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Nei mari della Polinesia, dal Kon Tiki al Hōkūle’a, alla scoperta della navigazione antica polinesiana di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: NAVIGAZIONE
PERIODO: NA
AREA: DIDATTICA
parole chiave: metodi di navigazione antichi, Polinesia

 

pacifico

Una zattera alla deriva nel pacifico, il Kon Tiki
I più giovani forse non hanno mai sentito parlare del viaggio avventuroso del Kon Tiki, una zattera ideata dall’esploratore e scrittore norvegese Thor Heyerdahl per dimostrare che la colonizzazione della Polinesia poteva essere avvenuta, in epoca precolombiana, da popolazioni provenienti dal Sud America con l’utilizzo di zattere alla deriva. L’imbarcazione fu costruita utilizzando materiali, metodi e tecnologie usate nella preistoria. Inizialmente i sei partecipanti alla spedizione, cinque norvegesi ed uno svedese, si recarono in Perù per reperire i materiali necessari per la costruzione della zattera utilizzando il tenero e leggerissimo legno di balsa.

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il Kon Tiki nel suo viaggio alla deriva nell’Oceano. I suoi resti furono restaurati  e sono ora esposti al Kon-Tiki Museum di Oslo.

Sebbene portassero con loro radio e strumenti di navigazione moderni, l’imbarcazione non aveva nulla di moderno, ed era stata costruita basandosi sulle cronache scritte dai colonizzatori spagnoli. Il viaggio iniziò il 28 aprile 1947 e Heyerdahl e i cinque compagni di viaggio restarono in mare alla deriva delle correnti per ben 101 giorni, attraversando il Pacifico verso ovest sospinti dai venti e dalle correnti. Il 7 agosto del 1947 i navigatori si arenarono sulla barriera corallina di Raroia nell’arcipelago delle Isole Tuamotu. L’impresa ebbe un enorme successo mediatico seguito da libri ed un documentario con l’aggiunta di filmati effettuati durante il viaggio commentati dai  membri dell’equipaggio. Il film, che vi proponiamo, vinse l’Oscar come miglior documentario nel 1952.

Thor Heyerdahl con il suo viaggio dimostrò che in epoche remote le popolazioni dal centro/sud america avevano potuto raggiungere le isole del Pacifico e quindi colonizzarle. Rimasero però aperte molte domande. Come facevano questi popoli primitivi a navigare in un’area immensa come il Pacifico? Erano isolati o mantenevano contatti fra di loro? Quale erano le loro capacità nautiche?

Una scoperta straordinaria
Un geografo dello Smithsonian Museum, Doug Herman, ha recentemente scritto un interessante articolo sulla navigazione tradizionale dei Polinesiani che svela molti aspetti sconosciuti sulle capacità di quei popoli del mare di spostarsi nel vasto oceano e, sotto un certo spunto va a confutare la tesi quanto meno riduttiva di Thor Heyerdahl.

La ricerca degli studiosi si è basata sulle fonti antiche che hanno rivelato che gli abitanti del Pacifico non solo avevano conoscenze del moto delle stelle ma erano in grado, da tempi antichi, di  navigare tra le isole seguendo rotte per lunghe distanze. Non si trattava quindi di spostamenti casuali di zattere alla deriva, in balia delle correnti, ma di vere e proprie capacità nautiche che con il “progresso” si erano perse. Nelle fonti storiche emerse che già nel XIII secolo i Tahitiani avevano nozioni  elementari di navigazione che gli permettevano di percorrere grandi distanze. Inoltre, testimonianze archeologiche hanno dimostrato che navigatori delle isole di Tahiti si erano stabiliti alle isole Marchesi ancora prima. Non c’era quindi che un modo per poter rispondere a queste domande: ricercare fra le isole gli ultimi depositari di tali scienze ed effettuare un viaggio fra le isole applicando le antiche conoscenze, senza l’ausilio di nessun strumento tecnologico moderno.

La testimonianza di Cook
Facciamo un passo indietro. Nel 1778 il capitano Cook, a bordo del H.M.S. Endeavour arrivò per primo alle isole Hawaii nell’ambito di una spedizione scientifica per tracciare il corso del pianeta Venere. Nella sua campagna si fermò a Tahiti dove conobbe un sacerdote locale, Tupaia, inviato a bordo come mediatore culturale. Tupaia era un esperto navigatore che si era trasferito a vivere a Tahiti, un isola situata 2.500 miglia più a sud delle Hawaii, e fu arruolato per aiutarli a navigare in quei mari sconosciuti. 

