell’ombra siano stati meno importanti. 

Il film francese L’Odyssée, uscito recentemente anche in Italia su varie piattaforme televisive ma non in sala, malgrado il soggetto e il bel cast… e questo la dice lunga sulle scelte della nostra distribuzione, racconta un Jacques Cousteau a luci e ombre, un pò diverso dal mito celebrato dalla storia della cinematografia subacquea. Un segno del mutare dei tempi anche questo: in un’intervista il regista Jérôme Salle dichiara di voler far conoscere il grande esploratore alle nuove generazioni, ma quello che ne esce è il ritratto di un uomo pieno di contraddizioni, un pò opportunista e megalomane, pronto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, pieno di sogni grandiosi e romantici e di altrettanto grandiosi, e meno romantici, debiti.

Se le nuove generazioni alle quali si rivolge Salle avranno comunque almeno sentito parlare di Jacques Cousteau, se dal suo accanimento a perseguire un obiettivo avranno in qualche modo tratto anche loro una maggiore conoscenza del pianeta su cui vivono, quasi certamente sanno poco o nulla dei due coprotagonisti della storia subacquea di Cousteau, sui quali nemmeno il film in verità getta una gran luce: Philippe Tailliez e Frédéric Dumas, due figure non meno importanti del Comandante Cousteau ai fini della nostra storia, ma rimaste troppo spesso nella sua ombra.

Jacques Cousteau, le commandant, et l’equipe
Cousteau era, in effetti, quello che gli anglosassoni definirebbero a man with a vision, era uno con le idee chiare, insomma. La cinepresa faceva parte della sua visione da sempre.

A 12 anni aveva già una Pathé 9 millimetri che lo accompagnerà fino alla gioventù. E poiché erano anni in cui un oggetto dei desideri, quando lo si otteneva, durava anni e anni, Jacques sapeva smontarla, pulirla, studiarne i meccanismi e alla fine rimontarla, magari modificandola in base alle proprie necessità. Da adolescente è autore di brevi e gustosi melodrammi – tutt’oggi conservati nel suo vasto archivio – nei quali recita quasi sempre la parte del cattivo. 

Jacques Cousteau

Entrare in Marina faceva altrettanto parte della visione. Voleva girare il mondo, questa era forse la molla che lo spingeva verso quella scelta: lo farà già a ventidue anni a bordo della nave scuola Jeanne D’Arc con la cinepresa sempre con sé.  Sosteneva che quello strumento tra le mani lo aiutava a superare la timidezza, ma nelle immagini che lo ritraggono nei molti luoghi che visita appare sempre con uno sguardo aperto, quasi seducente, tutt’altro che timido. In realtà  era parte della visione diventare un pilota dell’Aeronautica Navale, ma questo sogno andrà in frantumi nel 1935 in un incidente automobilistico nel quale riporta 27 fratture e resta con un braccio semi paralizzato.

Non importa, Jacques sembra avere un’altra caratteristica vincente, quella di saper cogliere le occasioni e di trasformarle in opportunità. Trasferito alla base navale di Tolone, nel sud della Francia, incomincia un periodo di riabilitazione che prevede molte ore di nuoto. Questo è fin qui il rapporto di Cousteau con il mare: nuotare. E lo fa bene, malgrado il fisico dall’apparenza esile. Ha una grande resistenza e mira caparbiamente a incrementarla.

Philippe Tailliez

Ma sott’acqua non ha guardato mai. Fin quando incontra Philippe Tailliez, tenente di vascello sul Condorcet, la corazzata alla quale è stato assegnato. Fin quando in una delle solite nuotate nelle acque di Le Mourillon non prova a indossare gli occhialetti Fernez che Tailliez gli presta per evitare che il sale gli tormenti gli occhi – questo il suo pensiero – ma con quella specie di maschera ha la sua prima visione cinematografica del mare: due mondi che improvvisamente convivono abbracciati in uno stesso sguardo. Il lungomare di Le Mourillon, con la gente che passeggia e gli autobus che passano, quando inspira e foreste verdi e brune sotto di sé sorvolate da pesci mai visti vivi, quando espira.

Tailliez è un bravo pescatore subacqueo, ben attrezzato per gli standard dell’epoca: ha pinne di caucciù, del tipo brevettato pochi anni prima da de Corlieu, un ex ufficiale di Marina, e oltre agli occhialetti usa un tubo di gomma ricurvo – un pezzo di manichetta da giardino – per respirare senza sollevare la testa dall’acqua. E’ lui che avvia Cousteau alla scoperta del mare, proprio come Guy Gilpatric aveva impartito i primi rudimenti a Hans Hass. A differenza di Gilpatric, però, Tailliez continuerà a condividere gran parte delle avventure di Cousteau. 

