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La mototorpediniera Turr, storia di un progetto troppo innovativo di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Turr, MAS

 

Negli anni ’30, l’Italia è uno dei pochi paesi che conserva una consistente componente di unità costiere veloci. Questa flotta è però composta da MAS con un dislocamento di 20 – 30 tonnellate, con una decina di uomini di equipaggio e armamento costituito generalmente da due siluri, alcune bombe di profondità, oltre ad una mitragliatrice o ad un cannoncino. Unità minori molto veloci (fino a 45 nodi) ma con dislocamenti limitati,  forti limitazioni operative e poca stabilità in condizioni meteorologiche avverse dovuta alle carene ottimizzate per le alte velocità. Insomma  utilizzabili come mezzi da combattimento solo in condizioni di tempo favorevole.

Nel 1934 la Regia Marina sentì pertanto l’esigenza di naviglio di dislocamento maggiore, circa 50 tonnellate per 30 metri di lunghezza, che potesse essere usato sia come unità siluranti, sia per compiti antisommergibili e per la posa delle mine. Questo naviglio avrebbe dovuto operare a notevole distanza dalle basi indipendentemente dalle condizioni meteo sostituendo le torpediniere molto più costose sia per la costruzione che per il mantenimento, oltre ad essere riproducibile in larga scala.

Il progetto Baglietto
L’unità venne identificata come mototorpediniera e non come MAS, evidenziando ulteriormente la differenza di compiti tra queste classi. Il progetto prevedeva un’unità di 51,5 t standard, 68 a pieno carico, con una lunghezza di 32 m, larghezza di 5,25, ed un pescaggio di circa 60 centimetri. L’armamento previsto era di 4 siluri da 450m, pesanti 860kg, con una testata di 200kg, capaci di 46 nodi con un raggio di 4000m , 2/3 mitragliatrici Breda da 13,2, una da 6,5, due lanciatori per 6 bombe di profondità da 50kg, due idrofoni tipo C. L’unità era mossa da 4 motori diesel Fiat V1616 da 3000 cv complessivi, più un motore ausiliario a benzina Fiat J-108 da 13cv. Il motore Fiat V1616 era un 16 cilindri a V a semplice azione, con cilindri di 160mm di diametro e corsa al pistone di 180mm con avviamento ad aria compressa. Ogni diesel raggiungeva la potenza massima di 750 cv a 1800 giri al minuto. Due dei motori, quelli più esterni, avevano la marcia reversibile. Il motore ausiliario Fiat J-108 a benzina fungeva da generatore. L’equipaggio era di 16 persone, 2 ufficiali, 4 sottufficiali e 10 marinai La riserva di carburante era di 10t (16t in sovraccarico), più 500 kg di lubrificante (1500 kg in sovraccarico). L’autonomia stimata era di non meno di 2000 miglia a 15 nodi e con una velocità non inferiore a 35 nodi. Il progetto di Baglietto prevedeva uno scafo a V, che si apriva fino a 110º nel fondo. Per garantire robustezza strutturale e al contempo leggerezza, lo scafo sarebbe stato costruito in alluminio. Va notato che a quell’epoca solo la Germania aveva tentato di costruire unità veloci con motori Diesel.

Le possibili alternative
Purtroppo, non c’era altra scelta, poiché i normali motori a benzina non avrebbero permesso l’autonomia richiesta. In realtà vi era un altro progetto, il Mas 437, dotata di due diesel Fiat v1616, che alla fine del 1934 stava ancora completando le prove a mare, durante le quali aveva raggiunto la velocità massima di 41,7 nodi. Il MAS 437 aveva un dislocamento di 19 tonnellate.  La sua autonomia alla massima velocità fu calcolata nell’ordine delle 100 miglia a 1800 giri dei motori ma emerse che i motori non erano a punto.

il velocissimo MAS 437

Nell’ottobre 1940, presso l’Arsenale di Messina, il MAS 437 venne sottoposto ad importanti lavori di ripristino durante i quali furono revisionati i motori ed alle successive prove in mare dopo i lavori la velocità massima fu ridotta a 30 nodi. La massima autonomia risultò di 160 miglia a 27 nodi, con un consumo orario di 225 chilogrammi di gasolio. Un altro progetto del 1938, per una imbarcazione di 50 t, dotata di motori Isotta Fraschini Asso 1000, sebbene proposto anche alla marina Spagnola nel 1940, non ebbe seguito.

La Stefano Turr: da mototorpediniera a MAS
Il progetto Baglietto venne così approvato e, il 27 maggio 1935, venne iscritto nel naviglio della Regia Marina come “Stefano Turr”. A giugno, cominciò la costruzione presso la C.M.A., Costruzioni Meccaniche Aeronautiche S.A., di  Marina di Pisa. Il materiale per la costruzione fu fornito dalla “Canadian Aluminum Corporation”.

