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La battaglia di Tripoli del 1825 di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Tripoli, Marina sarda, Barbareschi, Mameli

 

Dopo il Congresso di Vienna, pur essendo l’Europa in pace, i Paesi costieri del Mediterraneo o che trafficavano nel suo interno, dovevano fare i conti con le attività corsare attuate dal Marocco, dalla Grecia e dai porti di Algeri, Tunisi e Tripoli.

Gli Stati della penisola italiana avevano poche risorse finanziarie e poche navi per difendere le proprie coste e navi mercantili per cui, secondo una prasse secolare, avevano stipulato accordi con le reggenze musulmane d’Africa. Queste, formalmente sottoposte all’autorità dell’impero Turco, erano di fatto autonome e, data la povera economia, si finanziavano con azioni corsare a danno soprattutto degli Stati rivieraschi della penisola.

I Borbone, mentre lentamente ricostruivano una loro flotta militare, avevano stipulato con Tripoli degli accordi che si rivelarono inutili e dispendiosi perché non sorretti da adeguate forze navali di dissuasione; i Barbareschi, sotto falsa bandiera, continuarono così a depredare fin dentro il golfo di Napoli.

I Savoia, con l’annessione della Liguria, ereditarono uno dei più importanti porti del Mediterraneo e trasferirono da Villafranca, nella contea di Nizza, a Genova la base navale della loro flotta.

Genova annessa al Regno di Sardegna dopo il Congresso di Genova

Per contrastare le scorrerie dei corsari che risalivano il Tirreno, dettero avvio, nel cantiere della Foce, alla costruzione di due grandi fregate “all’americana” di cui una finanziata dai commercianti liguri. Per migliorare la qualità dei quadri autorizzarono la costituzione della Regia Scuola di Marina, voluta dal Des Geneys, che iniziò a operare a Genova proprio dal 1816. La Regia Scuola di Marina fu una delle Scuole che in seguito si fusero nella reale Accademia Navale di Livorno.

Ammiraglio Giorgio Andrea Des Geneys

L’Ammiraglio Giorgio Andrea Des Geneys è una figura centrale nella storia navale di quegli anni; già Comandante della flotta sarda negli anni in cui il Regno si era ridotto alla Sardegna, a causa dell’occupazione francese della parte continentale del regno. Des Geneys ebbe una notevole carriera, culminata con la nomina a Capo sia della Reale Marina che dei Reali Carabinieri. L’ammiraglio si era in precedenza distinto in molte azioni navali. Nel 1786 abbordò e catturò una nave barbaresca cannoneggiata dalla fregata San Vittorio, e dopo averne assunto il comando la condusse in un porto sardo. Tre anni dopo, nel luglio 1789, intercettò e catturò un tre alberi tunisino e, ancora nel settembre 1804, catturò due navi armate tunisine. In seguito, nel giugno 1806, catturò un’imbarcazione con ventisette tunisini che furono poi scambiati con altrettanti sardi ridotti in schiavitù.

Nel luglio 1811, una flottiglia da lui organizzata catturò due delle tre navi corsare intercettate al largo di Capo Teulada e nel 1813 soccorse alcuni pescatori della tonnara dell’isola di San Pietro, aggrediti dai barbareschi, riuscendo a evitarne la cattura. Nell’estate del 1815 una flotta di corsari tunisini, composta da tre fregate, tre gabarre, tre brigantini, tre sciabecchi e altre sei navi minori, attaccò  i villaggi sulla costa a sud di Salto di Quirra. Si spinse poi in Gallura, dove fu respinta e, a metà ottobre, arrivò nel golfo di Cagliari dove tentò degli sbarchi e poi si diresse a Sant’Antioco dove, sotto falsa bandiera inglese, riuscì a sbarcare, assalì e prese il forte a protezione della cittadina, saccheggiò l’abitato e distrusse tutto ciò che non poté predare. I prigionieri (158 sudditi del re di Sardegna) furono trasportati a Tunisi e venduti come schiavi.