Non solo, sarà lui, due anni più tardi, a incontrare nelle stesse acque della Francia del sud un’altro straordinario “uomo pesce” che farà parte dell’inseparabile trio: Frédéric Dumas. Furono questi straordinari personaggi, “Les Trois Mousquemers”, i tre moschettieri del mare, nelle parole scherzose di Tailliez, che porranno le basi della subacquea odierna. Oltre a raccontare il mondo sottomarino come nessuno aveva mai fatto. Naturalmente le loro prime incursioni sotto il pelo dell’acqua sono all’insegna della caccia subacquea. Come già per Hans Hass e i suoi amici, e senza dubbio per tutti coloro che praticavano l’apnea in quegli anni, scoprire il mare equivaleva a dischiudere un’inesauribile dispensa, tanto più preziosa quanto più ci si avvicinava alla guerra. Dumas, Didì per gli amici, è di gran lunga il migliore come pescatore in apnea.  E’ agile e vigoroso, capace di confrontarsi in profondità con pesci di grossa stazza ed alla fine averne la meglio.

Il primo film che Cousteau realizza, Par 18 mètres de fond (A 18 metri di profondità), lo vede come protagonista assoluto. Il film è presentato fin dai titoli di testa come “un documentario sulla caccia subacquea”. Costume da bagno e torso nudo, quattro chili di piombo in cintura, una maschera realizzata con un vetro ovale ed una camera d’aria, pinne di caucciù e un arbalete: un rudimentale fucile subacqueo ad elastico.

Sebbene il film mostri le capacità acquatiche di Dumas, non si devono dimenticare, dall’altra parte della macchina da presa, quelle di Cousteau che documenta ed a volte orchestra le scene di caccia, salendo, scendendo insieme a lui, o anticipandolo per costruire l’intera azione, con mano ferma e grande capacità narrativa, le stesse qualità che Hans Hass dimostra fin dal suo primo film.

Saranno queste due prime opere, molto simili tra loro, Pirsch unter Wasser (1942) di Hans Hass e Par 18 mètres de fond (1943) di Jacques Yves Cousteau, a far nascere un nuovo genere di film: l’avventura subacquea vissuta e narrata in prima persona.

Pirsch unter Wasser (1942) di Hans Hass

Hans Hass è attratto fin da subito dalla biologia del mare e dalla possibilità di studiarla e documentarla, Cousteau ha invece una curiosità a 360 gradi. Un mondo da scoprire è da scoprire in ogni suo aspetto, un esploratore non pone limiti alla propria capacità di conoscere, o meglio vuole abbattere qualsiasi limite si frapponga tra la propria curiosità e la conoscenza. Per entrambi, la sfida più grande è quella di riuscire a filmare il mondo marino senza dover tornare alla superficie ogni qualche minuto per prendere fiato.

Léon Vèche

Nei titoli di testa del primo film di Cousteau compare tra i protagonisti l’ingegnere meccanico e ufficiale di Marina Léon Vèche: il quarto moschettiere in un certo senso, e anche il più sconosciuto. Vèche ha trasformato la sua cabina in una piccola officina meccanica, nota a tutta la Marina, e qui ha costruito, tra l’altro, le custodie subacquee per le cineprese e i fucili e gli arpioni utilizzati nel film, è anche quello che filma alcune scene sott’acqua insieme a Cousteau. Un quarto moschettiere del  mare poco noto ma fondamentale, soprattutto sul piano tecnico. Cousteau ha quasi dieci anni più di Hass e, per quanto le loro storie corrano parallele, questi dieci anni gli danno un certo vantaggio. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, è un ufficiale quasi trentenne che può sperimentare attrezzature a disposizione della Marina Militare Francese.

Nel 1939 Cousteau prova il sistema messo a punto dal comandante Yves Le Prieur: una bombola d’aria compressa collegata a una maschera gran facciale nella quale l’aria entra a pressione costante ed esce da una valvola di scarico. Inoltre, l’erogazione continua del flusso d’aria poteva essere regolata manualmente dal subacqueo attraverso una valvola d’immissione. Era il primo apparecchio che consentiva di immergersi in libertà, senza dover dipendere dalla superficie come accadeva invece con il più diffuso sistema di Fernez: un tubo che forniva aria al subacqueo da una pompa azionata a mano a bordo di una barca appoggio. Cousteau e i suoi compagni provano il sistema Le Prieur nelle acque di Sanary; prima Tailliez poi Dumas e Cousteau ma risalgono in superficie dopo pochi minuti sconfortati dall’esperienza: certo, si può respirare sott’acqua senza vincoli, ma il sistema richiede l’uso delle mani; infatti Cousteau vorrebbe averle libere per filmare mentre gli altri per andare a caccia. Inoltre la valvola di erogazione a pressione costante non è così accurata e a volte, soprattutto quando si cambia quota di profondità, si è investiti da un flusso violento d’aria, per non parlare della quantità di bolle che rende tutto più difficoltoso. Con l’aiuto di Léon Vèche, Cousteau elabora allora un sistema a circuito chiuso a ossigeno, con il quale rischia due volte di lasciarci la pelle. Forse ignorava, o sottovalutava, gli effetti tossici di questo gas in profondità e forse aveva lui stesso una tolleranza particolarmente bassa all’ossigeno puro. Nel dubbio, i mousquemers tornano all’apnea.

