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Teorie decompressive, storia e attualità: i misteri della decompressione

tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: SUBACQUEA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: decompressione
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Un lungo cammino ancora non terminato: la teoria della decompressione
Nel cercare di acquisire una comprensione di base delle teorie decompressive, che hanno permesso lo sviluppo di tabelle e computer subacquei, ci torna utile e interessante raccontare brevemente la  storia degli uomini che hanno sviluppato le prime teorie e modelli decompressivi, un lavoro lungo, complesso e affascinante. Le basi della moderna teoria della decompressione sono state poste da due geniali fisiologi dell’800, Paul Bert e John Scott Haldane. Ma per essere più completi nel racconto dobbiamo partire con la storia circa due secoli prima del tempo nel quale vissero questi due straordinari personaggi.

“Paghi solo quando te ne vai …”
Circa 15 anni dopo che Evangelista Torricelli riuscì per la prima volta a creare il vuoto all’interno della sua famosa provetta di vetro, nel 1659, Robert Boyle (lo stesso della ben nota legge di Boyle) inventò un vero e proprio piccolo compressore, tramite il quale intraprese una serie di esperimenti volti a studiare gli effetti delle variazioni della pressione sugli organismi viventi. In occasione di uno di questi, egli sottopose una vipera ad una crudele tortura, ovvero una compressione seguita da una decompressione rapida.  A seguito del trattamento egli poté osservare attraverso la cornea del povero rettile la formazione di alcune bollicine di gas. Si era di fronte alla prima conclamata malattia da decompressione della storia, e Boyle ebbe l’intuizione giusta: motivò la formazione di bolle con la rapidità della decompressione dei gas precedentemente disciolti nei tessuti del rettile. Queste sue conclusioni furono presto dimenticate, e per quasi duecento anni nessuno si interessò più al problema.

cassonisti

da Atmosfere iperbariche: non solo mare (Hyperbaric athmosphere: not just sea) di Enrico Marchetti e Angelo Tirabasso https://www.researchgate.net/publication/299740827_Atmosfere_iperbariche_non_solo_mare_Hyperbaric_athmosphere_not_just_sea

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All’inizio dell’800 vennero realizzati compressori capaci di fornire ai minatori aria respirabile, e iniziò l’attività dei cosiddetti cassonisti, operai addetti alla costruzione di ponti e porti che operavano in apposite strutture pressurizzate sommerse, generalmente in legno, che venivano chiamate cassoni.

L’ambiente di lavoro dei cassonisti era veramente terribile; uomini costretti per ore ed ore a spalare fango, roccia e detriti sul fondo aperto di ambienti ristretti e pressurizzati. I cassonisti lavorano direttamente a contatto con il fondo di fiumi e porti, spesso a profondità considerevoli, immersi in una nebbia perenne e al gocciolio continuo dall’alto,  alla luce incerta e tremolante di lampade a gas. Spesso erano solo in compagnia del sibilo ininterrotto dell’aria in pressione, conducevano le loro attività con un abbigliamento inadeguato e senza essere dotati di alcun dispositivo di prevenzione degli infortuni. Al termine del durissimo turno di lavoro gli operai venivano velocemente decompressi, per tornare in poco tempo a respirare alla normale pressione atmosferica.

Durante questa fase tuttavia, buona parte di essi iniziava a manifestare strani sintomi, in particolare pruriti e forti dolori alle articolazioni, tumefazioni, nei casi più gravi paralisi e talvolta la morte. I poveretti si trascinavano spesso chinati su se stessi per il dolore, assumendo una postura simile a quella di moda fra le dame dell’alta società di quei tempi, chiamata “grecian bend”. E fu proprio con il nome di “bends”, ovvero curve, che fu indicata la malattia da decompressione nei paesi anglosassoni. Addirittura i dolori articolari erano ritenuti per lo più dovuti ad artrosi o reumatismi. In molti casi gli operai colpiti furono accusati perfino di essere dei lavativi, o di avere una scarsa attitudine ai lavori pesanti e prolungati.  Di fatto i disorientati medici dell’epoca non sapevano veramente come barcamenarsi nell’interpretare quegli strani sintomi. Verso il 1845 si iniziò a studiare il problema con maggiore metodo e sistematicità, ed a raccogliere dati sugli incidenti per analizzarli da un punto di vista medico.  

I medici francesi Pol e Watelle, a seguito del primo studio sui problemi riscontrati dai minatori, si resero conto che il problema, stranamente, non era né il fatto di lavorare in ambiente pressurizzato e né la durata della permanenza in tale condizione, ma la fase di decompressione. Per loro risultava realmente bizzarro che lavorare ad elevata pressione non desse luogo ad alcun sintomo particolare, mentre invece i problemi nascevano una volta che si ritornava alla normale pressione atmosferica. Essi utilizzarono una frase molto significativa per descrivere questo strano fenomeno:  “paghi solo quando te ne vai”. Pol e Watelle furono comunque i primi ad osservare e indicare come una ricompressione producesse effetti benefici sugli operai colpiti dalla malattia.

Uno dei maggiori  problemi dell’epoca nel mettere a punto una terapia efficace agli incidenti decompressivi era costituito dalla la scarsa capacità di verifica circa l’efficacia delle terapie applicate.   Capitava a volte, infatti, che dopo l’adozione di rimedi stravaganti e fantasiosi come cure a base di rum o mantenere per giorni le gambe sollevate, la malattia regredisse per conto suo, e quindi alcune di tali terapie venissero reputate efficaci.  

La spiegazione più accreditata della malattia da decompressione rimaneva all’epoca la cosiddetta “congestione sistemica”, una presunta concentrazione e ristagno del sangue presso gli organi interni a spese della periferia dell’organismo a causa della pressione, con gravi alterazioni del loro funzionamento.

– continua

Luca Cicali

 

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