Captainjamescookportrait

Cook rimase sorpreso di vedere come Tupaia fosse in grado di conversare con gli abitanti delle isole che incontravano nelle loro stesse lingue ed immaginò che doveva esserci una radice comune, un unico popolo che viveva in un grande oceano distribuito su isole lontane. Per identificarli Cook creò un nuovo termine, Polinesiani, il popolo delle “molte isole” che abitano il Pacifico dall’isola di Pasqua in Oriente alla Nuova Zelanda (Aotearoa) nel sud-ovest, fino alle Hawaii più a nord. Questi tre caposaldi definiscono quello che oggi viene definito il “Triangolo Polinesiano”, la nazione più grande della Terra che conta più di 1.000 isole sparse su 16 milioni di miglia quadrate di Oceano.

Questa comunione linguistica dimostrava che quei popoli erano tutti legati fra loro da una antica radice comune. Un concetto difficile da dimostrare in quanto essi, apparentemente, non avevano la tecnologia per poter navigare da un parte all’altro di quell’immenso oceano. La teoria di Cook fu accolta con scetticismo e anche Thor Heyerdahl rifiutò questa presunta eredità culturale pregressa sostenendo che la navigazione nel Pacifico si basava in gran parte sui venti del Pacifico che scorrono prevalentemente da est a ovest; per quanto sopra le loro imbarcazioni dovevano per forza spostarsi alla cieca, trasportate dalle correnti, toccando alla fine terra in qualche atollo dove poi si stabilivano creando delle nuove colonie. Questa teoria contrastava con la tradizione orale dei Polinesiani che riferivano di poter navigare contro vento ovvero da ovest verso est. Un’affermazione che era stata confermata dalle tracce comuni linguistiche ed archeologiche descritte da Cook. Per i nativi polinesiani, la navigazione non era solo un’arte antica ma una pratica spirituale e scientifica. Ai navigatori polinesiani veniva richiesta una conoscenza profonda del cielo notturno e dei cambiamenti della latitudine celeste durante tutto l’arco dell’anno. Con questa conoscenza, le stelle costituivano di fatto una bussola stellare ed un mezzo per determinare quella che nel mondo occidentale era chiamata latitudine. Voglio ricordare che il concetto di latitudine è un concetto moderno e in questo caso non va inteso come riferimento cartografico ma di “spostamento di direzione” verso il nord o verso il sud astronomico. In pratica sebbene un trasferimento casuale sarebbe stato possibile non avrebbe potuto spiegare i movimenti trans insulari di quei popoli.

I viaggi dell’Hōkūle’a
Nel 1976 la Polynesian Voyaging Society, un’associazione nata per studiare e perpetuare la scienza nautica tradizionale dei Polinesiani, organizzò il primo viaggio di Hōkūle’a, una grande canoa che doveva ripercorrere le rotte degli antichi con le loro tecniche.

Hokulea

Per poter navigare con le antiche conoscenze, la Polynesian Voyaging Society trovò forse l’ultimo navigatore tradizionale in grado di poter guidare l’Hōkūle’a senza alcun strumento moderno. Il suo nome era Mau Piailug, un marinaio di una piccola isola della Micronesia chiamata Satawal. Mau accettò di recarsi alle Hawai’i e condurre la Hōkūle’a fino a Tahiti percorrendo il percorso inverso di quello effettuato da Cook. Nel 1978, Hōkūle’a ritentò nuovamente il viaggio per Tahiti ma la grande canoa, pesantemente caricata, si capovolse a causa del mare in tempesta. Uno dei membri dell’equipaggio, Eddie Aikau, cercò invano di raggiungere la costa con una tavola da surf tradizionale per ottenere aiuto. Alla fine l’equipaggio fu salvato ma di lui non se ne seppe più nulla. Nel 1979, Mau tornò alle Hawai’i per addestrare un nuovo navigatore sulle conoscenze degli antichi, Nainoa Thompson, e, nel 1980, Nainoa fu in grado di replicare il viaggio di Mau del 1976 navigando anche da Tahiti alle Hawai’i.

