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Il mare nasconde ma non ruba: la storia del ritrovamento del San Josè e del suo incredibile tesoro di Andrea Mucedola

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wager action

l’azione di Wager contro la flotta del Tesoro spagnolo

Il mare nasconde ma non ruba.  Uno dei più interessanti tesori scomparsi in mare, quello della ”Nave Capitana Galeone San José”, è stato finalmente ritrovato. Si narra che nella  stiva del galeone, appartenente alla flotta di Filippo V, fossero conservate tonnellate d’oro e casse di smeraldi per un valore di oltre dieci miliardi di dollari. Questo ricco tesoro aveva all’epoca una valenza strategica in quanto destinato ad alimentare le casse del re di Spagna nella imminente guerra contro l’Inghilterra.

charles-wager

commodoro Charles Wager

Tutto avvenne nelle ore pomeridiane dell’8 giugno 1708, quando il galeone San José colò a picco sotto i spietati colpi di cannone dell’ammiraglia inglese H.M.S. Expedition, nella battaglia navale di Barú, a Sud di Cartagena nei Caraibi colombiani, in seguito chiamata l’azione di Wager. Ma andiamo con ordine. Nella primavera del 1708 il commodoro britannico Charles Wager, al comando di una squadriglia di quattro navi, attaccò nei Caraibi la flotta spagnola durante la guerra di successione spagnola. La missione aveva una valenza strategica: impedire agli Spagnoli di far arrivare alle casse di Filippo V quel tesoro necessario per poter affrontare il conflitto latente con la Gran Bretagna. La situazione stava degenerando e sarebbe sfociata a li a poco nella Guerra anglo-spagnola (1727-1729). In realta la Spagna, nella guerra di successione spagnola (1701–1714) ed in quella della Quadruplice alleanza (1718–1720), aveva perso molti possedimenti (tra cui l’Italia a favore dell’Austria e la rocca di Gibilterra l’isola di Minorca nel Mediterraneo che andò all’Inghilterra). La politica estera di Filippo V fu quella di rompere questo isolamento alimentando contrasti  politici con l’Inghilterra nella zona caraibica in una guerra fredda fra navi commerciali e navi corsare, impiegate da entrambe le parti. L’unico evento bellico diretto fu il tentativo di presa di Gibilterra. Fu proprio Wager che, nel 1927, comandò la squadra navale inglese del Mediterraneo proteggendo la fortezza di Gibilterra assediata dagli Spagnoli. Il presidio della fortezza poté così essere definitivamente rinforzato e rifornito dalla flotta inglese durante l’assedio. La Spagna fu quindi costretta a riconoscere la sovranità inglese sulla rocca di Gibilterra con il trattato di Siviglia, ma il conflitto navale oltremare nei Caraibi continuò ancora per molti anni.

san jose' cannoni

cannoni del San Josè – miliardi di dollari in oro, argento e preziosi sono nascosti nei fondali marini. Il ritrovamento del galeone, avvenuto nel 2015, non è che l’ultimo conosciuto in un mare che nasconde ancora molti tesori


L’affondamento della Nave Capitana Galeone San José
Ma ritorniamo a quella tarda primavera del 1708. Le navi della squadriglia inglese dislocate nei Caraibi erano la H.M.S. Expedition (armata con 70 cannoni) al comando del capitano Henry Long, il Kingston (60 cannoni), capitano Simon Bridges, il Portland (50 cannoni) con il capitano Edward Windsor e il Vulture (8 cannoni), una nave minore sotto il comando di Caesar Brooks. La squadriglia si era rifornita nel mese di aprile nella piccola isola di Pequeña Barú, appartenente alle isole Rosario, a sole trenta miglia di distanza da Cartagena per cui gli Spagnoli erano stati avvisati della loro presenza. Ricordo che non vi era ancora una guerra dichiarata. Ovviamente tutti sapevano e dimostravano indignazione per queste azioni piratesche (o meglio corsare) ma faceva comodo ai rispettivi regnanti non sporcarsi direttamente. L’area caraibica era quindi esplosiva, soggetta a scontri continui tra i vari corsari e pirati che come lupi attaccavano le flotte mercantili arricchendo le casse dei loro protettori incoronati. L’arrivo degli Inglesi aveva allertato il governatore spagnolo di Cartagena che aveva immediatamente avvisato la flotta spagnola ancorata a Portobelo. Ciò non fece cambiare i piani del comandante della flotta del tesoro spagnola, José Fernández de Santillán, che il 28 maggio decise comunque di partire da Portobelo per Cartagena per non incorrere nella imminente stagione degli uragani, perdendo l’appuntamento all’Havana con il resto della flotta. Questa era comandata da un comandante francese, Jean Du Casse, che scalpitava per poter salpare al più presto per la Spagna. La flotta del tesoro spagnola era composta da ben quattordici navi mercantili, un cargo leggermente armato e tre navi da guerra di scorta, il San José (con 64 cannoni) con il Capitano Santillán, il San Joaquín (64 cannoni) con il Capitano Villanueva e il Santa Cruz (44 cannoni) comandato dal  Capitano de la Rosa. Vista l’importanza del carico, il ricco bottino, che era stato depredato nelle colonie, era stato concentrato sulle tre navi più grandi. Le fonti storiche dicono che il San José aveva a bordo circa 10 milioni di pesos ed il San Joaquín 5 milioni.


