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La storia delle mine navali, dalle origini ai giorni nostri – parte IV di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE

PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO – MAR MEDITERRANEO – OCEANO PACIFICO
parole chiave: mine ormeggiate, mine ad influenza, I guerra mondiale, II guerra mondiale

 

La Prima Guerra Mondiale
Nell’agosto del 1914, la Germania effettuò il primo minamento offensivo della Grande Guerra al largo di Lowestoft. Il minamento in acque internazionali inasprì la posizione inglese nei confronti delle policy di impiego di tali armi e furono avanzate proposte politiche al Comando in Capo della flotta inglese di minare lo stretto di Dover a scopo difensivo. Dal 1914 al 1918, gli Alleati [48] posarono vasti campi minati difensivi tra Scapaflow fino alla Norvegia, il North Sea Barrage. 

Northern Sea barrage da link

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Lo sbarramento di mine, che si estendeva per circa duecento quaranta miglia allo scopo di impedire agli U-boot tedeschi di penetrare nelle acque territoriali alleate. I campi minati anti sommergibili erano su linee parallele di mine ormeggiate, poste ad una profondità da permettere al traffico mercantile di superficie di passare indisturbato. Anche la Marina tedesca, pose campi difensivi lungo le sue coste e nel German Bight ma utilizzò le proprie mine maggiormente in campo offensivo [49] sviluppando nuove tecniche di posa non lineari, per rendere più difficoltoso lo sminamento.

Cattura2

Mina ad antenna da “La Guerra di mine “ Ufficio Storico della Marina, Roma, 1966 pag. 9

Dal giugno 1917, un nuovo sistema di attivazione, chiamato ad antenna, fu sperimentato dagli americani in collaborazione con l’Ammiragliato inglese. Il sistema era basato su un’antenna di rame, tesa sopra la cassa della mina tramite un gavitello. Essa era collegata ad una piastra di rame che sporgeva dalla cassa e faceva capo ad un relè che consentiva la chiusura del circuito di fuoco quando l’antenna veniva a contatto con lo scafo di ferro di una nave. In pratica il circuito era simile a quello di una batteria dove gli elettrodi erano lo scafo in ferro e la piastra di rame mentre l’elettrolita era fornito dall’acqua di mare. La mina ad antenna, fu in seguito dotata di due antenne, una superiore contro le navi ed una inferiore contro i sommergibili. La mina entrò in servizio nel gennaio del 1918 e fu impiegata nel Northern Sea Barrage

Nella drammatica storia della guerra di mine va ricordata la battaglia di Gallipoli che fu il primo esempio di tentativo di invasione dal mare dei tempi moderni. La Turchia si schierò dalla parte della Germania e, nell’ottobre del 1914, operò un bombardamento delle postazioni militari russe sul Mar Nero. Gran Bretagna, Francia e Russia le dichiararono quindi guerra. In quegli anni la Turchia si avviava ad una trasformazione profonda, passando da una struttura amministrativa di tipo ottomano ad una più moderna ed orientata verso l’Europa. La Russia, a seguito delle ingenti perdite ottenute sui Laghi Masuri, chiese l’aiuto degli Alleati per sollevare la situazione del fronte orientale. Winston Churchill, all’epoca Primo Lord dell’Ammiragliato, decise di forzare lo Stretto dei Dardanelli che divide il Mar Mediterraneo dal Mar Nero.

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La sua importanza strategica era ben nota in quanto circa nove decimi dell’intera produzione russa di grano era costretta a passarvi attraverso, per cui il controllo del canale era fondamentale per la sopravvivenza della Russia. L’Admiralty riteneva che forzando i Dardanelli con la flotta alleata avrebbe potuto distruggere le uniche due fabbriche di munizioni poste lungo la costa impedendo gli approvvigionamenti all’esercito turco. Nell’agosto del 1915, i campi minati turchi vennero potenziati in attesa dell’attacco[50]. La struttura difensiva era supportata da una batteria di cannoni tedeschi Krupp[51] che battevano interamente lo Stretto. Il cocktail mine-cannoni si rivelò letale, e le navi alleate costrette dai campi minati da una parte e dal tiro delle artiglierie dall’altra furono costrette a ritirarsi lasciando ingenti perdite. Nonostante gli inglesi avessero inviato inizialmente dei dragamine [52], nell’illusione di bonificare un passaggio per le navi da battaglia, queste vennero pesantemente colpite dalle artiglierie.