Il console napoletano di quel tempo in Tunisia riferì che i corsari erano riusciti complessivamente a predare circa 500 persone nella spedizione lungo le coste italiane.

L’incursione a Sant’Antioco suscitò clamore in tutta Europa tanto che l’Inghilterra inviò in Africa una potente squadra navale al comando dell’ammiraglio Exmouth, per costringere i tre Bey di Tunisi, Algeri e Tripoli a cessare le attività corsari. Il Bey di Algeri, Umar ben Muhammad, firmò un trattato con cui assicurava la libertà di commercio. Ugualmente fece il Bey di Tripoli, Yusuf Karamanli, che accettò la creazione di un Consolato del Regno Sardo a Tripoli. Dopo nuovi assalti algerini, a fine agosto del 1816, la flotta inglese, riunitasi alla squadra navale dell’ammiraglio olandese Van Capellen, si diresse ad Algeri, la bombardò per nove ore, affondò tutte le navi presenti, rase al suolo le difese della città e la occupò militarmente imponendo ai barbareschi il rispetto dei trattati firmati.

L’azione della flotta sarda
Nel 1822, una squadra sotto il comando di Des Geneys, composta dalle fregate Maria Teresa e Commercio di Genova, dai brigantini Nereide e Zeffiro e dalla goletta Vigilante, toccò i porti di Tunisi, Algeri e Tangeri, costringendo il rinnovo dei trattati commerciali con tali Paesi.

fregata Commercio di Genova

Nel febbraio 1825 il console del Regno Sardo a Tripoli, si ammalò e per curarsi fu autorizzato a rientrare mentre veniva surrogato nel suo incarico dal vice console Foux.
Il Bey di Tripoli maliziosamente interpretò tale surrogazione come sostituzione del console e chiese il pagamento di cinquemila piastre, dono previsto a ogni cambio di console secondo il concordato del 29 aprile 1816, che era stato sottoscritto con l’ammiraglio inglese Exmouth per conto del Regno di Sardegna. Ne ottenne solo mille per cui il Bey ordinò il sequestro di tutti i beni sardi che si trovavano a Tripoli, dichiarando guerra, il 7 agosto, al Regno di Sardegna ed inviando, il 23 dello stesso mese, diversi corsari a caccia di navi sarde. 

Jean-Baptiste Isabey, Carlo Felice di Sardegna, olio su tela, ~1821, Museo del Prado a Madrid

Il Re Carlo Felice incaricò allora il Comandante della Regia Marina, l’ammiraglio Des Geneys di far fare scalo alla Divisione navale sarda anche a Tripoli,  per accompagnare i nuovi Agenti Consolari nei porti di Corfù, Alessandria d’Egitto, Beirut, Cipro, Rodi, Smirne, Dardanelli e Salonicco, e naturalmente di catturare le navi nemiche incontrate.  Le istruzioni erano però di agire con moderazione in sostegno alla diplomazia e solo in caso di intransigenza di minacciare il blocco navale di Tripoli. Se ciò non avesse portato risultati, si poteva dare inizio alle ostilità.

La Divisione navale sarda era costituta da due fregate (Commercio di Genova 44 cannoni e Maria Cristina 44 cannoni), da una corvetta (Tritone 20 cannoni), un brigantino (Nereide 14 cannoni) e da quattro bastimenti mercantili da trasporto. La Divisione fu affidata al comando  del Capitano di vascello Francesco Sivori, comandante della fregata Commercio di Genova.

Il 5 settembre partì da Genova il Cristina diretto a Tunisi per imbarcare una missione Turca e restare in attesa delle altre navi. Il 6 settembre parti da Genova anche il Tritone per una prima attività di contrasto dei corsari tripolini e attendere, davanti alla città, il resto della divisione navale. Il 10 settembre partirono da Genova la fregata Commercio e il Nereide e quattro mercantili con a bordo i vari consoli.

