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Variazioni climatiche e malattie: la peste di Londra del 1665 di Aaronne Colagrossi

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: GRAN BRETAGNA
parole chiave: epidemie

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Variazioni climatiche e malattie
Il clima, la circolazione dei venti e delle masse atmosferiche ha da sempre contribuito alla diffusione di molte malattie. Il caldo e l’umidità favoriscono il diffondersi di infezioni sia perché aumentano i ritmi di riproduzione dei virus e dei batteri, che fanno da veicolo portatore di molte malattie, sia perché portano a latitudini, anche alte, condizioni climatiche ottimali per le infezioni. 

Un “medico” dell’epoca con la maschera a forma di becco, nel quale erano inserite spezie che si pensava lo proteggessero  dall’aria mefitica, evitando così il contagio della peste,  da stampa di metà Seicento (Hulton Archive/Getty Images)

Tra i vettori di molte malattie si contano insetti ematofagi, che succhiano il sangue dell’ospite come zanzare, moscerini, zecche, pulci, culicoidi e simulidi. Di fatto il progressivo riscaldamento del pianeta sta favorendo la diffusione e recrudescenza di alcune malattie, di cui alcune erroneamente ritenute ormai debellate. Epidemie si verificano continuamente in tutto il pianeta: colera e peste polmonare in India, febbre Dengue nelle Filippine, sindrome di Marburg (virus simile a Ebola), meningite, Ebola (Africa), Hantavirus (Messico), encefalite e febbre emorragica (Sudamerica), sindrome polmonare di Hunter (Montana, USA), febbre di Omsk (Mongolia) e molti ceppi virali di febbre gialla in Africa orientale.

il batterio della peste

Malattie gravi e tremendamente aggressive, ma non sono le sole. Ceppi del banale virus dell’influenza colpiscono ogni anno milioni di persone, spesso provenendo da Paesi dell’Estremo Oriente. Tra le più gravi, l’epidemia della Spagnola che si originò certamente in Asia, probabilmente veicolata via mare da soldati e marinai. Tra il 1918 e il 1920 si contarono più di settanta milioni di morti in tutto il mondo, una vera pandemia che colpì dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell’epoca. La possibilità di epidemie non è così remota. Oggigiorno l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) controlla tutti i focolai riuscendo ad evitare pericolose diffusioni che, ancora oggi trovano una via preferenziale nei viaggi aerei e marittimi. Il pericolo maggiore, anche se per ora valutato del 1%, è nelle immigrazioni non controllate che potrebbero creare vie di contagio di malattie ormai scomparse per le quali sono state sospese le vaccinazioni.

Parliamo oggi di un’epidemia di peste terribile che colpì nel 1665 la città di Londra. Si stimarono 100.000 morti, ma pare che il numero fosse decisamente maggiore.

Plague Of London, 1665

La peste di Londra
“Qui moriamo”, fu l’appello dei londinesi. L’epidemia di peste che colpì la città inglese nel 1665 fu qualcosa di sconvolgente. Non tanto per il numero di morti, ma per l’alto tasso di mortalità. Nell’arco di pochi mesi la popolazione della città si ridusse di un quarto.
Furono più di centomila i decessi accertati su una popolazione di circa mezzo milione di abitanti, ma molti ritengono che il numero fosse stato molto più alto. Intere famiglie furono spazzate via nel giro di settimane.

1665, planimetria originale di Londra.

Tutto iniziò nel dicembre del 1664, quando furono segnalati i primi casi di peste. Tra gennaio e febbraio i decessi cominciarono a lievitare. Bisogna dire che le condizioni igieniche cittadine furono “ottimali” per il diffondersi dell’epidemia di peste e di altre malattie infettive comuni all’epoca. L’aumento della popolazione, la mancanza di acqua corrente e la proliferazione dei topi, specialmente nei sobborghi più poveri, furono tutti elementi di contorno che accelerarono il processo.

1665. Londra, i morti abbandonati lungo le strade

Tra febbraio e aprile il clima rigido sembrò fermare la diffusione della malattia, e persino il Tamigi gelò per un breve periodo. In primavera, le temperature salirono nuovamente e tornarono i decessi per peste. Londra e altre città europee del tempo erano spesse soggette a epidemie più o meno estese di varie malattie, come tifo, colera e quant’altro. Nella stessa Londra, dopo il contagio del 1603 (che provocò 2000 vittime), si istituì il bollettino dei decessi settimanale. Il caldo estivo ovviamente alzò il numero dei morti. Con l’avvicinarsi del caldo estivo il numero dei morti si fece preoccupante, si passò da decine di morti a settimana, poi a centinaia, poi a migliaia per settimana. Un strage! Fuori dalle mura cittadine furono eretti cinque lazzaretti, dove venivano somministrate scarse, oltre che inefficaci, cure. Molti morivano solo poche ore dopo essere stati portati in uno dei cinque presidi.