Churchill, nel suo rapporto, The World Crisis, 1915, riportò che “ ... the operation of sweeping the area from which the ships were to bombard .. was the indispensable preliminary to any naval attack upon the forts…This was not achieved because the sweepers were inadequate …”.

affondamento della HMS Irresistible nei Dardanelles dopo l’urto con un a mina, 18 marzo 1915. Photografia presa dalla nave da battaglia Lord Nelson

Dal punto di vista tecnico, l’azione non avrebbe potuto avere un esito diverso, a causa delle forti correnti di marea, che ostacolavano il procedere dei dragamine, e della minaccia bi-dimensionale [53] causata dalla presenza contemporanea e coordinata delle mine e dei cannoni.Durante la prima guerra mondiale l’uso delle mine dimostrò quanto queste armi avessero ormai raggiunto una maturità di impiego presso molte nazioni: solo nel canale della Manica e nel mare del Nord vennero posate oltre 172000 mine. Sin dall’inizio della guerra si presentò il problema delle CMM; in Inghilterra la flottiglia di dragamine fu integrata da pescherecci costieri [54]. Tale simbiosi si rivelò vincente in quanto i metodi di dragaggio dell’epoca non differivano in sostanza da quelli normalmente impiegati per la pesca a strascico.

Per proteggere le unità maggiori fu ideato il “paravane”, una protezione a baffi di gatto che precedeva la nave nel suo tragitto intercettando eventuali mine. Tale sistema fu adottato dalle navi militari maggiori e dai mercantili anche durante la Seconda Guerra Mondiale.

In sintesi, durante la Grande Guerra, l’uso delle mine navali fu estensivo da parte di tutte le nazioni[55]: Si trattò in maggior parte di mine ormeggiate ed, in alcuni casi, di mine alla deriva o striscianti sul fondo tramite lunghe catenarie, teoricamente limitate, secondo la Convenzione dell’Aia, ad una vita di un’ora dopo l’attivazione. Nelle contro misure mine, la Gran Bretagna sviluppò una flotta imponente composta da 762 dragamine dislocati in 26 porti inglesi e 35 basi all’estero. Gli equipaggi furono intensamente addestrati al fine di renderli padroni delle tecniche di messa a mare delle apparecchiature di dragaggio. Questa strategia risultò vincente e caratterizzò, negli anni successivi, la politica navale britannica nelle Contro Misure Mine. Per dare un idea della pericolosità del loro lavoro, nei 4 anni e 3 mesi di guerra, 214 dragamine furono affondati durante le operazioni di bonifica dei campi minati con un elevato costo in termini di vite umane. Analoghi sviluppi si ebbero nelle altre nazioni che parteciparono, alla fine della guerra al Comitato Internazionale per la bonifica delle 40000 miglia quadre di mare ancora infestate dalle mine. Sfortunatamente non tutte le nazioni compresero la specificità di tale forma di lotta e la necessità di mantenere vivo l’addestramento degli equipaggi chiamati ad operare in condizioni estreme in presenza di un pericolo spesso subdolo ed imprevedibile. Al di là degli affondamenti ottenuti, l’impatto sulle operazioni navali e sul morale degli equipaggi fu elevato. Dal punto di vista operativo, la minaccia di mine durante la Prima Guerra Mondiale comportò il dirottamento del traffico mercantile e militare, la necessità di dedicare risorse alle CMM e la creazione di corridoi di instradamento dalle acque basse fino in alto mare. Psicologicamente la minaccia di mine influì sugli equipaggi, in special modo quelli dei sommergibili, che talvolta arrivarono ad ammutinarsi piuttosto che transitare in acque minate[56].

La Seconda Guerra Mondiale
Nel periodo tra le due guerre, i sistemi di dragaggio meccanico furono perfezionati fino alla creazione, nel 1939, del primo sistema di dragaggio indipendente [57]. La sua ideazione è attribuita alla Royal Navy che, per i motivi precedentemente citati, all’inizio della guerra aveva una superiorità tecnologica di circa 20 anni rispetto alle altre Marine [58]. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale la Marina tedesca posò il primo campo minato offensivo lungo le coste inglesi, il cosiddetto Falmouth Field. Ovviamente anche gli Inglesi posarono campi minati difensivi ed offensivi.