Nereide

Durante il trasferimento si ebbe conferma da alcuni mercantili incontrati che il Bey di Tripoli si dichiarava in guerra col Regno Sardo.

Dopo quattordici giorni di navigazione, il 24 settembre, al largo di Tripoli, tutte le unità della Divisione si riunirono. Il mattino seguente il Tritone si avvicinò a due miglia dal porto segnalando di voler contattare il console inglese. Poco dopo, sopraggiunse una galiota latina a tre alberi, battente bandiera inglese, con a bordo il vice console sardo e il vice console inglese. Messi al corrente delle richieste del Sivori: il console inglese suggerì un incontro con il Pascià Bey per trattare nel proprio consolato, territorio neutrale. Il lunedì 26 settembre il Capitano di vascello Francesco Sivori scese a terra, ricevuto dal console inglese Warrington, e si recò al consolato inglese; intanto le navi della divisione si ancorarono fuori vista dal porto. Inizialmente il Bey Jussuf inviò a parlamentare il generale Haggi-Mohamed che apparve propenso a trovare un accordo, rinviando la definizione delle clausole al mattino successivo. Ma il giorno successivo Sivori si vide consegnare una nota con cui si avanzavano richieste più esose di quelle contenute nel trattato precedentemente in vigore. Richieste esagerate, inammissibili e alle quali Sivori replicò che se entro quattro ore non avesse ricevuto richieste più accettabili avrebbe iniziato le ostilità. Non avendo ottenuto risposte allo scadere dell’ultimatum, considerato poco proficuo un bombardamento navale, il Sivori decise di organizzare un assalto notturno contro le navi del Bey ormeggiate in porto.

Le principali unità Barbareschi presenti erano ormeggiate sotto la protezione dei cannoni dei quattro forti e consistevano in un brigantino da dodici cannoni sotto il palazzo del Bey, due golette da sei cannoni nel porto militare e diversi sciabecchi armati nel porto mercantile. Alla fonda, presso l’imboccatura del porto c’era anche un brigantino militare olandese, incaricato di trattare col Bey per conto del suo governo.

Tenuto il consiglio di guerra con i comandanti delle navi, nel pomeriggio del 27, cominciarono i preparativi per l’incursione. Il piano prevedeva l’assalto alle navi, la loro cattura e rimorchio fuori dal porto o, in alternativa se ciò non fosse stato realizzabile, il renderle inutilizzabili incendiandole. A questo scopo furono predisposte delle fascine di erica impregnate d’olio, battifuoco (acciarini), bottiglie d’acqua ragia e bottiglie piene di polvere da sparo. Il segnale di rientro è il lancio di due razzi dalla barca del comandante della spedizione.
 

Si utilizzeranno le imbarcazioni di servizio delle navi, le barcacce più capienti armate con una carronata (un tipo di cannone navale ad avancarica a corta gittata) e le lance dotate ciascuna di un cannoncino. Gli assaltatori sono 260, e il comando viene assegnato al Tenente di vascello Giorgio Mameli, padre dell’autore dell’inno nazionale italiano. Mameli nacque a Cagliari da nobile famiglia sarda nel 1798. Amante del mare, si arruolò come mozzo nella marina del re di Sardegna e fu imbarcato sopra una mezza galera comandata da un suo zio, prendendo parte a varî scontri con gli sciabecchi barbareschi che infestavano il Tirreno. In uno di questi fatti d’armi diede prova di grande valore, meritandosi speciali elogi. Percorse rapidamente la carriera nella ricostituita marina di Vittorio Emanuele I. Promosso contrammiraglio nel 1849 fu eletto deputato al parlamento sardo ma, dopo la morte eroica di Goffredo, lasciò la vita militare e la politica, ritirandosi a vita privata.

