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Le plastiche nel Mediterraneo, un primo studio, tutto italiano, mostra un impatto importante delle plastiche nel Mare Nostrum

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: EMERGENZE AMBIENTALI
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANI
parole chiave: plastiche

 

Anche in questo finale di anno ritorniamo sul problema delle plastiche. Purtroppo, un recente studio di un team di ricercatori italiani dell’ISMAR-CNR di Lerici sembra dimostrare che anche il Mare Nostrum non è esente dalle emergenze che vengono continuamente segnalate in tanti mari del mondo.

Il mar Mediterraneo si sta trasformando in una grande discarica a cielo aperto. «A finire in mare – spiega Stefano Aliani, un ricercatore dell’ISMAR-CNR di Lerici co-autore dello studio – sono soprattutto i rifiuti della nostra vita quotidiana, le micro-plastiche sono un avanzo della degradazione di bottiglie, buste, imballaggi, materiale medico. Nel giro di decine di anni o perfino di secoli, a seconda del tipo di plastica e dell’ambiente in cui finiscono, questi rifiuti si riducono in poltiglia e molti di questi finiscono in mare».

Abbiamo già parlato delle tristemente famose “isole di plastica“, dei vortici marini enormi che stanno soffocando la vita negli Oceani a causa del loro impatto ambientale che non solo uccide molte creature marine per soffocamento ma avvelena le risorse ittiche, di fatto entrando poi nel nostro ciclo alimentare. Un disastro annunciato, frutto di superficialità e cattiva gestione dei materiali, erroneamente considerato un problema solo per gli oceani? I dati sono purtroppo sconcertanti. Lo studio dell’ISMAR, pubblicato nel novembre 2016, ha dimostrato che il Mar Mediterraneo è anch’esso una delle regioni marittime più colpite dall’inquinamento da micro-plastiche.

La pubblicazione su Scientific Reports di questo studio italiano segna l’atto conclusivo di un lungo lavoro scientifico che è andato avanti per ben tre anni. I frammenti microscopici sono stati raccolti nel 2013 da una rete speciale trainata dalla nave del CNR Urania che ha fatto tappa in 74 punti di Tirreno e Adriatico. I dati raccolti sono stati quindi processati analizzando la composizione polimerica di queste particelle galleggianti (ovvero dei pezzetti di micro-plastiche raccolti), ricavando  un primo sondaggio su larga scala di organismi e particelle  microscopiche e di piccole dimensioni ritrovate sia nel volume, sia sopra la superficie del Mar Mediterraneo, compresa la meso-plastica.

Di fatto lo studio fornisce una prima estesa caratterizzazione della loro identità chimica nonché informazioni dettagliate sulla loro abbondanza e distribuzione geografica.

situazioni-vortici-di-plastiche-dell-mediterraneo

i cerchi identificano le aree e le quantità di plastiche scoperte – estratto dallo studio del team italianohttp://www.nature.com/articles/srep37551

Tutte le particelle di dimensioni maggiori di  700 micron raccolte sono state identificate, attraverso l’analisi FT-IR  (n = 4050 particelle), e includono sedici diverse classi di materiali sintetici. Si è notato che i polimeri a bassa densità, come il polietilene ed il polipropilene, sono i composti più abbondanti, seguiti dai poliammidi, vernici a base di materiali plastici, cloruro di polivinile, polistirene e alcol polivinilico.

I polimeri meno frequenti comprendevano tereftalato di polietilene, poli-isoprene, poli (vinil stearato), etilene-acetato di vinile, poli-epossido, paraffina e poli-caprolattone, un poliestere biodegradabile riportato per la prima volta galleggiante in acque lontane dalla costa.

Sono state inoltre osservate differenze geografiche nella composizione del campione, dimostrando una certa eterogeneità nella distribuzione di materie plastiche che probabilmente riflette, tra le altre cose,  una complessa interazione tra le varie fonti di inquinamento ed i tempi di permanenza di diversi polimeri in mare.