La Marina Britannica, che aveva da poco sviluppato le prime cesoie meccaniche da applicare al cavo di dragaggio[59], trovò all’interno un gran numero di nuovi sistemi anti-draganti[60] che ne rallentarono enormemente l’operazione. Di fatto, al brillante sviluppo delle CMM da parte degli inglesi, la Marina tedesca  rispose con la realizzazione di sistemi per ostacolare la bonifica dei campi e con nuove mine. Nel novembre del 1939 la prima mina magnetica[61], di fabbricazione della compagnia tedesca S.V.K [62], fu accidentalmente recuperata dalla Marina inglese lungo le coste dell’Inghilterra. Sebbene il principio fosse noto anche alla Royal Navy, che lo aveva impiegato su alcune mine ormeggiate, il sistema tedesco risultò decisamente più sofisticato comportando lo sviluppo del primo sistema di dragaggio magnetico inglese, chiamato sistema M, costituito da un insieme di barre magnetizzate simulanti una variazione magnetica locale che poteva essere riconducibile al transito di una nave. Il dragamine, grazie alla bassa segnatura magnetica, trainava l’apparecchiatura di poppa per cui l’attivazione dei sensori della mina avveniva ad una distanza di sicurezza  rispetto alla sua posizione. Il primo sistema operativo per il dragaggio magnetico, denominato LL, usava un generatore a gas da 35 KW e delle batterie di automobile, e produceva degli impulsi a 3000 Ampere per 5 secondi  ogni minuto. Fu impiegato per bonificare le coste inglesi e francesi e fece da battistrada per lo sviluppo di cavi magnetici galleggianti impiegati fino alla fine degli anni ‘70 da molte Marine NATO e del Patto di Varsavia.

 

Nell’estate del 1941, la Marina tedesca sviluppò mine magnetiche ormeggiate in grado di poter essere posate a quote variabili da 30 a 330 metri e quindi idonee anche contro i sommergibili. Tali armi comportarono la necessità di adeguare i requisiti operativi aumentando la potenza delle apparecchiature di dragaggio magnetico. Nel 1943, in previsione dello sbarco in Normandia, fu ideato un sistema di dragaggio per operare nelle acque antistanti la spiaggia per contrastare le mine tedesche anti-invasione. Tale requisito era giustificato dalla necessità di proteggere l’invenzione navale che consentì di cambiare il concetto operativo di impiego delle Forze nella Seconda Guerra Mondiale: il mezzo da sbarco. Quest’unità, di limitate dimensioni, consentiva di trasportare i soldati dalle navi madri direttamente sulla spiaggia, ridisegnando di fatto il modo di condurre la guerra; il vero nemico del mezzo da sbarco, al di là del fuoco nemico contrastato dall’aviazione e dal tiro contro costa delle unità di scorta, era la mina anti-sbarco. I tedeschi per arginare l’invasione, ne posarono migliaia lungo le coste atlantiche. Durante la Seconda Guerra Mondiale, oltre alle mine magnetiche vennero sviluppate le prime mine acustiche il cui modulo di attivazione consisteva in un sensore in grado di attivarsi alla variazione del livello acustico locale[63]. Allo scopo di dragarle vennero realizzati i primi sistemi di dragaggio acustico, le cosiddette “campane”, in grado di generare suoni a varie frequenze ed intensità per simulare il transito di una nave. Nel resto del mondo gli sviluppi procedettero a pari velocità: la Marina Statunitense dopo un periodo di scarsa attività [64] attivò la U.S. Naval Mine Warfare Test Station a Solomons, Maryland, responsabile di testare lo sviluppo delle prime cesoie esplosive[65] da impiegare sui cavi di dragaggio meccanico. Nel 1944, la US Navy riuscí finalmente a realizzare delle cesoie affidabili, le Mark 12, che sono state parte integrante dei sistemi di dragaggio meccanico fino a tempi recenti. Nello stesso anno, il Bureau of Ships, commissionò un sistema dragante contro una nuova famiglia di mine, le mine a pressione[66], ancora una volta frutto dell’industria tedesca.

Oyster mine in Bremen

La scoperta delle “Oyster mines[67], durante lo sbarco in Normandia, spinse la ricerca in tale direzione con sperimentazioni al limite del fattibile. Fu costruita una struttura galleggiante da trainare lungo la rotta di 60 metri di lunghezza ed 8 di larghezza, soprannominata, con non molta fantasia, il “mostro di Loch Ness”, avente una stazza di circa 2200 tonnellate d’acqua. I risultati furono deludenti ed il progetto, dopo vari tentativi, fu considerato non costo efficacia ed abbandonato. Il “come dragare” le mine dotate di sensori a pressione è ancor ‘oggi un problema non del tutto irrisolto e portò gli specialisti della Guerra di Mine a sviluppare una nuova tecnica di contrasto: la cacciamine [68]. Durante la guerra, i tedeschi continuarono a seminare le loro mine magnetiche nei porti alleati con una percentuale di successi significativa a fronte del numero di mine rilasciate. In un solo fine settimana, nel canale di Bristol, furono affondate 45000 tonnellate di naviglio.

