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  Address: OCEAN4FUTURE

La minaccia delle mine navali, la guerra nel Golfo Persico e le mine di Saddam

Reading Time: 8 minutes

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livello medio
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: GOLFO PERSICO
parole chiave: Saddam, Kuwait, Cacciamine
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In un precedente articolo abbiamo raccontato come sorse l’idea di un nuovo ordine mondiale che portò alla guerra contro Saddam. In quei mesi, caratterizzati da uno stato crescente di tensione, il mondo occidentale si ritrovò di fronte ad una nuova minaccia al libero transito del traffico commerciale marittimo nello stretto di Hormuz.

strait_of_hormuz_3Le esperienze del precedente conflitto nel Golfo non si erano ancora digerite ed i militari americani non compresero che la minaccia maggiore per le forze della Coalizione non erano i missili anti-nave di Saddam Hussein bensì qualcosa di più insidioso, nascosto nelle acque calde e torbide del Golfo, tra il Kuwait e le foci del Tigri e dell’Eufrate … ancora una volta delle mine navali.

Nonostante l’intelligence americana si fosse accorta che nel novembre del 1990 l’Iraq aveva iniziato a posare mine in acque internazionali, di fatto compiendo un nuovo atto di guerra (azione confermata a dicembre da unità saudite che durante un pattugliamento avevano scoperto una mina in mezzo al Golfo Persico), le forze della Coalizione furono limitate dall’US CINCENT ad operare a nord della latitudine 27° 30’N, oltre 70 miglia a sud del confine iracheno-kuwaitiano, al fine di evitare contatti diretti con le unità irachene.

Questo consentì a Saddam di sfruttare a suo vantaggio questa inerzia decisionale e di posare i campi minati navali in maniera indisturbata.

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posamine iracheno con ancora mine navali a bordo – photo credit USN

Inizialmente la coalizione decise di effettuare una grande operazione anfibia, preceduta da una bonifica dei numerosi campi minati iracheni. Di fatto le operazioni iniziarono il 16 febbraio 1991 con l’obiettivo di liberare un canale di approccio ed una zona di supporto nei pressi di Ash Shuaybah di oltre 200 miglia quadrate dove dislocare le forze anfibie prima dello sbarco.  

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Una volta arrivato in zona di operazioni, l’US MCM Group, responsabile della bonifica, dovette più volte manovrare per cercare di evitare i radar di puntamento iracheni. Fu proprio durante una di queste manovre diversive che avvenne il primo grave incidente che colpì la U.S.S. Tripoli, drammaticamente seguito, dopo solo tre ore, da quello dell’incrociatore U.S.S. Princeton. Vale la pena di raccontare la storia.

Un incidente che si sarebbe potuto evitare
Era il 18 febbraio 1991, la U.S.S. Tripoli, in fase di rientro nell’area di bonifica assegnata, urtò una mina ormeggiata ad urtanti di vecchia concezione ma decisamente ancora letale; la mina creò uno squarcio nello scafo di circa 40 metri quadrati, seminando il panico nell’equipaggio.

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Dopo circa tre ore il U.S.S. Princeton (CG 59), un incrociatore missilistico di scorta al gruppo CMM, attivò una mina da fondo tipo MANTA, che causò gravi danni alle eliche, al timone ed alle strutture interne. L’onda d’urto scatenò un incendio violento ed allagamenti nei locali sottostanti. Dopo lo scoppio della prima mina avvenne una seconda esplosione a circa trecento metri di distanza dalla nave, dovuta ad una seconda mina, la cui onda d’urto contribuì a danneggiare le già indebolite strutture del Princeton.

IRAQI MINEUn incidente che si sarebbe potuto evitare che dimostrò che la minaccia era stata sottovalutata. Non fu mai chiarita da parte della marina statunitense l’ingenuità di inviare navi all’interno di aree dove si conosceva la presenza di mine (mine danger areas). In particolare, se per il USS Tripoli fu un evento casuale per il USS Princeton fu una chiara mancanza di valutazione del rischio da parte del Comando americano.

L’incidente riaprì al Pentagono le vecchie ferite, forse mai richiuse, dell’incidente all’U.S.S. Samuel B. Roberts che il 14 aprile del 1988, ad est del Bahrain, aveva urtato un’obsoleta mina M-08 (di produzione sovietica) alla deriva per la rottura del suo ormeggio. Le mine facevano parte dei circa 1300 ordigni posati da Saddam tra l’isola di Faylaka ed il confine saudita-kuwatiano nell’arco dei cinque mesi precedenti, in concomitanza con l’Operazione DESERT SHIELD. Ancora una volta era mancata una seria valutazione della minaccia.

