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Reportage: isla de Cocos, un paradiso da preservare

livello elementare
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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Isla de Cocos, biodiversità, squali, tesori 
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Tra i tanti sogni per i subacquei di tutto il mondo è raggiungere la lontana isola del Cocco (Isla de Coco) situata a 532 km da Capo Blanco, sulla costa costaricana, adagiata tra il Costa Rica e le Galapagos, considerata un’inestimabile laboratorio naturale. Isola che, grazie alla sua lontananza dal continente, ha conservato una biodiversità unica al mondo, tanto da essere dichiarata prima parco nazionale, poi parco marino e infine patrimonio naturale dell’umanità dall’UNESCO.

Cocos’s beauties Photograph by Dmitry Miroshnikov

Nel tempo l’isola del Coco è diventata un paradiso per i subacquei e per gli amanti della natura, tanto da essere soprannominata Shark Island, grazie alla quantità di squali martello, pinna d’argento, con il maestoso squalo balena e gli splendidi pinna bianca. Lo straordinario filmato che possiamo vedere oggi porta la firma di due grandi maestri, Pippo Cappellano e Marina Cappabianca. Le straordinarie immagini subacquee sono state realizzate da Pippo Cappellano e sono state integrate con riprese aeree di Felipe Chacon, tutto con il sottofondo musicale del maestro Max Stival.

Un paradiso da proteggere
Il documentario vuol essere un grido di allarme contro la pesca eccessiva negli oceani che interessa purtroppo anche le acque dell’isola di Coco dove pescherecci si spingono per cacciare gli squali. Solo un ristretto numero di ranger protegge quelle acque dalla bramosia umana. Di fatto paradisi protetti come l’isola di Coco si ergono come un baluardo nella lotta contro il cronico sfruttamento dei mari. Ed ora ci immergiamo in quelle acque per godere uno spettacolo naturale che, se non ci saranno azioni concrete, potrebbe scomparire in un futuro non molto lontano. Un invito quindi a vedere questo bellissimo documentario e, per il suo messaggio di protezione e salvaguardia degli oceani, a farlo vedere ai vostri amici.

Photograph by Barry Peters

Isla de cocos: i suoi tesori
Cogliamo l’occasione per raccontare la storia dell’isola, famosa anche per le leggende di tesori che si racconta siano stati nascosti tra la lussureggiante vegetazione o all’interno delle numerose insenature dell’isola.

Le prime notizie sull’isola provengono da un testo del XVI secolo, l’Historia General y Natural de las Indias, Islas y Tierra Firme del Mar Océano (Siviglia, 1535) di Gonzalo Fernández de Oviedo che racconta la sua scoperta dovuta al navigatore spagnolo Johan Cabezas nel 1526. Il primo documento con il nome “Isle de Coques” è una mappa dipinta su pergamena, del 1542, realizzata durante il regno di Francesco I di Francia. La mappa di Hondius Broadside del 1590 mostra Isla de Cocos a 2 gradi e 30 minuti di latitudine nord. Nel Grand Atlas di Willem Blaeu, del 1662, l’isola viene invece disegnata proprio sull’Equatore.

L’Atlante di Frederik De Witt, 1680, lo mostra in modo simile. Nel 1832, l’isola di Cocos fu annessa dalla Costa Rica e divenne approdo regolare per i balenieri fino alla metà del XIX secolo, quando il cherosene economico iniziò a sostituire l’olio di balena per l’illuminazione. Nell’ottobre 1863, la nave Adelante abbandonò 426 ex-schiavi tongani sull’isola quando fu scoperto che avevano contratto il vaiolo e costituivano un pericolo per il suo equipaggio. Quando la nave Tumbes arrivò per soccorrerli un mese dopo, furono trovati solo 38 sopravvissuti, il resto era morto di vaiolo.
Nel 1897, il governo costaricano nominò un’avventuriero tedesco, nonché cacciatore di tesori, August Gissler primo governatore dell’isola di Cocos e gli permise di fondare una colonia di breve durata. Gissler visse sull’isola dal 1889 al 1908, alla ricerca dei leggendari tesori riuscendo a trovare solo alcune monete d’oro.

L’isola dei leggendari tesori
Ma arriviamo alla sua fama di luogo di sepoltura di fantastici tesori dei pirati. Il pirata inglese Bennet Graham vi nascose probabilmente il suo tesoro in qualche insenatura sotto le scogliere di Wafer Bay. La prima a parlarne fu una certa Mary Welch, che sostenne che 350 tonnellate d’oro erano state sepolte dal suo capitano sull’isola. Nel 1818 Mary Welch era stata un membro dell’equipaggio pirata guidato dal capitano Bennett Graham ed era stata trasportata in una colonia penale australiana per i suoi crimini. Si racconta che, dopo la sua scarcerazione, 21 anni dopo, raggiunse l’isola con una mappa che mostrava dove il tesoro di Graham era stato nascosto. I suoi tentativi di trovare il tesoro non ebbero però successo in quanto i punti di riferimento nella carta, tra cui un grande cedro, erano scomparsi.