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Nonostante gli evidenti vantaggi, la Marina tedesca, a causa del ritardo di produzione dell’industria tedesca di tali armi, non incominciò ad usare in maniera massiccia tale potenzialità fino alla primavera del 1940. Strategicamente parlando, l’impiego delle mine magnetiche, sin dall’inizio del conflitto fu un errore: il loro numero era ancora troppo limitato per essere effettivo; se Hitler avesse atteso un tempo maggiore, per dare il tempo all’industria tedesca di renderle disponibili in un numero adeguato, non avrebbe dato alle forze alleate la possibilità di adottare contro misure efficienti, ne avrebbe bloccato i movimenti e costretto la Gran Bretagna alla capitolazione. Le nuove tattiche di minamento con mine rilasciate da aerei, introdotte dai tedeschi nel 1940, non trovarono molto riscontro da parte alleata. Ancora una volta la ragione va ritrovata in una visione tradizionale dell’uso delle mine che vedeva queste armi come strumenti difensivi degli interessi marittimi ad uso di nazioni bellicamente più deboli e non di potenze marittime che si arrogavano la superiorità dei mari. Inoltre, si riteneva che la presenza di campi minati, anche in acque avversarie,  avrebbe limitato i movimenti della flotta di altura non portando vantaggi alla politica di impiego delle forze navali.

mine tedesche posa.
D’altra parte un uso strategico offensivo delle mine necessitava di strumenti di posa a lungo raggio non ottenibile con le unità di superficie, che sarebbero state troppo esposte agli attacchi dell’aviazione tedesca. La posa di campi minati con l’uso di sommergibili, pur assicurando una certa clandestinità, aveva dei limiti per il numero di armi posabili e soprattutto esponeva i battelli all’attraversamento dei campi minati nemici. Un’altro fattore che inizialmente ostacolò lo sviluppo ed impiego delle mine aero-trasportabili fu che le Marine dell’epoca non erano in possesso di velivoli bombardieri a lungo raggio. Questa mancanza di assetti strategici influenzò l’andamento della guerra nel Pacifico, dove si presentarono due problemi: l’indisponibilità di mine navali e di vettori atti a posizionarle in breve tempo nelle aree strategiche.  Ciò comportò la scelta americana di basare le operazioni navali nel Pacifico principalmente sull’impiego delle portaerei ed i sommergibili. Solo verso la fine della guerra, fu approvata una campagna di interdizione del traffico giapponese tramite il minamento delle aree vitali per l’economia giapponese, detta Operazione STARVATION [69], che si avvalse del supporto dei B 29 dell’U.S. Army. In breve tempo, furono posate dagli americani nel Pacifico ben 21000 mine [70]; alla fine della campagna di minamento 961 unità nemiche furono colpite da mine, di cui 484 affondate, per un totale di circa due milioni di tonnellate in soli quattro mesi e mezzo di operazione.

Dai dati statistici emerse che un uso massivo delle mine navali dall’inizio del conflitto avrebbe potuto accorciare sensibilmente i tempi della guerra nel Pacifico con un rapporto stimato di circa sei milioni di tonnellate di naviglio affondato in soli sei mesi. C’è da domandarsi se un loro impiego precoce avrebbe potuto piegare l’economia giapponese e far terminare la guerra evitando l’impiego delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. isultati analoghi furono ottenuti in Europa dalla RAF che bloccò per quattro mesi il traffico sul Danubio del 50 %, e dall’aviazione tedesca che bloccò il canale di Suez per un breve periodo paralizzando le vie di accesso dal e per il Mediterraneo. 

Anche se lo sviluppo della Guerra di Mine, durante la Seconda Guerra Mondiale, fu maggiormente concentrato nel mondo anglosassone e germanico, ritengo opportuno fare un quadro dell’impiego di tali armi da parte della Regia Marina Italiana. La posizione geografica dell’Italia, posta al centro del Mediterraneo, era favorevole all’impiego di campi minati difensivi per limitare la libertà di intervento delle navi alleate. Pur essendo i fondali circostanti la nostra penisola caratterizzati da aree con gradiente batometrici particolarmente elevato [71], non favorevole all’impiego delle mine, dal 1936 la Regia Marina aveva identificato zone idonee per un minamento difensivo da adottare nel caso di conflitto con l’Inghilterra e la Francia [72]. Nel dicembre del 1936, SUPERMARINA stabilì un ordine di priorità legato alla disponibilità delle torpedini e dei mezzi di posa. In particolare fu data enfasi all’identificazione dell’esatta posizione di posa dei campi, stabilendo punti cospicui a terra per l’effettuazione della navigazione di precisione necessaria per il minamento. Questa particolare attenzione da parte dello Stato Maggiore era mirata non solo ad ottenere una maggiore efficacia operativa ma ad evitare errori futuri nei movimenti della Flotta di altura. Quando la Germania si rese conto dell’impossibilità di invadere l’Inghilterra, e che la situazione sul fronte del Nord Africa stava capitolando, decise di intervenire con le sue Forze nel Mediterraneo dove la Marina inglese aveva la preponderanza strategica. Nel campo della Guerra di Mine si aprì un dialogo fra l’Italia e la Germania al fine di coordinare le proprie Forze, dedicate a queste armi[73]. L’Italia era in possesso di mine ormeggiate posabili fino alla profondità di 800 metri, decisamente maggiore di quelle tedesche (450 metri), ma che potevano essere facilmente dragabili con i sistemi di dragaggio in possesso delle Forze alleate. Ciò era dovuto al fatto che non erano state dotate di sistemi anti-dragaggio invece ampiamente sviluppati dalla Marina tedesca. Dopo la partenza del primo convoglio dell’Afrika Korps, nel febbraio del 1941, le due Marine si incontrarono a Merano stabilendo una politica comune di impiego di tali armi subacquee. In tale convegno fu stabilito che:

  • la Marina italiana avrebbe perseguito lo sviluppo e lo studio dell’impiego di torpedini ormeggiate per gli alti fondali;
  • la Marina germanica si sarebbe dedicata allo sviluppo di torpedini da fondo, ed in special modo di quelle lanciabili da velivoli;
  • le due Marine avrebbero collaborato per lo sviluppo delle contro misure mine.

regio cacciatorpediniere Pigafetta in missione di posamine nel 1941. Ben visibili sulla destra le mine tipo P 200 allineate sulle ferroguide.

La situazione numerica delle armi era tutt’altro che consolante: l’Italia era in possesso circa 25000 mine, di cui solo 17000 erano state posate, l’industria nazionale non aveva marciato di pari passo con la necessità di impiego, i campi minati pre-pianificati avevano per lo più caratteristiche difensive ed era necessario sviluppare sbarramenti offensivi per costringere i movimenti della Marina britannica. Inoltre, a causa della diversità dello scenario ambientale mediterraneo diverso da quello del Mare del Nord e del Baltico, esistevano delle forti limitazioni operative [74]. Oltre alle mine già presenti dalla Prima Guerra Mondiale (Elia e Bollo), l’Italia poteva contare sulle P200 (costruite dalla ditta Pignone di Firenze. 

Dal 1941, con l’arrivo delle mine germaniche nel Mediterraneo, si resero disponibili le mine da fondo [75], con sensori magnetici ed acustici, e le anti draganti, cioè boe esplosive posate in prossimità dei campi minati per ridurre l’efficacia delle apparecchiature di dragaggio. Fu deciso congiuntamente che le mine da fondo germaniche dovessero essere posate solo dalle unità tedesche dislocate nel Mediterraneo mentre i posamine italiani si dovessero occupare della posa di mine italiane e tedesche ormeggiate nei campi minati offensivi del Canale di Sicilia, strategicamente limitanti i movimento delle forze inglesi, in particolare, provenienti da Malta. In totale, furono inizialmente posate dalla Marina italiana e tedesca circa 29000 mine [76].

File:Mina navale P200.jpg

Mina P 200 – Archivio Ufficio Storico della Marina Roma

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Tra i campi minati italiani che diedero i migliori risultati va menzionato quello di Tripoli, il cosiddetto “sbarramento T”, nel quale un gruppo navale britannico, nel dicembre del 1941, perse un incrociatore e due cacciatorpediniere, ricevendo seri danni ad altri due incrociatori. La forza navale inglese era uscita da Malta alla ricerca di un convoglio ed entrò per errore su un campo minato italiano situato a circa venti miglia ad est di Tripoli. L’Ammiraglio Cunningham, nel suo “Odissea di un marinaio[77] [78], racconta l’episodio in tutta la sua drammaticità ammettendo che, se il campo minato italiano fosse stato posato qualche mese prima, la squadra inglese non avrebbe mai potuto bombardare Tripoli, unico porto italiano in cui potevano confluire i rifornimenti alle truppe dell’Asse dopo la caduta di Tobruk e Bengasi. Le azioni di minamento offensivo perpetuate dalla Marina inglese, dall’agosto del 1940 al giugno del 1943, furono effettuate tramite bombardieri impiegando solo mine da fondo magnetiche soprattutto su obiettivi dell’Africa settentrionale[79]. Nel campo delle CMM, la Regia Marina era in possesso di 38 vetusti dragamine della classe RD da 200 tonnellate, costruiti tra il 1916 ed il 1926. Nel corso della guerra furono incorporati sei dragamine di costruzione jugoslava e sei vedette VAS per il dragaggio costiero alle quali si affiancarono oltre 900 navi civili di piccolo cabotaggio, per la maggioranza motopescherecci, caratterizzati dalle sigle F (dragaggio foraneo ovvero all’interno delle aree portuali), B (dragaggio costiero), G ed R (dragaggio d’altura) e DM (dragaggio magnetico).