DESERT STORM
Quando l’operazione Desert storm incominciò, la Coalizione ebbe come missione principale la bonifica delle aree di possibile transito della forza anfibia in attesa dell’ordine di iniziare lo sbarco. L’opera di sminamento apparve subito complessa per la mancanza di sufficienti informazioni intelligence. Nonostante il US MCM Group avesse a disposizione un buon numero di mezzi di contromisure mine la loro efficacia fu ridotta dai continui disturbi causati dalle difese costiere e dai pattugliatori missilistici iracheni. Si percepì, inoltre, la mancanza di una regia adeguata. I pianificatori non avevano sufficiente esperienza ed addestramento per poter operare in sicurezza in un’area minata. Nonostante le esperienze negative precedenti è una lezione ancora non compresa dalla marina statunitense che tutt’oggi non ha specialisti di contromisure mine in organico e si concentra sugli aspetti tecnologici a scapito del fattore umano.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è desertstorm.jpg

Le forze della Coalizione in gioco
Le forze di contromisure mine americane nel Golfo Persico erano costituite dal nuovo cacciamine USS Avenger (MCM-1), tre dragamine vecchi di 30 anni (MSO), sei elicotteri MH-53E Sea Dragon e venti squadre di subacquei disattivatori mine  (EOD). Il USS Tripoli (LPH-10) fu designato come nave di supporto alle operazioni di MCM.

Inizialmente in loro supporto vennero distaccati cinque cacciamine britannici, due belgi e quattro dragamine della marina saudita. Le forze di contromisure mine furono in seguito rinforzate da unità specialistiche provenienti dal Belgio, Francia, Germania, Italia, Giappone e Olanda che ultimarono la bonifica dei campi il 10 settembre del 1991, distruggendo circa 1200 mine. I reparti internazionali specialistici operarono in scenari complessi, risalendo anche i fiumi dove operarono sugli ordigni antisbarco in condizioni di visibilità nulle. L’impiego dei primi UAV avvenne proprio nell’Eufrate.

La minaccia
Nei mesi che portarono all’operazione DESERT STORM, l’Iraq aveva approvvigionato un inventario variegato di mine navali per proteggere la costa del Kuwait. La posa dei campi minati era nota, anche se non dichiarata ufficialmente; ovviamente non si conosceva la loro esatta posizione ed estensione. L’acquisizione al termine della guerra dei piani di minamento iracheni mostrò che il campo minato, dove erano stati colpiti l’U.S.S. Tripoli ed il U.S.S. Princeton, era uno dei sei posati in un arco di 150 miglia dall’isola di Faylaka, che si estendeva fino al confine saudita con il Kuwait. Al suo interno erano state posate quattro barriere di minamento per un complessivo stimato di oltre 1.000 mine, tutte prima dell’inizio dell’operazione DESERT STORM.

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mina irachena tipo Manta

Per quanto concerneva le mine posate dagli Iracheni, anche le più moderne, non disponevano di sensori di attivazione o di batterie in buone condizioni ed il 95 % delle mine da fondo acustiche russe impiegate, del tipo UDM, fu valutato inoperabile. Diverse mine a contatto ormeggiate furono recuperate sul fondo ancora collegate ai loro carrelli (dai quali non si erano staccate). La maggior parte delle mine irachene consisteva in riproduzioni di mine a contatto russe e cinesi della prima guerra mondiale e da mine ad influenza magneto-acustiche più moderne acquistate dall’Unione Sovietica e dall’Italia (in versione semplificata ovvero senza sensori).

Ciònonostante, anche un campo minato mal progettato e con mine di dubbia efficacia, fu in grado di causare danni a due moderne navi combattenti, comportando un effetto psicologico tale da costringere la coalizione a modificare il piano di invasione iniziale. Lincertezza di poter contrastare adeguatamente la minaccia subacquea comportò la decisione finale del Joint Command Staff di non effettuare lo sbarco e di attaccare via terra. 

Dopo il “cessate il fuoco” le Marine occidentali mantennero alcuni cacciamine per la bonifica delle acque di accesso ai porti dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Kuwait, del Qatar, del Bahrain e dell’Oman. Complessivamente furono effettuate ben ventidue missioni di sminamento.