Vittime della peste bubbonica a Londra

Il 7 luglio iniziò a circolare la notizia che re Carlo II e i nobili delle grandi famiglie avessero già lasciato la città, ormai abbandonata a se stessa. La famiglia reale si trasferì a Oxford. Tra le strade si moltiplicavano le croci rosse sulle porte, che segnalavano la presenza di contagio. Incominciò un esodo verso le campagne e in parallelo iniziarono i massacri di cani e gatti, ritenuti responsabili del contagio. Di notte e di giorno era costantemente accese delle torce, che si pensava purificassero l’aria. Si spargevano spezie come pepe e resine per purificare gli ambienti. Con le esecuzioni sommarie dei gatti e dei cani aumentarono i ratti e dei loro parassiti, i veri responsabili del contagio.

Chi fu il responsabile della peste?
Un batterio coccobacillo a forma di bastoncino, il Yersinia pestisi che trasmise l’epidemia di peste bubbonica (detta così perché formava dei bubboni cutanei). Il batterio si trasmetteva con le pulci che vivevano sui ratti neri, o con il morso degli stessi roditori.

Il ratto nero (Rattus rattus), uno dei responsabili del contagio

L’epidemia toccò il suo apice al termine dell’estate, particolarmente calda e umida. Nella sola seconda settimana di settembre si contarono oltre settemila decessi. Gli Inglesi dovettero attendere il freddo di novembre per tirare un sospiro di sollievo e, in dicembre, non si segnalarono più casi.

Da dove era arrivata?

nave olandese dell’epoca

Pare che l’ondata di peste fosse arrivata via mare, con dei carichi di cotone dall’Olanda, da Amsterdam, dove già dal 1654 si segnalavano casi di peste bubbonica. In Olanda, tra il 1663 e il 1664, un’epidemia si propagò nella repubblica olandese uccidendo oltre 35000 persone nella sola Amsterdam.

Non dimentichiamo che nel XVII secolo focolai di peste scoppiarono ovunque; tutti ricorderete la peste raccontata da Manzoni nel capolavoro I Promessi Sposi, che si diffuse nel nord Italia seminando morte. La teoria di un contagio di peste veicolato dai cargo olandesi pare sia supportata da due morti sospette che avvennero ai Docks di Londra sul finire del 1664.

Cenni di vita a bordo e quarantena
La vita a bordo delle navi non è mai stata semplice specialmente nella storia antica. Le malattie dei marinai erano perennemente presenti, basti pensare allo scorbuto, al tifo, alla malaria e, non da meno, la peste. Nel Seicento (ma anche in altre epoche) molte epidemie di peste iniziarono proprio a bordo delle navi dove le condizioni igieniche erano molto scarse. Esse entravano in porto e scaricavano merci (come nel caso dell’epidemia di Londra) che potevano essere infette. Si pensa che furono proprio delle balle di cotone a trasmettere la malattia, con i suoi vettori parassitari.

XV secolo peste a Venezia, navi in quarantena

L’uso di periodi di quarantena entrò in uso per ridurre i rischi. Sembra che già nel 1377 la città di Ragusa, oggi Dubrovnik, aveva obbligato gli equipaggi di navi sospette ad effettuare un periodo di attesa di trenta giorni prima di poter sbarcare. In seguito, i Veneziani decisero di passare dai trenta ai quaranta giorni di isolamento delle navi anche in caso di sospetto contagio a bordo, creando nel 1403 il primo lazzaretto navale. Le navi venivano così allontanate dal porto in una zona apposita, dove, prima di poter scaricare le merci, dovevano attendere i quaranta giorni, appunto la quarantena (quarantine in inglese).

La nave guardiacosta Rhin, 1838 ca, in servizio di controllo delle navi in quarantena sul Tamigi

Ironia della sorte, nel settembre del 1666, un anno dopo l’epidemia, Londra fu colpita da un altro evento tragico: il Grande Incendio quando, ancora una volta condizioni climatiche furono in parte la causa di questo incendio devastante.

1666, il Grande Incendio di Londra, dipinto dell’epoca.

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L’estate del 1666 fu particolarmente secca, tale da far scoppiare un incendio indomabile, che si espanse e in pochi giorni divenne gigantesco. Il numero dei morti fu contenuto, le strutture invece ricevettero una sonora batosta, essendo il legno tra i materiali base di costruzione. Se non altro sembrerebbe che il fuoco cancellò le ultime aree contaminate dalla peste. Ancora oggi queste sono due grandi tragedie vengono ricordate a Londra.
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Aaronne Colagrossi
geologo e scrittore
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Fonti
I più grandi eventi meteorologici della Storia (Alpha Test)
Armi acciaio e malattie (Einaudi)
Occhio al virus (Zanichelli)
Impero-Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno (Mondadori).

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