Per quanto riguarda le operazioni di minamento, erano in servizio tredici posamine e alcune navi mercantili trasformate per la posa; in realtà molte operazioni di minamento furono effettuate anche dalle navi da battaglia maggiori [80]. Al termine della guerra il naviglio italiano dedicato alla guerra di mine si era ridotto a qualche dragamine ed alle poche unità maggiori posamine che avevano conservato tale capacità [81].

Il video seguente fornisce una buona integrazione dell’articolo. Buona visione

 

fine parte IV
Andrea Mucedola

 

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[48] Sabrina R. Edlow “U.S. Employment of Naval Mines: a Chronology” Center of Naval Analyses, aprile 1997. Gli Stati Uniti posarono solo nel North Sea Barrage circa 71000 mine. Durante la Guerra circa 600 mercantili alleati furono affondati da mine.

[49] In uno di questi campi minati, posato dal mercantile armato tedesco Berlin, l’HMS Audacious, una nave da battaglia da 23000 tonnellate, affondò in solo 4 ore ed l’HMS Hampshire, nel giugno del 1916, ne seguì la stessa sorte in soli 20 minuti. Solo 14 dei 600 uomini dell’equipaggio si salvarono e nel disastro perì anche il Segretario della Guerra Lord Kitchener.

[50] Il Vice Ammiraglio Guido von Usedom, della marina tedesca, fu inviato come “Ispettore delle fortificazioni e dei campi minati”, e fece rinfrescare i campi minati posati dai Turchi con altre 300 mine ormeggiate a contatto Carbonit allineate su undici linee. I campi erano composti sia da mine a contatto, poste a differenti quote, in funzione delle forti correnti di marea nello stretto, sia da mine controllate da stazioni a terra.

[51] Nel museo navale di Çannakale, sullo stretto dei Dardanelli, sono ancora conservate le armi impiegate nella terribile battaglia ed é possibile osservare alcuni diorami ricostruenti le varie fasi della battaglia. L’azione navale fu una vera e propria carneficina e fu deciso l’invio di un Corpo di spedizione terrestre al comando del Generale Hamilton. L’operazione mostrò immediatamente i  suoi punti deboli: logistica inefficiente, scarsa capacitá decisionale poca conoscenza del terreno. Dall’altra parte un giovane Ufficiale, Mustafá Kemal (il futuro Ataturk), comprese i punti deboli degli avversari e si attestò sui crinali bloccandoli in una sanguinosa guerra di frontiera. Il 18 settembre il generale Hamilton fu sollevato dal Comando ed il generale Monro saggiamente comandó la ritirata che avvenne, senza alcuna vittima, in una sola notte.  Al termine dei combattimenti, il bilancio delle vittime fu di oltre 250000 morti e 150000 feriti, circa la metà dell’intero Corpo di spedizione Alleato.

[52] L’operazione nei Dardanelli fu decisa nel dicembre del 1914, con l’illusione di bonificare i campi minati utilizzando una flottiglia di 21 pescherecci modificati. I dragamine cercarono inutilmente di dragare le mine per otto notti consecutive, precedenti all’ingresso delle navi maggiori, operando in coppia (team sweep) con apparecchiature a sciabica. L’impervietà dei campi data dalle differenti quote delle casse, complicata dalle condizioni ambientali proibitive (nello stretto le correnti possono arrivare fino a 6 nodi di velocità) nonchè il tiro delle artiglierie costiere resero inutile l’operazione. Gli inglesi cercarono di giustificare l’insuccesso dichiarando che i turchi avevano impiegato mine alla deriva. In realtà, la disposizione delle mine a quote diverse fu vincente; causa della marea, le mine venivano celate alla vista dei dragatori rendendo impossibile la valutazione del livello di bonifica.

[53] Con il termine “minaccia bi-dimensionale” si intende una minaccia che proviene da due ambienti diversi, nel caso specifico, dalla superficie (batterie costiere e navi nemiche) e sotto la superficie (mine e sommergibili). Viene impiegato il termine di minaccia tri-dimensionale quando si considera anche la minaccia aerea (data da aereoplani e missili).

[54] L’idea di impiegare pescherecci a strascico per dragare meccanicamente le mine ormeggiate risale al 1907 quando l’Ammiraglio Charles Beresford, Comandante in Capo della Flotta ne raccomandò l’impiego: “Our fishing fleet, in war, will be rendered inactive and will, in consequence be available for war service….. Small naval vessels, if used in minesweeping, will be used at the expense of other urgent war requirements.” dal “RN Minewarfare Branch” di Rob Hoole da www.mcdoa.org.ok

[55] La Germania ne posò 43636, gli Stati Uniti 56000 solo nel Nord Sea Barrage e la Gran Bretagna 128650 di cui circa 40000 lungo le coste tedesche – dati estratti dal U.S. MINEWARFARE MANUAL – Cenni storici.

