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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Protagonisti del mare: Cristina Zenato

 

livello elementare
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ARGOMENTO: PROTAGONISTI DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: REPORTAGE
parole chiave: Cristina Zenato, Bahamas, squali, grotte
,


Oggi incontriamo Cristina Zenato, un personaggio del mare straordinario che non necessita sicuramente di presentazioni. Ognuno di noi ha avuto modo di conoscerla attraverso video e fotografie che ci hanno raccontato il suo “endless” amore per il mare e le sue creature. Cristina ci ha concesso una lunga intervista che ho deciso di suddividere in tre articoli … nel primo ci racconta la sua incredibile vita, una vita da film, nel secondo il suo incredibile rapporto con gli squali che commuoverà molti di noi e nel terzo un aspetto forse poco conosciuto, le esplorazioni delle grotte subacquee delle Bahamas

Ciao Cristina, grazie di concederci un pò di tempo del tuo busy time. Parlaci di te, della tua giovinezza, sicuramente avventurosa e di come ti sei avvicinata al mare
Ciao, sono nata sul lago di Garda da papà veronese e mamma ligure ma sono cresciuta insieme a miei genitori tra la savana e la foresta pluviale del centro Africa. Ho avuto la fortuna ed il privilegio di vivere un’infanzia ed un’adolescenza all’aria aperta, circondata da un mondo completamente diverso, selvaggio, che inspirava ammirazione ma che richiedeva costante cautela e rispetto. L’amore per il mare è stato inspirato dai miei genitori sin dall’infanzia, una passione passata a me grazie a mio papà, le sue storie e foto da ardito incursore della Marina Militare italiana, da mia mamma e tutta la sua famiglia, appassionata di mare. Ecco una foto di papà e mamma con me.

Mentre eravamo in Africa si “scendeva” dalla foresta per andare alla costa selvaggia di Pointe-Noire, dove si trascorrevano le giornate tra le onde di un oceano burrascoso ed imperdonabile. Durante le ferie estive si rientrava in Italia e passavo l’estate nuotando ed a fare apnea con una semplice maschera, un boccaglio ed un paio di pinne che dovevano essere comprate nuove ogni anno mentre crescevo, in parte sul Lago di Garda, in parte a Bordighera.

mio padre, Cesare Zenato, al Comando Raggruppamento Subacquei ed Incursori Teseo Tesei in  tenuta da combattimento subacqueo con autorespiratore ARO (anno 1957) –  photo credit Cristina Zenato 

Una delle memorie che ho più distinte di quei tempi è quella di mia mamma in piedi sulle rocce a controllare che io stessi bene, mentre passavo ore ed ore in acqua ad immergermi in apnea alla ricerca di gusci di ricci morti, conchiglie e pezzi di vetro lavorati dalle onde e le rocce. Nulla poteva farmi uscire dall’acqua; mentre tremavo di freddo ed avevo le labbra blue, continuavo a dire a mia mamma che stavo bene e potevo rientrare in acqua. Ad otto anni maturai la decisione che il mio lavoro sarebbe stato di guardiano dell’oceano con squali per amici. Nella mia fantasia immaginavo un lavoro dove sarei potuta rimanere in acqua per ore senza avere un adulto che mi dicesse di uscire.

Nella mia immaginazione, sarei stata un subacqueo in grado di pattugliare le barriere coralline e controllare che i visitatori si comportassero bene ed in accordo con le regole. Con me, gli squali, compagni, amici fedeli, guardiani come il cane che non ho mai avuto da bambina o ragazza a causa del tipo di vita della mia famiglia e della nostra natura vagabonda. Contemporaneamente alla passione per il mare, la scoperta delle lingue, del potere che la comunicazione ci permette ed il desiderio di essere in grado di parlarne diverse. Non ho mai seguito studi scientifici, ma con i miei studi mi sono immersa nelle lingue, cultura, arte, storia e letteratura.

il mio mondo, le Bahama – photo credit di Lucie Drilkova, 

A ventidue anni, per una serie di coincidenze, arrivai alle Bahamas, precisamente a Grand Bahama Island, dove risiedo da ventisei anni, per completare un corso sub. Una coincidenza che cambiò il resto della mia vita e delle mie scelte. Dopo due sole settimane di soggiorno, la decisione di lasciare tutto quello che avevo in Italia: compagno, lavoro, auto e di partire con un borsone di effetti personali per poter continuare ad essere un subacqueo giorno dopo giorno. Ottenuto un lavoro in hotel grazie alla mia conoscenza delle lingue, in un anno sono cresciuta da open water diver ad istruttore subacqueo, aggiungendo alla mia esperienza oltre quattrocento immersioni.

Ben Rose ed io – photo credit Cristina Zenato

A Grand Bahama iniziò un’amicizia che durerà fino al 2019 con Ben Rose, mentore ed amico, che cominciò l’immersione con gli squali. Ben Rose mi introdusse ad un’altra attività che, insieme allo studio e conservazione degli squali, mi tiene legata a questa isola: le grotte.

Il mare è parte di tutti noi … molti non se ne rendono conto fino a quando ne vengono affascinati, incantati dalla sua bellezza. Sotto un certo aspetto è come tornare nel ventre delle nostre madri.

