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La Magenta e il suo periplo. Quello che rimane a 150 anni del primo viaggio intorno al globo di una nave italiana di Gianni Boscolo

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE

PERIODO: XIX SECOLO
AREA: NA
parole chiave: Regia Marina

A 150 anni dalla prima circumnavigazione di una nave della neonata Regia Marina unitaria, il Magenta, raccontiamo la storia di questa gloriosa nave che  dal 1866 al 1868 effettuò il primo viaggio intorno al mondo di una nave militare italiana. La spedizione partì l’8 novembre 1865 da Napoli dove imperversava da tempo il colera, con la fregata Margherita.

Dopo il lungo attraversamento dell’oceano atlantico i ricercatori trasbordarono sul Magenta che si trovava nel porto di Montevideo. La circumnavigazione del mondo si svolse in 870 giorni, dal 2 febbraio 1866 al 17 dicembre 1868, e rientrò a Napoli il 28 marzo 1868. La navigazione svoltasi a bordo della pirocorvetta Magenta venne effettuata solo in parte a vela e, soprattutto, a motore.  A bordo, erano imbarcati tre naturalisti di fama (uno dei quali, Filippo De Filippi, non tornò in patria stroncato dalle febbri ad Hong Kong), trecento uomini di equipaggio e 20 ufficiali, tutti al comando del capitano di vascello Vittorio Arminjon, che ricopriva anche l’incarico di plenipotenziario del Regno. Il Magenta era una pirocorvetta di poco più di due mila tonnellate di stazza, lunga 60 metri fuori tutto, larga 12 metri e con 6 metri di pescaggio che era stata in origine  progettata per la marina del Granducato di Toscana.

330px-Magenta_GiglioliQualche notizia storica sulla nave
Il R.N. Magenta, fu progettato dall’ingegner Micheli ed impostato nell’Arsenale Mediceo di Livorno per la marina del Granducato di Toscana nel settembre 1859, prendendo il nome dalla omonima battaglia che aveva dato il via all’unificazione nazionale. Pochi mesi dopo, con l’annessione al Regno di Sardegna la proprietà della nave in costruzione passò alla Marina del regno  di Sardegna, e poi, dal 17 marzo 1861, alla neo costituita Regia Marina italiana, per la quale la nave venne varata il 17 luglio 1862. La nave era una pirocorvetta con uno scafo in legno ricoperto da lastre di rame. Come molte unità della stessa epoca, il Magenta era in grado, sebbene con fatica, di navigare a vela con mare e vento assicurato. Infatti la sua struttura con tre alberi, troppo bassi e pesanti in rapporto allo scafo, e con vele quadre sottodimensionate non consentiva tutte le andature. La propulsione era quindi assicurata da una macchina a vapore Penn & Sons prodotta in Gran Bretagna alimentata da due caldaia  con una potenza di 1900 CV trasmessa ad un unica elica. Nell’aprile 1865 la Magenta venne inviata come stazionaria sul Rio della Plata e poi si trasferì a Rio de Janeiro. Il 2 febbraio 1866, al comando del capitano di vascello Vittorio Arminjon, la nave lasciò Rio de Janeiro per Montevideo, diretta a sudest per compiere il  giro del mondo che la rese famosa.   

Il Magenta partì da Montevideo per volgersi in estremo oriente (Cina e Giappone) dove aveva compiti diplomatici da assolvere. La spedizione, che era già stata rinviata dall’anno prima, fu un viaggio con scopi commerciali, naturalistici, nautici, oltre che ovviamente diplomatici per “mostrare” la bandiera nelle nazioni dove iniziavano a migrare consistenti quote di italiani.

viaggio della magenta

Fu una spedizione commerciale perché in Oriente si cercava tramite trattati commerciali di poter disporre di bachi da seta, all’epoca ridimensionati in patria e in Europa per l’infezione di pebrina. Diplomatica per la nuova giovane nazione che intendeva farsi accreditare nel celeste impero e nel Sol Levante, e scientifica perché,  nonostante il contenimento di mezzi e uomini e la frettolosa preparazione, riportò in Italia seimila esemplari di specie vegetali e animali sconosciute o poco note in Europa. Non ultimo fu anche una spedizione nautica per addestrare gli uomini della Marina reale in acque molto distanti da quelle di normale gravitazione, il cui ritorno avvenne attraverso i canali patagonici del cono australe americano, dando l’occasione per completare i rilevamenti nautici di quella parte dell globo.

libro_magentaLa missione scientifica divenne nota in seguito grazie alla corposa relazione che ne fece Enrico Hillyer Giglioli che “ereditò” il compito, dal naturalista Filippo De Filippi deceduto durante il viaggio.  Dopo la missione diplomatica nei mari orientali la corvetta si trasferì in Australia, attraversò il Pacifico e approdò a Valparaiso, quindi scese a sud nei mari australi per completare il giro intorno al mondo e tornare in Italia. Enrico Giglioli produsse la relazione finale di oltre mille pagine in folio, pubblicata nel 1875, ancor oggi rintracciabile in una quarantina di biblioteche scientifiche.