[56]       Tamara Moser Melia “Damn the Torpedoes: a short history of US Naval mine Countermeasures 1777-1991”, Naval Historical Center, Washington DC, 1991.

[57]       Si trattava del sistema OROPESA Mk1 che consentiva ad un singolo dragamine di poter dragare una fascia relativamente ampia di mare attraverso cavi metallici allargati da sistemi divergenti.

[58]       Robert Ian Salit, opera citata, 2000, pag. 3

[59] [59] Con il termine cesoie si intendono delle apparecchiature composte da due lame sovrapposte, applicate al cavo di dragaggio, con lo scopo di tagliare i cavi di ormeggio delle mine. Le prime cesoie, di tipo meccanico, eseguivano il  taglio per contatto, le successive, esplosive, dopo aver ingaggiato il cavo lo facevano scorrere all’interno fino a portarlo a contatto con un grilletto che sparava uno scalpello di acciaio affilato per tranciarlo. La loro efficacia era ovviamente maggiore sui cavi di diametro maggiore.

[60]     Si tratta di sistemi di vario tipo studiati per rendere inefficaci le operazioni di dragaggio (vedere cap. 3).

[61]    La mina magnetica lavora sul principio che ogni nave o sommergibile, se costruiti in metallo ferroso, possiede una carica permanente di magnetismo legata alla distribuzione dei ferri di bordo, all’area geografica di normale permanenza e da altri fattori costruttivi. Essendo la terra assimilabile ad un magnete, il passaggio di uno scafo ferroso magnetico, causa delle perturbazioni al campo magnetico locale che possono essere rilevate da sensori ed utilizzate per attivare il circuito di fuoco di una mina.

[62]   In realtà la S.V.K. realizzò la prima mina magnetica nel 1935; va notato che prima della Guerra, la policy della Marina tedesca prevedeva che ogni arma realizzata non potesse essere impiegata fino a quando un‘adeguata contro misura fosse stata riconosciuta valida operativamente. La Marina tedesca all’inizio della Guerra era in grado di operare, oltre che con il sistema O.R.G. (Otterraumgerat) di dragaggio indipendente, con più dragamine in team ed aveva dotato le unità maggiori di reti “paravane” per la protezione dei settori prodieri e laterali.

[63] Ogni nave, a causa delle vibrazioni dello scafo, dei rumori delle macchine e delle eliche, produce una perturbazione acustica a varie frequenze al suo passaggio. La distribuzione del livello sonoro di una nave alle varie frequenze viene definite segnatura acustica. Variazioni acustiche locali, dovute al  transito di una nave o di un sommergibile, possono essere raccolte da un sensore (in pratica un microfono) posto sulla mina acustica , confrontati con il rumore di fondo locale ed attivare il congegno di fuoco.

[64] Nel 1928 solo 2 dei 55 dragamine classe Bird, costruiti al termine della Prima Guerra Mondiale, erano ancora in funzione. All’inizio della Seconda Guerra Mondiale la Marina statunitense, a differenza di quella Britannica, aveva perso esperienza e materiali e di fatto si trovò impreparata all’emergenze. Con la comparsa delle prime mine magnetiche, la US Navy  ordinò la trasformazione di 13000 navi militari adottando sistemi di degaussing per ridurre la segnatura magnetica delle stesse tramite campi magnetici interni generati dai diesel alternatori di bordo, con un costo di oltre 300 milioni di dollari.

[65] Con il termine cesoie si intendono delle apparecchiature composte da due lame sovrapposte con lo scopo di tagliare i cavi di ormeggio delle mine. Le prime cesoie, di tipo meccanico, eseguivano il taglio per contatto, le successive, esplosive, dopo aver ingaggiato il cavo lo facevano scorrere all’interno fino a fargli premere un grilletto che sparava uno scalpello di acciaio affilato per tranciarlo. La loro efficacia era ovviamente maggiore specialmente su cavi di diametro maggiore.

[66] Le mine a pressione sono dotate di sensori atti a misurare l’improvvisa variazione della pressione locale al passaggio di un bersaglio. Questi congegni, che dovrebbero essere più propriamente definiti “a depressione”, si basano sull’effetto idrodinamico legato al passaggio di una nave. In pratica, la nave nel suo avanzare, modifica la pressione idrostatica locale (a causa dell’effetto di Bernouilli) e tale variazione può essere scoperta da un sensore barometrico. L’intensità del fenomeno è legata alla velocità di avanzamento ed alla profondità, per cui dal punto di vista bellico, può essere meglio sfruttato su bassi fondali e su bersagli veloci. Per questo motivo furono inseriti nelle mine anti-invasione posate in prossimità delle spiagge e lungo i fiumi.