Situazione emergente nel rapporto
La produzione globale di materie plastiche è aumentata di circa venti volte negli ultimi cinquanta anni,  superando nel 2015 una quantità di oltre 300 milioni di tonnellate. La domanda commerciale è in crescita esponenziale e si valuta che la produzione delle plastiche dovrebbe addirittura quadruplicare entro l’anno 2050, prendendo il 20% del consumo totale di petrolio ed il 15% del globale del carbonio. Le applicazioni per imballaggi monouso rappresentano la quota maggiore del mercato europeo in plastica, e rappresentano il 40% della produzione totale per oltre il 10% del rifiuti solidi urbani. Di conseguenza 275 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica sono stati generati nel 2010 da parte dei paesi costieri del mondo. E’ stato stimato che da 4,8 a 12,7 milioni di tonnellate finiscono negli oceani, uno scenario drammatico che dovrebbe peggiorare di un ordine di grandezza nel 2025. Un campanello di allarme che non può non essere ascoltato.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Great_Pacific_Garbage_Patch-Map-2017-1024x608.jpg

L. Lebreton, B. Slat, F. Ferrari, B. Sainte-Rose, J. Aitken, R. Marthouse, S. Hajbane, S. Cunsolo, A. Schwarz, A. Levivier, K. Noble, P. Debeljak, H. Maral, R. Schoeneich-Argent, R. Brambini, and J. Reisser – Ocean plastic mass concentrations for August 2015, as predicted by the data-calibrated model by the authors of the 2018 ofhttps://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5864935/

Dal momento in cui furono riportate  le prime notizie sulla presenza di plastica negli oceani nell’Oceano Pacifico (Great Pacific garbage patch) l’attenzione degli scienziati si è concentrata sul problema  verificando la presenza di rifiuti marini in tutti i mari compresi quelli polari.

Come abbiamo già accennato in altri articoli, la plastica è talmente abbondante da proporla  come un nuovo indicatore stratigrafico dell’antropogene. Oltre il 92% di tutti gli oggetti di plastica trovati in mare sono generalmente più piccolo di 5 mm. Queste minuscole particelle – di seguito denominate micro-plastiche – possono derivare dalla rottura di oggetti più grandi oppure sono scarti di lavorazione. L’ambiente marino viene inquinato anche da particelle come granuli, pellet e fibre di diversa origine. Oltre al loro impatto visivo, le micro-plastiche possono agire come vettori di dispersione di additivi chimici, inquinanti organici e metalli pesanti, accumulandosi ed entrando nella catena alimentare. 

 

Purtroppo l’ingestione di micro-plastiche è ampiamente riportata e le prime testimonianze di un trasferimento trofico sono emerse. I dati portano ad inserire il vortice di plastiche mediterraneo  come la sesta grande zona di accumulo di rifiuti plastici nei mari del Pianeta. Lo studio mostra che, a causa delle coste sempre più densamente popolate, della pesca, del trasporto commerciale marittimo, delle attività turistiche e industriali, notevoli quantità di rifiuti marini si stanno accumulando nel bacino del Mediterraneo, che vengono poi raccolti dalle correnti in ammassi di magnitudine ancora da determinare.

Le simulazioni mostrano che tra il 21% e il 54 % di tutte le particelle di plastica (cioè tra 3,2 e 28,2 × 1012 particelle), ovvero tra il 5% e il 10% della massa plastica globale (stimata tra 4,8 e 30,3 mila tonnellate) entra in queste spirali mostruose. Ovviamente la biodiversità ne subisce un forte impatto. Polimeri  sono stati trovati nel contenuto dello stomaco di grossi predatori pelagici e di molte specie commerciali. Grandi quantità di detriti di plastica sono stati anche segnalati sul fondo del mare, in galleggiamento e sulla fascia litorale. Studi sulla abbondanza delle micro-particelle galleggianti mostrano che esso è principalmente focalizzato sulla parte nord ovest del bacino ma future ricerche ci daranno maggiori elementi. Rimando al rapporto del ISMAR- CNR per una trattazione più compiuta dell’argomento.

              NO PLASTIC – BE SMARTER

immagine satellitare dell’area dell’isola di Henderson che mostra le patch di accumuli di plastiche © Copernicus Sentinel data (2018), processed by ESA, CC BY-SA 3.0 IGO

 

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Aaronne Colagrossi
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Aaronne Colagrossi
27/12/2016 11:15

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