La prima squadra ebbe come obbiettivo il brigantino nemico ed era composta dalla barcaccia della fregata Commercio. Fu in quell’occasione che Mameli, congedandosi da Sivori che lo incoraggiava, disse: “Signor Comandante se, da questo luogo fra poco Ella non vedrà cessato il fuoco de’ nemici, dica pure: morto è Mameli”. La barcaccia e la lancia del Cristina furono assegnate al sottotenente di vascello Millelire e al  guardiamarina Carlo Persano. Questi nomi vi ricordano qualcosa? 

La seconda squadra deve prendere le golette ed è formata da tre lance, due del Cristina (comandate dal STV Pelletta e dal STV Bargagli) e una del Commercio (STV Todon del Battaglione Real Navi). La terza squadra deve occuparsi degli sciabecchi e impedire l’arrivo di aiuti alle navi attaccate; si basa sulla barcaccia del Tritone (STV Chigi e GM Scoffiero), di quella del Nereide (STV Tanca) e della lancia del Commercio (GM Tholosano). Ma non solo, la lancia del Tritone (GM Malaussena) viene inviata ad avvisare la nave olandese dell’attacco in corso e poi recarsi in supporto agli altri.

Corvetta Tritone

Per ingannare le forze nemiche venne simulato lo sbarco di truppe per attaccare la città con quattro lance dei trasporti, comandate dal GM Dodero e GM Dinegro. Questo attacco diversivo era necessario per ritardare l’avvistamento degli attaccanti dato che, per entrare nel porto e portare l’attacco, si doveva o passare davanti alle batterie dei forti che lo difendevano e si doveva evitare o utilizzare un passaggio periglioso tra gli scogli sotto costa. Alle undici di sera tutte le barche si radunarono a poppa del Nereide per essere prese a rimorchio; mezz’ora dopo mezzanotte il brigantino le rimorchiò fino davanti al passaggio di levante, a due miglia dall’obbiettivo: questo per evitare i rischi d’incaglio sugli scogli.

Gli assaltatori si addentrarono nel porto in silenzio, vogando con gli scalmi e i gironi dei remi fasciati. Superato il primo forte, alle ore due e trenta venne dato l’allarme da una sentinella. I forti, le navi e le truppe barbaresche, dalle mura e dalla spiaggia, aprirono un fuoco vivace, continuo ma infruttuoso grazie all’oscurità della notte che nasconde le imbarcazioni. La prima squadra giunse rapidamente sotto il brigantino e, a breve distanza, fece fuoco con la carronata e coi cannoncini. Da li a poco iniziò l’abbordaggio; primo ad irrompere sulla coperta nemica è il secondo nostromo Giovanni Bottini, detto Capurro e con lui Tazza, Persano ed il timoniere Belledonne seguiti da tutti gli altri marinai. Il Capurro venne mortalmente ferito ma i Tripolini vennero decimati dalla mitraglia, e sopraffatti. Alcuni si gettarono a mare, altri a bordo, opponendo resistenza, vengono passati a fil di spada. Contemporaneamente la seconda squadra assalì una goletta, impadronendosene. A causa del vento, che ne impedisce il rimorchio,  la goletta viene incendiata.

La terza squadra si disperdette per l’oscurità poco dopo l’ingresso in porto. Chigi e 22 marinai, sulla barcaccia del Tritone, nonostante fatti segno da colpi di fucile da parte di un bovo corsaro (piccolo veliero mercantile) assaltarono e incendiarono alcune imbarcazioni mercantili, poi due sciabecchi ancorati alla punta della dogana dopo aver costretto gli equipaggi a gettarsi a mare. Dalla porta Dogana accorsero però cinquecento soldati nemici. I marinai sardi li lasciarono avvicinare, poi li investirono con la mitraglia della carronata e con fitti colpi della moschetteria, costringendoli alla fuga lasciando il terreno coperto di cadaveri. La barcaccia del Nereide comandata dal Tanca, assalì ed incendiò l’altra goletta, con l’appoggio della scialuppa della fregata Commercio, al comando del guardiamarina Tholosano, e quella del Tritone con il guardiamarina Malaussena, sopraggiunti in supporto.