Fattore importante da menzionare:
al termine dell’operazione DESERT STORM, il Congresso degli Stati Uniti riconobbe l’inadeguatezza della componente di contromisure navale e ne ordinò una profonda revisione comprendente non solo i mezzi ma l’organizzazione stessa di Comando e dell’addestramento. Se si legge la storia della US Navy, questa direttiva fu data molte volte e sempre a seguito di errori disastrosi (ricordo per tutti il blocco della forza da sbarco di Mac Arthur a Wonsan, nella guerra di Corea, che causò il prolungamento della guerra e la conseguente morte di migliaia di americani che si sarebbe evitata se il piano avesse avuto successo nei tempi previsti). Lo avranno capito?

Il rapporto finale dell’operazione sottolineò la carenza del supporto intelligence necessario  per un’identificazione preventiva dei campi minati posati nel parte nord del Golfo. Questo comportò tempi di bonifica maggiori che si sarebbero potuti ridurre sensibilmente se la raccolta informativa delle attività di minamento irachene fossero state svolte preventivamente. 

pluto

l’impiego dei ROV fu un elemento di forza nelle bonifiche delle mine irachene. Veicoli subacquei filoguidati come il Pluto si dimostrarono altamente efficaci per l’identificazione e la neutralizzazione delle mine navali.

Un altro elemento interessante fu la constatazione che, sebbene la Marina irachena non avesse una capacità tecnico operativa evoluta nel campo del minamento, le operazioni di posa delle mine furono comunque portate a termine con successo secondo il vecchio principio che qualsiasi piattaforma può, all’occorrenza, essere impiegata come posamine.

L’impegno italiano
Il primo gruppo di navi partì da Taranto per il golfo nell’agosto 1990 e raggiunse il teatro operativo il 2 settembre 1990. Questo è l’elenco delle navi che presero parte alla missione con le date di arrivo e di partenza dalla zona di missione:

rifornitore di squadra Stromboli 2 settembre 1990 17 febbraio 1991
fregata Orsa 2 settembre 1990 4 gennaio 1991
fregata Libeccio 2 settembre 1990 31 gennaio 1991
fregata Zeffiro 13 ottobre 1990 17 febbraio 1991
LPD San Marco 28 gennaio 1991 15 marzo 1991
cacciatorpediniere  Audace 17 gennaio 1991 28 aprile 1991
rifornitore di squadra Vesuvio 12 febbraio 1991 24 aprile 1991
fregata Sagittario 12 febbraio 1991 28 aprile 1991
cacciamine classe Lerici: Sapri, Milazzo e Vieste 16 aprile 1991 30 luglio 1991
fregata Maestrale nave comando CSD 54 16 aprile 1991 30 luglio 1991
Nave trasporto costiero Tremiti in funzione supporto logistico avanzato per le unità cacciamine 16 aprile 1991 30 luglio 1991

 

Capo squadriglia CSD 54 CF Giuseppe Piro † 2017
cacciamine Sapri TV Pino Perrelli 
cacciamine Milazzo TV Diego Martini
cacciamine Vieste TV Giovanni Messina
Nave supporto Tremiti TV Francesco Scarpetta

Le lezioni acquisite in tale operazione sottolinearono che il pericolo del sistema d’arma “mina” non poteva essere trascurato a fronte delle altre minacce. Per cui era necessario:

  • sviluppare nuovi sistemi di protezione anti mine per le unità navali d’altura, in special modo quando operanti in aree lontane, in attesa dell’arrivo delle forze di CMM. in altre parole di sviluppare una componente organica di CMM su tutte le navi;
  • rivedere l’organizzazione della difesa passiva (antincendio ed anti falla) quando si opera in scenari con minaccia tridimensionale;
  • gestire e scambiare dati operativi sensibili nelle aree di operazione anche tra unità di CMM di diversa nazionalità per ridurre i tempi di bonifica.

Inoltre, confermarono la validità operativa dei cacciamine Lerici, costruiti dalla ditta italiana INTERMARINE. Le esperienze acquisite portarono in campo nazionale alla approvazione della costruzione di una seconda serie (classe Gaeta) e, nel mondo alla realizzazione di classi similari (come la classe Osprey realizzata su licenza da Intermarine a Savannah per la US NAVY).

Siamo arrivati ai primi anni ’90 ma la storia dell’impiego moderno dei nostri cacciamine non finisce qui.

Andrea Mucedola

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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