Dopo questi viaggi, Hōkūle’a continuò a navigare sulla scia delle rotte degli antenati, compiendo  un viaggio di due anni ad Aotearoa (1985-1987) ed un viaggio a Rapa Nui (1999), una delle isole più isolate sulla terra, nell’estremo sud-est del triangolo polinesiano. In ogni suo viaggio Hōkūle’a confermò come gli antenati fossero in grado di navigare attraverso l’oceano aperto, raggiungendo le isole dove volevano stabilirsi.

La navigazione degli antichi polinesiani
L’avventura del Hōkūle’a dimostrò l’efficacia di tecniche di navigazione degli antichi polinesiani, basate sulla posizione del sole e delle stelle per impostare la navigazione diurna e notturna,  fornendo direzione e latitudine. Di particolare interesse apparì la tecnica della bussola stellare, un costrutto mentale e non tecnologico come la bussola occidentale. Nella bussola stellare l’orizzonte visivo è suddiviso in 32 “case” dove una casa è una parte dell’orizzonte dove risiede un corpo celeste. Ciascuna delle 32 case è separata da 11,25° di arco per un cerchio completo di 360˚.

star compass

Il processo sembra apparentemente semplice ma, in realtà, richiede una grande esperienza. Il navigatore polinesiano identificava le stelle quando si innalzavano dall’orizzonte e memorizzava la loro posizione per trovare la direzione. Il suo riferimento più importante era la costellazione della Croce del Sud che, come la stella polare ha una direzione fissa indicando però il Sud. La sua forma richiama un aquilone dove l’allineamento della stella superiore, Kaulia/Gacrux, e di quella inferiore, Ka Mole Honua/Acrux, mostra la direzione meridionale. Come per la stella polare nell’emisfero nord, anche la Croce del Sud si alza man mano che ci si avvicina al polo sud. Alla latitudine delle Hawaii, la distanza dalla stella superiore alla stella inferiore è la stessa distanza da quella stella inferiore all’orizzonte, ed è di circa 6 gradi. Questa configurazione si verifica solo alla latitudine delle Hawaii.

croce del sud

Gli antichi navigatori conoscevano le direzioni dei treni d’onda e le usavano per navigare verso le isole; essi  venivano a volte rappresentati con collane di cordicelle vegetali o bastoncini intrecciati. Il navigatore, sapendo che il vento genera le onde, analizzava la direzione delle onde deducendo a ritroso la rotta. Inoltre le caratteristiche delle onde fornivano valutazioni sulla vicinanza della costa. Su alcune isole polinesiane, furono realizzati dei grafici con bastoncini intrecciati e conchiglie (rappresentanti le isole) per insegnare sia le posizioni degli atolli sia le correnti  ed il moto ondoso.

mappa polinesiana

La navigazione si affinava dopo il tramonto quando il navigatore osservava nuovamente la direzione delle onde e la riferiva al cielo stellato. Un metodo semplice e sicuramente non accurato ma che consentiva di navigare con delle direzioni sufficientemente costanti verso le isole.

Master navigator Mau Piailug teaches navigation to his son and grandson with the help of a star compass. (Anders Ryman, Satawal, Federated States of Micronesia © Anders Ryman/Corbis) Read more: http://www.smithsonianmag.com/smithsonian-institution/how-voyage-kon-tiki-misled-world-about-navigating-pacific-180952478/#iS1bPZzYgcehzVJ6.99 Give the gift of Smithsonian magazine for only $12! http://bit.ly/1cGUiGv Follow us: @SmithsonianMag on Twitter

Il maestro di navigazione Mau Piailug insegna a suo figlio e suo nipote come navigare con l’aiuto di una bussola stellare (Anders Ryman, Satawal, Federated States of Micronesia © Anders Ryman/Corbis)

Un altro aiuto per i navigatori polinesiani era la capacità di determinare, tramite l’incontro con alcune specie di uccelli, la vicinanza delle terre più vicine. Un’osservazione delle nuvole all’orizzonte al tramonto poteva  aiutare a rivelare la presenza di nuove isole.

In sintesi, la sperimentazione del Hōkūle’a ridiede “dignità” alle capacità di quei popoli del mare. Non si trattò quindi di scoperte più o meno casuali di isole con zattere alla deriva, come ipotizzato dagli esploratori del Kon Tiki, ma navigazioni consapevole effettuate da esperti ed attenti marinai che per millenni attraversarono l’oceano Pacifico colonizzandolo. Tutte conoscenze nautiche antiche che forse erano note anche in Occidente ma che si persero nel tempo.

Andrea Mucedola

 

         

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