[67] La posa di 4000 mine a pressione fu ordinata da Hitler lungo le coste della Francia a scopo anti invasione. Le forze alleate impiegarono 300 mezzi di CMM per bonificare le rotte di sbarco prima del D-day.

[68] Con il termine di cacciamine si intende la capacità di poter scoprire, identificare ed eventualmente neutralizzare un oggetto subacqueo. Viene realizzata impiegando sonar ad alta frequenza e sofisticati sistemi subacquei di neutralizzazione.

[69] Nella tabella è possibile raffrontare il costo efficacia dell’impiego delle mine e dei sommergibili impiegati in ruolo anti nave nell’ultimo anno di guerra nel Pacifico estratto da US Minewarfare Manual, DOD, Yorktown, VA, 1991, Cap. 2 pag. 17

  campagna di minamento solo con aerei Operazioni con i sommergibili
Durata operazioni 4 mesi e mezzo 44 mesi e mezzo
Mezzi impiegati 40 100
Personale per mezzo 11 85
Perdite in mezzi 15 aerei 85 sommergibili
Perdite in personale 103 4000
Costo di ogni mezzo 500000 dollari 5000000 dollari
Tonnellate naviglio nemico 1250000 tons 4780000 tons
Rapporto tonnellate per mese 280000 tons 110000 tons

[70] Solo 3000 mine furono posate con i mezzi della Marina il resto con velivoli bombardieri (la percentuale delle mine posate tramite i B29 fu del 63% sul totale) – dati US NAVY – Archivi US Post Graduate School Monterey CA.

[71] La profondità è un fattore determinante per la pianificazione di un campo minato; nel caso del Mar Mediterraneo, a parte alcune aree come nel Mar Adriatico centro-settentrionale, allontanandosi dalla costa  le profondità aumentano rapidamente e riducono quindi la possibilità di effettuare un minamento esteso come quello fattibile nei Mar del Nord, lungo le coste della Manica e nel Mar Baltico. Le scelte di sviluppo delle mine furono durante le due guerre mondiali fortemente influenzate dalle possibili aree di impiego e questo spiega l’indirizzo industriale italiano del settore che mirò allo studio e realizzazione di mine ormeggiate da posare su alti fondali.

[72] Tali aree comprendevano il Canale di Sicilia, l’Alto Tirreno, il Canale di Otranto e buona parte dell’Adriatico. Lo studio dettagliato delle migliori ubicazioni fu devoluto ai Comandi Dipartimentali ed ai Comandi Superiori di Marina in Libia, in Egeo ed in Africa Orientale. Le finalità dei campi minati, stabilite dalla Regia Marina, erano a scopo difensivo, antisbarco ed antisommergibili.

[73] “La guerra di mine”, Ufficio Storico della Marina, vol. XVIII, ediz. 1988

[74] Le limitazioni ambientali sono un fattore fondamentale per la pianificazione dei campi minati. Nel caso specifico, nei mari del Nord e nel Baltico, i bassi fondali potevano consentire minamenti estensivi al fine di chiudere ermeticamente ampie aree geografiche. Ciò non era ovviamente possibile nel Mediterraneo dove esiste un’alternanza batimetrica caratterizzata da alti fondali drammaticamente intercalati da profonde fenditure (canyon) che impedivano l’impiego delle mine se non relativamente sotto costa.

[75]  La mina da fondo è un’arma subacquea studiata per essere impiegata principalmente in ruolo anti nave su bassi fondali, non provvista di ancora e cavo di ormeggio perchè posata sul fondo, è dotata di congegni di fuoco magnetici, acustici ed a pressione.

[76] Mine posate nel Mediterraneo – dati estratti da La Guerra di mine, opera citata, 1966.

  Mine ormeggiate
tipologia ad urto o ad antenna magnetiche
italiane 17000 n.d.
tedesche 9958 2266

[77] La guerra di mine, vol. XVIII,Ufficio Storico della Marina, 1988,  pag. 217-238

[78] Amm. Sir Andrew Cunningham “A Sailor’s Odissey” Hutchinson, Londra, 1956

[79] “La guerra di mine”, Ufficio Storico della Marina, vol. XVIII, ediz. 1988 pag. 495 – nel periodo furono posate 972 mine da fondo ad influenza inglesi.

[80] Per eventuali approfondimenti sul sito www.regiamarina.net si possono trovare ulteriori dati sulle capacità offensive e difensive della Regia Marina nel periodo della guerra.

[81] Per completezza va menzionato che il Trattato di Pace firmato dall’Italia con gli Alleati tra le molte restrizioni, all’art. 51, impose il divieto di possedere mine ed altre armi subacquee.

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