Mentre la Magenta si stava avvicinando alle coste cilene vi fu un avvistamento di una balena con due pinne dorsali. “Vedendo quel Cetaceo” scrive Giglioli ” in apparenza così mansueto, furono fatti dagli ufficiali vari preparativi per tentarne la cattura, mentre il comandante Arminjon faceva mettere a mare un battello [perchè] potessi dare più da vicino un’occhiata alla mia nuova conoscenza. Tutto ciò procedeva nel massimo silenzio mentre il nostromo frugava per rinvenire un’arpone e metter insieme una cima sufficientemente lunga, ed il capo-cannoniere aveva lentamente fatto correre fuori uno dei cannoncini d’ottone nel caso si presentasse l’occasione di un buon colpo, ma non poté essere abbassato tanto poter puntare sulla vittima desiderata; la quale cominciando ad intendere l’interessamento di cui diventava oggetto, si volse sul fianco per dare un’occhiata al suo grande vicino la Magenta …” ” … ed io”, aggiunge Giglioli, “ebbi l’opportunità di completare le mie osservazioni sui suoi caratteri esterni”.

Amphiptera_pacifica

Amphiptera pacifica

Il naturalista Enrico Giglioli la battezzò Amphiptera pacifica in diverse memorie scientifiche (Fauna vertebrata dell’Oceano, I Cetacei e Pelagos, un libro scritto con Arturo Issel, paleontologo genovese). Dopo un secolo e mezzo il mistero permane: errore (poco probabile), svista (ancora più incredibile, avendone fatto Enrico Giglioli anche un disegno). Oggi i naturalisti propendono per un cetaceo affetto da una malformazione. Questa l’ipotesi più accreditata anche perché un’altra balena con due pinne dorsali non è mai più stata vista in seguito.

Mentre è stato a lungo misterioso l’incontro con una procellaria incontrata nel mar australe dalla Magenta. Scriverà Giglioli ..” il 22 si poté fare una nuova caccia ai Procellaridi che ci seguivano, essa ci fruttò due specie nuove per noi, il raro Prion artel e la Oestrelata magenta, che non era ancora stata descritta, e che fu poscia dal prof. Salvadori e da me dedicata alla nostra nave nella memoria ornitologica…“.

Per più di un secolo dalla sua scoperta, della Procellaria di Magenta si persero le tracce e si pensò si fosse estinta.

petrello di Magenta

Petrello di Magenta, illustrazione di J.G.Keulemans tratta dal volume “A monograph of the petrels” 1907-1910

Poi nel gennaio 1973 il naturalista David Crockett nelle sperdute Isole Chatman (piccolo arcipelago ad est della Nuova Zelanda) illumina due uccelli che identifica come Petrelli di Magenta, ma passano altri cinque anni prima di riuscire a catturarli: fino alla notte di capodanno 1978, dimostrando così alla comunità scientifica che il Petrello di Magenta non era estinto, come si temeva.

pirocorvetta_magenta

foto degli ufficiali del Magenta con una rappresentanza dell’equipaggio

 

Invece il passaggio della Magenta in Patagonia fece migrare alcuni nomi italiani alla “fin du mundo”. Sebbene le carte a grande scala riportano la cordigliera De Agostini, dal nome dell’esploratore e missionario salesiano, detto padre Patagonia, il ghiacciaio Giacomo Bove, ottocentesco esploratore italiano, il monte Italia, il Cerro Pier Giorgio (in onore a Pier Giorgio Frassati, poi dichiarato Beato), Cerro Don Bosco e di altri italiani che frequentarono quei luoghi, bisogna invece ricorrere alle istruzioni nautiche attuali, per trovare un’isola Giglioli e un’isola Candiani (conte e ufficiale di marina imbarcato al tempo imbarcato sul Magenta); l’isola Vittorio (primo re d’Italia), la baia Arminjom (ora Baia Libertà), l’isola Libetta (secondo della corvetta), caleta Sabauda, l’isola Solferino, l’isola Cavour, l’isla La Marmora. Ancora altri italici toponimi in Patagonia, arrivarono vent’anni dopo con il viaggio del Caracciolo al comando di Carlos de Amezaga.