Epilogo
Alle quattro di notte tutte le navi nemiche sono in fiamme, l’obbiettivo è raggiunto, il Mameli lancia due razzi e dà il segnale del rientro; dall’altro lato disturbati dai piovaschi i barbareschi continuano a sparare inutilmente contro gli attaccanti ma l’intera squadriglia guadagna l’uscita del porto dove viene raggiunta da una lancia del Tritone con un medico che presta i primi soccorsi ai feriti. Alle cinque tutte le imbarcazioni raggiungono le proprie navi, hanno perso un solo uomo e sei sono feriti, di cui uno mortalmente, un soldato del Real Navi.

Al sorgere del giorno la Divisione sarda si allarga dalla costa per prepararsi a sferrare un nuovo attacco. Nel pomeriggio però viene raggiunta dal brigantino olandese il cui comandante sale a bordo del Commercio. Dopo i complimenti per la brillante azione compiuta il comandante olandese chiede quale siano le intenzioni. Gli viene risposto che l’intenzione è quella di colpire ancora la città con un bombardamento se non ci sarà accordo. Il brigantino rientra in porto e il mattino successivo porta una proposta da parte del Bey in cui si riconosce la piena validità del precedente trattato, rinunciando a tutte le altre richieste. L’accordo è raggiunto e la bandiera sarda viene alzata sul consolato salutata da 29 salve di cannone della piazza e da 21 della Divisione navale; il console sardo rientra quindi nel suo incarico.

Il comandante Sivori, accompagnato dal suo Stato Maggiore e dagli ufficiali delle altre navi è invitato a fare visita al Pascià Bey: la cerimonia si svolse con grande solennità, gli equipaggi delle imbarcazioni ricevono gratifiche dal Bey che, a sua volta, è trattato con tutti i riguardi dovuti alla sua carica. Il console riprese le trattative e ottenne il rinnovo della sospensiva delle azioni corsare, senza che avvenisse il pagamento di alcun tributo da parte sarda.

Si venne a sapere, in seguito, che gli Olandesi avevano trattato e pattuito col Bey un tributo annuo di cinquemila piastre per le stesse concessioni.

Seppellito il Capurro con solenni funerali, alla presenza dei consoli e a spese del Bey, la squadra ripartì, verso Alessandria d’Egitto, per proseguire nella sua missione.

Dopo questa azione la corsa non cessò del tutto e la storia riporta altri interventi.
Nello stesso 1825, dopo i fatti di Tripoli, la Regia Marina Sarda intervenne a Tunisi e con la sua presenza ottenne dal locale Bey la restituzione di una nave da carico sequestrata senza valida ragione; nel luglio 1826 il brigantino Nereide venne assalito dai corsari greci impegnati nella guerra di indipendenza, ma fu salvato dalle barche della fregata Maria Cristina e della corvetta Tritone con le quali stava andando verso Odessa; nel 1830 la fregata Maria Teresa partecipò ad una azione contro il Bey di Tunisi che creava problemi alla navigazione commerciale.

Con il bombardamento dell’agosto 1830 e la definitiva conquista di Algeri da parte delle truppe di Carlo X di Borbone, Re di Francia, cessò la corsa algerina. Un mese più tardi anche il Bey di Tunisi sottoscrisse un trattato nel quale rinunciava all’attività corsara. Così pure, pochi giorni dopo, Tripoli firmò lo stesso trattato. Nel marzo 1833, la squadra navale Sarda effettuò una missione congiunta con la marina borbonica contro il Bey di Tunisi a seguito della cattura di una feluca sarda. In seguito a questa azione il Bey si decise a cedere ed a rendere omaggio alla bandiera sarda. Con questa azione si concluse la millenaria lotta delle marinerie italiane contro la pirateria Barbaresca.

Gianluca Bertozzi

fonti
I cannoni del Tritone articolo di Piero Carpani pubblicato su Rivista marittima 
wikipedia

 

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