Nel frattempo Hans Hass, che non disdegna l’uso dell’ossigeno, nei primi anni ‘40 ottiene dalla Draeger la rielaborazione di un loro autorespiratore ad ossigeno, adattato alle sue esigenze grazie alla collaborazione del direttore tecnico dell’azienda di Lubecca. Proprio con questo autorespiratore a ossigeno realizza la sua tesi di laurea in Zoologia nel 1944: la prima nel suo genere. E continuerà ancora per molto tempo a utilizzare questa attrezzatura nella sua carriera. 

Oltre l’ossigeno
Jacques Cousteau vuole andare oltre i limiti di profondità che l’ossigeno pone. Vorrebbe sviluppare un sistema ad aria compressa, in grado di erogare, ad ogni inspirazione del subacqueo, aria alla pressione equivalente alla sua quota di profondità. La svolta arriverà nel 1943. A fornirgli l’occasione giusta è il padre di sua moglie, Henri Melchior, un ammiraglio in pensione, membro del consiglio d’amministrazione della società Air Liquide di Parigi. 

Émile Gagnan

Durante l’occupazione tedesca, uno dei suoi ingegneri, Émile Gagnan, realizza e brevetta un sistema per alimentare a gas i motori automobilistici e far fronte alla scarsità di carburante dovuta alla guerra. Melchior capisce che Gagnan può aiutare suo genero a mettere a punto l’autorespiratore autonomo che ha in mente. Dall’incontro tra i due nascerà, infatti, quello che alla fine della guerra sarà brevettato come “Scafandro Cousteau-Gagnan 1945” o “CG 45”, che venne poi  commercializzato all’estero con il nome di Aqualung, il padre del Mistral e del Royal Mistral che di lì a poco si diffonderanno in Italia. Il racconto emozionante delle prove in acqua nel giugno del ’43 a Villa Barry, con sua moglie Simone, Tailliez e Dumas, apre il libro Le monde du silence (Il mondo silenzioso) e coinvolge il lettore in un viaggio appassionante attraverso le loro avventure.

Per i tre esploratori dei mari si profilano opportunità di scoperte che nemmeno avevano osato immaginare. E non solo loro. Quando, in quello stesso anno, dopo l’uscita di Par 18 mètres de fond, Cousteau propone ad un produttore di realizzare un secondo film subacqueo la risposta è lapidaria: “Ma sul mare ha già detto tutto!”… non aveva idea di quanto ancora si sarebbe raccontato.

Fine I parte – continua
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Marina Cappabianca
Dopo aver frequentato il corso di laurea in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Torino e conseguito il Diploma di Interprete Parlamentare alla Scuola Superiore Interpreti e Traduttori di Firenze, Marina raccoglie una lunga esperienza nel campo dei viaggi e della comunicazione. Dal 1987 lavora nella produzione di documentari naturalistici, scientifici e sociali in qualità di produttore e regista. Ha partecipato alla realizzazione di documentari per il mercato nazionale ed internazionale negli Stati Uniti, in Canada, America Latina, Vietnam, Africa e in gran parte dell’Europa.

Credits: 
Ritratti di Natura (30′ x 5 serie) (2013): Autore
L’ enigma del polluce (52′) (2006): Producer
L’ eldorado dei faraoni (47′) (2004): Producer
Pescatori del nord (52′) (2004): Autore
L’ oro dei faraoni (52′) (2003): Producer

 

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2 commenti

  1. Paolo Gay Paolo Gay
    25/06/2020    

    Davvero interessante, avevo già avuto modo di leggere la storia del comandante e dei 3 moschettieri, ma la trovo sempre cosi affascinante, che la rileggo sempre volentieri, ma oltretutto Lei ha saputo dare un taglio diverso al racconto che appassiona molto di più, grazie Paolo

    • 26/06/2020    

      Si li sto riproponendo perchè sono veramente speciali 🙂 Marina Cappabianca è una seria professionista che ci ha regalato degli articoli interessantissimi

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