Come vivi il rapporto con l’universo mare?
Il mare per me è la mia casa, è la mia origine. La prima volta che mi sono immersa (ed avevo sempre avuto una passione per apnea e l’acqua in genere) è stato come ritrovare la mia anima, mi sono sentita in pace, felice, soddisfatta. Quando sono in acqua tutti i pensieri che affliggono la vita sulla terra ferma levitano verso la superficie insieme alle bolle che esalo. Il mare è una figura femminile, è la madre di questo mondo, la creatrice di questa vita, la fonte di tutto ciò che siamo ed abbiamo, ma come tale è anche la donna che punisce e che si accanisce con una rabbia indomabile ed incontrollabile. Per me è serenità, felicità ma anche rispetto e conoscenza. Per me è posto dove si guarisce, dove ci si rigenera e dove trovo pace. Il mare mi ricorda la mia fragilità, la mia fallibilità e le mie restrizioni.

M’insegna ad esercitare cautela, a non essere compiacente e distratta, mi ricorda di essere umile. Osservando il mare ed i suoi abitanti ho imparato lezioni per vivere una vita migliore sulla terra ferma, dal mare ho portato a casa insegnamenti, esempi e la capacità di adattarsi ad un mondo che è costantemente in evoluzione.

Hai scelto di vivere alle isole Bahamas che sono state purtroppo fortemente colpite da un ultimo uragano. La devastazione è stata spaventosa. Puoi raccontarci le tue impressioni di quei giorni?
Di uragani sull’isola ne ho passati tanti, anzi da quando vivo qui li ho passati tutti. Ho imparato a prepararmi per l’uragano stesso ma soprattutto a vivere nel post-uragano, la fase più lunga e difficile. Dorian non è il primo uragano che si ferma sull’isola per oltre 20 ore, Frances nel 2004 ha fatto la stessa cosa, ma Dorian è stato un uragano di una forza diversa, di un’intensità mai vista, non paragonabile a Matthew, anche quello una categoria 5 nel 2016. Durante Dorian eravamo chiusi nel mio piccolo appartamento, cinque di noi, tre cani e due esseri umani. La corrente e l’acqua vengono chiuse immediatamente dal governo quando il vento raggiunge le 40 miglia orarie, un sistema di prevenzione molto efficiente. La logica è nella prevenzione degli allagamenti, contaminazione dell’acqua ed ovviamente elettrocuzione. Le finestre chiuse e bardate, il caldo e l’umidità e la mancanza d’aria limitano le attività che si possono fare. Sul pavimento quattro borse stagne, dentro al sicuro quelle cose da portare via al volo In una borsa, passaporti, laptop e hard drive con tutte le foto e ricordi accumulati, telefoni, portafogli, diversi documenti, in un’altra, magliette, pantaloncini, biancheria varia, cibo ed acqua, medicine di base nella terza ed elementi per dormire in un rifugio se necessario tipo sacco letto, mini-asciugamani da campeggio e fornello a gas nell’ultima borsa.


Quattro borse, due persone, uno zaino in spalla, uno sullo stomaco, i cani pronti con il collare ed i guinzagli vicino alle borse, ci si muove vestiti, con le scarpe indossate, pronti ad intervenire o uscire se necessario. In un angolo della camera un telo di plastica crea un rifugio con il materasso come protezione contro un possibile crollo del tetto. L’opzione di uscire non è sempre la migliore quando il vento soffia a 190 miglia orarie e tutto diventa un possibile proiettile. Per la prima volta durante Dorian abbiamo un contatto telefonico e internet, di solito anche quei contatti se ne vanno, e siamo riusciti a seguire il progresso, od in questo caso la mancanza di. Durante le lunghe ore, si dorme un pò, poi ci si sveglia al rumore del tetto che cigola e si lamenta, si mangia qualcosa, poi si dorme di nuovo un pò, si controlla il progresso dell’uragano per poi sentirsi impotenti, indifesi ma anche frustrati dal fatto che continua a rimanere nello stesso posto e si muove a zero miglia orarie. Nel buio della notte la decisione di andare a dormire sul pavimento sotto il rifugio, il tetto che si lamenta sempre di più, il vento che non cala, l’uragano che non si muove. I cani tranquilli, silenziosi, loro sanno certamente meglio di noi cosa sta succedendo. Poi arrivano le notizie degli allagamenti, le zone sott’acqua aumentano, le zone salvate sempre meno, si crea ancora più tensione. Arrivano nomi di posti sull’isola che sono sempre rimasti intatti, al momento sono sotto tre, cinque, in alcuni posti dieci metri di acqua. L’uragano non si muove, la gente è rifugiata nei sottotetti, notizie arrivano di aree completamente spazzate via dall’allagamento dal nord e dalle onde da sud. La nozione che quello che rimarrà dell’isola sarà poco trova radice nei nostri pensieri, questa è una tempesta di altre dimensioni, di altre forze. Più tardi, per descriverla, dirò che c’era rabbia, vendetta, furia, che aveva uno spirito diverso, una voglia di spazzar via tutto quello che era umano. Durante le oltre trenta ore barricati dentro, fuori dalla finestra, attraverso una baia, una barca, ormeggiata contro l’uragano, attaccata al molo. Sulla barca una piccola bandiera bahamense, lasciata in sfida oppure semplicemente dimenticata. Una bandiera che ho pensato sarebbe volata via alle prime raffiche di vento. Invece lei lì, imperturbabile, sventola con forza, con determinazione. Mentre le ore passano ogni tanto guardiamo la bandierina, “still there” ci diciamo l’uno con l’altro, se la bandierina ce la può fare, così possiamo anche noi.

Grazie di questa testimonianza ricca di pathos che ci fa comprendere il tuo rapporto con la natura … restate con noi per la prossima intervista … parleremo di Cristina e gli squali.
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1 commento

  1. Francesco Brecciaroli Francesco Brecciaroli
    08/04/2020    

    Emozionante! Veramente un bel racconto!

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