Un altro tesoro che si suppone sia ancora sepolto da qualche parte sull’isola è quello di Benito “Bloody Sword” Bonito. Bonito terrorizzò nello stesso periodo la costa occidentale delle Americhe, saccheggiando i galeoni spagnoli e portando i tesori sull’isola di Cocos. La sua “impresa” maggiore avvenne ad Acapulco. Bonito, dopo aver saputo che l’oro spagnolo veniva trasportato da soldati in uniforme dalla cordigliera messicana fino ad Acapulco, organizzò un agguato, catturò le guardie e fece indossare le loro uniformi ai suoi uomini. Quindi recuperò il tesoro e, senza sparare un colpo, lo caricò sulla sua nave, senza sparare un colpo. Il suo errore fu di aver accettato nella sua ciurma due marinai inglesi. Anni dopo, i due furono arrestati e condannati all’impiccagione, ma in cambio della vita, furono rilasciati dopo aver condotto gli Spagnoli al nascondiglio delle Indie occidentali di Bonito, dove il sanguinario pirata fu poi catturato e giustiziato. Si presume che anche il suo tesoro fu nascosto sull’isola di Cocos.

Ma c’è un ma. Gli storici credono, sulla base di fatti e altri dati, che la vera identità dietro a Benito Bonito fosse quella del capitano Bennett Grahame che saccheggiò il tesoro del Devonshire per poi seppellirlo in un tunnel nell’isola di Cocos. Il tesoro del Devonshire prese il nome dalla nave che lo trasportava, HMS Devonshire, il cui capitano era proprio Bennett Grahame. 

Il tesoro di Lima
Forse la più nota delle leggende de l’Isla de Cocos è quella del leggendario tesoro di Lima. Tutto avvenne nel 1820, quando l’esercito di José de San Martín si avvicinava a Lima. Egli aveva infatti maturato il suo grande disegno di attraversare le Ande meridionali, invadere il Chile e di lì, per mare, il Perù onde battervi le ultime più temibili resistenze spagnole. Il viceré spagnolo José de la Serna decise di affidare il tesoro della città al commerciante britannico Captain William Thompson per trasportarlo a bordo della sua nave in Messico. Il tesoro di Lima era enorme, composto da 113 statue religiose in oro, 200 bauli di gioielli, 273 spade con manici ingioiellati, 1.000 diamanti, corone in oro massiccio, 150 calici e centinaia di lingotti d’oro e d’argento.

Captain William Thompson

Ma Captain Thompson e il suo equipaggio si rivelarono dei criminali senza scrupoli.  Uccisero gli uomini del viceré e salparono per Cocos, dove presumibilmente seppellirono il tesoro. Arrestati poco dopo da una nave da guerra spagnola tutto l’equipaggio fu giustiziato per pirateria, tranne Thompson e il suo primo ufficiale, Forbes, risparmiati in cambio di rivelare dove avevano nascosto il tesoro. I due condussero gli Spagnoli sull’isola ma, approfittando di una distrazione, fuggirono nella foresta e non furono mai più ritrovati. Gli Spagnoli continuarono le ricerche inutilmente. Si ritiene che Thompson e Forbes ritornarono sulla terra ferma, probabilmente sbarcando a Terranova con l’aiuto di una nave baleniera. Alcuni pensano che Forbes morì subito dopo di febbri tropicali, altri che l’ufficiale, dopo mille peripezie, raggiunse la California dove divenne un uomo d’affari di successo. Invece Thompson, dopo essere tornato a casa, trovò impiego come marinaio semplice. La sua vita cambiò quando conobbe un navigatore olandese di nome John Keating con cui visse tre anni. In punto di morte, Thompson rivelò a Keating il luogo dove era sepolto il tesoro. Keating intraprese ben tre spedizioni sull’Isola del Cocco, riportando ogni volta a casa modeste quantità d’oro. Esiste una versione che Keating  sbarcò a Cocos Island e trovò il tesoro, ma alla vista di tanto oro, il suo equipaggio si ammutinò e Keating e il captano della nave Bogue, dopo aver riempito una scialuppa di oro uomini cercarono di sfuggire. Questa si capovolse, il capitano morì e Keating a stento fu salvato da una nave di passaggio e portato a Newfoundland, dove in seguito morì. Prima di morire Keating passò le informazioni ad un certo Nicolas Fitzgerald, che a sua volta, non avendo risorse per intraprendere una spedizione,  le rivelò a un australiano di nome Curzon Howe ricevendo in cambio una modesta somma di denaro. Queste informazioni furono scritte in documenti che oggi sono esposti al Nautical & Traveller Club di Sydney. Ma ammesso che Keating trovò parte del tesoro, il grosso rimane nascosto in qualche anfratto dell’isola. Cocos Island e le sue leggende di forzieri colmi d’oro, ispirarono molti cercatori di tesori e pare abbiano ispirato anche il celebre romanzo di Robert Louis Stevenson, “L’isola del tesoro“.

Il vero tesoro
Fantasia o realtà? Per ora il vero tesoro dell’isola è la sua natura incontaminata che deve essere protetta per preservare questo ultimo paradiso della Terra che fa ora parte del  sistema di parchi nazionali della Costa Rica. Nel 1997, l’UNESCO l’ha nominata Patrimonio dell’Umanità. Il governo costaricano ha smesso di rilasciare ulteriori licenze per la caccia ai suoi mitici tesoro e l’isola di Cocos è tornata alla sua tranquillità originale, con scenari senza tempo, proprio come Johan Cabezas l’aveva trovata più di 450 anni fa.

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