cartagena

La flotta spagnola raggiunse quindi l’Isla de Barú la sera del 7 giugno e si mise all’ancora. Il giorno dopo il vento era calato e, intorno alle tre del pomeriggio, le vedette scorsero la squadriglia di Wager che si avvicinava. Gli spagnoli assunsero una posizione difensiva, ma gli inglesi non erano interessati al combattimento ed attaccarono le navi più grandi dove sapevano era stato concentrato il tesoro. Il H.M.S. Kingston attaccò il San Joaquín intorno alle cinque del pomeriggio che, dopo due ore di scambio di fuoco, fuggì nella notte con l’aiuto del Concepción.

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il San José

L’H.M.S, Expedition attaccò invece il San José, un galeone di 800 tonnellate che si riteneva avesse nella stiva una parte più sostanziosa del ricco  tesoro (oggi stimata in 17 miliardi di dollari in oro e pietre preziose). Alle sette del pomeriggio, dopo un’ora e mezza di combattimento con scambio di fuoco ravvicinato tra le artiglierie delle due navi, il San José colpito  nella Santa Barbara improvvisamente esplose. La nave affondò rapidamente con il suo prezioso carico portando con se quasi l’intero equipaggio. Le fonti riportano che solo undici, tra i membri dell’equipaggio ed i passeggeri, sopravvissero.. Se si pensa che il ruolo di bordo riportava 600 persone fu una vera strage.  In quella notte, illuminata dalla luna piena, il commodoro Wager riuscì ad ingaggiare il Santa Cruz e,  dopo un breve combattimento, il galeone  fu catturato con un tesoro di 13 casse di pezzi da otto e 14 d’argento. Un magro bottino a fronte di quello imbarcato sul San José.

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All’alba, gli inglesi avvistarono  la San Joaquín e Wager ordinò al Kingston ed al  Portland di inseguirlo per catturarlo. Ma il vantaggio del San Joaquín gli consentì di arrivare al porto di Cartagena, dove gli inglesi non osarono avvicinarsi a causa delle armi del possente forte. Alla fine, gli inglesi erano riusciti a distruggere tre navi spagnole impedendo alla flotta di trasportare l’oro e l’argento in Europa.

Il sogno dei cercatori di tesori
Il tesoro del San José restò per oltre tre secoli un sogno nell’immaginario collettivo. Ogni tentativo dei cercatori di tesori era risultato inutile. Trecentosette anni dopo il terribile scontro, il presidente colombiano Juan Manuel Santos annunciò ai media il ritrovamento del relitto del San Jose da parte della Marina colombiana.

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Il ritrovamento fu uno scacco alla compagnia statunitense Sea Search Armada che, dal 1982, avevano dichiarato di aver localizzato l’area dell’affondamento della nave spagnola basandosi sugli studi di due ricercatori britannici, Eugenie Lyon e John Cryer. I due avevano scavato negli archivi della Marina di Sua Maestà per individuare il luogo dello scontro navale contro le navi di Filippo V.  Come spesso accade il galeone sommerso divenne centro di un’agguerrita disputa giudiziaria. I Colombiani asserirono che la posizione del ritrovamento non coincideva con quella dichiarata dai ricercatori.  Solo nel 2011 la Corte federale degli Stati Uniti risolse il contenzioso a favore del governo di Bogotà. La sentenza fu d appoggio per l’approvazione, nel 2013, di una legge per la protezione sui ritrovamenti «sommersi da oltre un secolo».

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immagini eco del relitto Credit: Colombian Ministry of Culture and the Colombian Institute of Anthropology and History

Le ricerche nell’area continuarono e, il 27 novembre 2015, il galeone San José, fu finalmente localizzato  dalla Marina colombiana impiegando un veicolo subacqueo autonomo REMUS 6000 ad una profondità che non è stata ancora comunicata.

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REMUS 6000 Photo Credit: Michael Dessner

L’identità del naufragio è stata confermata dalle fotografie subacquee dei cannoni in bronzo del San José incisi con dei delfini. La Colombia ha decretato il galeone come parte del suo patrimonio sommerso ed ha ovviamente classificato le informazioni relative alla localizzazione del galeone come segreto di Stato.  Un’azione pienamente legalizzata nel diritto internazionale in quanto protetta dalla legge del 2014 firmata dallo stesso presidente Santos. Pensate che i cercatori di tesori si fermeranno di fronte a queste decisioni dei tribunali internazionali? Probabilmente no … ci sono ancora oltre un migliaio di galeoni e grandi vascelli affondati nei Caraibi e la ricerca continua.

 

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