Cosa rimane a 150 anni del periplo
Il viaggio della Magenta riporta a molte realtà e vicende italiane e in particolare piemontesi. La marina post-unitaria, i naturalisti ottocenteschi e le scienze naturali, i primi passi dell’antropologia, tutte vicende che sembrano ruotare, o addensarsi, intorno al viaggio del Magenta e ai personaggi che vi presero parte, con ruoli diversi e sviluppi successivi. Di De Filippi, a parte gli studi, resta solo un busto a Torino, in Via Po, nella sede dell’Ateneo della città subalpina. Il libro da cui prendere le mosse è sempre Viaggio intorno al globo della R. Pirocorvetta Italiana Magenta di Enrico Hillyer Giglioli, pubblicato nel 1875. Ma sulla sua impresa, su questa spedizione navale ed esplorativa, vi sono poche opere: l’importante libro in ottavo di Giglioli e, ad esempio, un libro del comandante Vittorio Arminjon, Il Giappone e il viaggio della Corvetta Magenta nel 1866. Chissà che il 150° anniversario della spedizione non aiuti a riportarne in auge la memoria, con la necessità anche di rendere di nuovo vive e valide le numerose storie che l’hanno fatta diventare la ‘Storia della Magenta’, ossia “L’impresa della Magenta”.

Giglioli_Enrico_Hillyer_1845-1909

Enrico Hillyer Giglioli

La relazione di Enrico Giglioli finirà di dare il nome alla circumnavigazione e alla missione Magenta e produrrà alcune riduzioni di particolari aspetti del viaggio con numerose memorie naturalistiche e corpose note antropologiche. Partendo dalla raccolta privata di oggetti etnografici fatta durante il viaggio della “Magenta”, e sempre più accresciuta grazie alla rete di conoscenze di cui disponeva a livello internazionale, Giglioli creò una collezione di oggetti (accompagnata da una raccolta fotografica e da una biblioteca specializzata) che già nel 1888 si distinse nell’ambito degli studi etnografici come una delle maggiori mai realizzate. Va menzionato l’apporto dello zoologo Filippo De Filippi. De Filippi fu scienziato prolifico, come testimonia l’elenco delle sue opere; tra l’altro fu pioniere dell’itticoltura ed uno dei primi seguaci del Darwinismo in Italia. Rimase famosa una sua conferenza divulgativa delle teorie di Darwin, intitolata L’uomo e le scimie, che tenne a Torino nel gennaio 1864. Le ricerche e l’attività didattica di Filippo De Filippi suscitarono l’attenzione e la stima di Giuseppe Gené, professore di zoologia e successore di Andrea Bonelli all’Università di Torino.

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Quando Gené morì nel 1847, fu De Filippi a raccoglierne l’eredità alla cattedra di zoologia e alla direzione del museo zoologico dell’allora capitale d’Italia (dal 1848 al 1865). Il busto di Filippo De Filippi, zoologo e medico della spedizione, che non fece ritorno colpito da una grave patologia infettiva acuta, probabilmente dal colera, morendo ad Hong Kong all’età di soli 53 anni, si ritrova nel loggiato dell’Università di Torino. Uno dei tanto eroi di quella incredibile campagna che tanti risultati portò alla nostra giovane nazione.
Sulla campagna della Regia Pirocorvetta Magenta è stato tenuto un ciclo di incontri organizzato dal museo regionale di scienze naturali torinese nel 2016/17.

Gianni Boscolo

gianni_300Gianni Boscolo è uno scrittore e giornalista appassionato di mare. E’ stato responsabile della rivista regionale Piemonte parchi di cui è stato Direttore per una decina d’anni. E’ co-autore, con Angela Rutigliano del saggio intitolato “L’impresa della Magenta” (ed. BookSprint, settembre 2015).
In poco meno di 300 pagine vi si trovano, inquadrati in una breve storia della navigazione e della sua epopea, marinai e personaggi di quella impresa. Con dovizia sono descritti gli incontri politici e le scoperte geografiche e scientifiche (come quelli riportati a casa dal naturalista Enrico Giglioli) della prima nave militare italiana che circumnavigò il globo nella seconda metà del XIX secolo.

 

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