La costruzione fu abbastanza spedita e il 9 maggio 1936 il Turr fu varato per le prime prove. La particolare costruzione permetteva un doppio fondo lungo tutta la lunghezza della scafo. Il materiale usato era uno strato di alluminio puro su lega usato in campo aereonautico, l’Aclad, particolarmente resistente. I fogli avevano una superficie pressoché piatta al fine di facilitarne la costruzione, in caso di guerra, da parte di cantieri minori, ed erano uniti con rivetti di duralluminio aeronautico. I compartimenti stagni erano collocati nelle sezioni 8, 11, 15, 29, 40, 48 e 57, e condividevano la divisione dello scafo in otto compartimenti.

Il primo compartimento era costituito dalla prua e dal pozzetto dell’ancora. Il secondo era il deposito delle munizioni, il terzo i depositi dei materiali ed il quarto, il più grande, comprendeva il quadrato ufficiali, quello sottufficiali, la cabina del comandante e del secondo, e gli alloggi ufficiali e sottufficiali. Nel quinto e sesto erano collocati i quattro motori diesel e il deposito del carburante ausiliario. Nel settimo c’erano gli alloggi dell’equipaggio che, a differenza degli ufficiali, dormiva su semplici amache (cosa abbastanza comune all’epoca). Infine, nell’ottavo compartimento c’erano i depositi di carburante e acqua. Per diminuire la forza d’impatto dell’onda, a metà scafo c’era un gradino di 0,5 metri. La plancia era chiusa, al contrario degli altri Paesi che preferivano una plancia aperta per le motosiluranti e il naviglio minore. La mototorpediniera era stata dipinta in grigio cenerino chiaro e grigio scuro nelle parti immerse e riportava il bilettera  TU.

Le prove
Immediatamente si palesarono problemi all’apparato propulsivo; il motore diesel Fiat V1616 aveva superato a stento i test di durata al banco e nell’ambiente operativo si rivelò inaffidabile. Nei test del giugno-agosto 1936, la Turr fallì nel raggiungere la velocità prevista, il miglior risultato furono 34,62 nodi con un dislocamento di 49t. A pieno carico, la velocità massima fu di soli 30-32 nodi. Visti i continui problemi ai motori, in settembre il programma di prove fu sospeso ed i motori rinviati alla Fiat per una completa revisione e l’applicazione di possibili miglioramenti. Nell’aprile del 1937, i motori furono reinstallati, ma le nuove prove portarono a numerosi malfunzionamenti, comprese frequenti fratture dell’albero motore. I motori furono quindi nuovamente rinviati alla Fiat.

In attesa del loro ritorno, furono effettuati miglioramenti allo scafo dell’imbarcazione, specialmente alla prua. I motori tornarono solo nell’aprile del 1938. La Turr fu quindi inviata a La Spezia per delle prove che continuarono sino a novembre. Fu quindi accertata la reale autonomia dell’unità. Con 10t, a 25 nodi, la Turr passava le 750 miglia con tutti e quattro i motori accesi, con un consumo di 13,33 kg per miglio. A pieno carico di nafta (16t), superava le 1145 miglia a 17,9 nodi e quattro motori, o 1582 miglia a 13,6 nodi e due motori o 3800 miglia a 6,6 nodi ed un solo motore.

L’entrata in servizio
Il 9 gennaio 1939 il “Stefano Turr” fu ufficialmente accettato dalla Regia Marina e assegnata alla 1ª flottiglia MAS con base a La Spezia, presso il Dipartimento navale del Tirreno settentrionale. Nel 1939, la Turr partecipò a numerosi test di lancio dei siluri e di posa delle mine, durante i quali si verificarono però nuovamente numerosi guasti ai motori. Inoltre, si scoprirono dei seri problemi di corrosione allo scafo con problemi alle chiodature che saltavano quando sollecitate dal mare ondoso. Tutte cose che impedirono di affidare al Turr compiti operativi.

Di fatto, il Turr per la sua scarsa affidabilità non partecipò mai ad operazioni di guerra, evidenziando il totale fallimento del progetto. Nell’aprile del 1941, la Regia Marina italiana  catturò in Yugoslavia sei motosiluranti tedesche, che vennero incluse nella flotta. Benché simili in dislocamento, questi prede di guerra superavano l’analoga unità italiana per velocità, armamento, autonomia e tenuta del mare, al punto da essere riprodotte dai cantieri italiani. Di conseguenza, nel luglio del 1941, la Turr fu radiata ed abbandonata nell’arsenale di La Spezia fino a quando fu demolita nel 1947-48.

L’esperienza della Regia Marina maturata nella II GM dimostrò che questo tipo di unità era superiore ai più leggeri MAS. Il progetto del Turr, basato sulle specifiche della Regia Marina, pur essendo visionario, fallì per essere stato troppo innovativo e non supportato  dai materiali di costruzione, soggetti ad una eccessiva corrosione da parte dell’acqua marina, e dai motori che si dimostrarono inaffidabili. 

Gianluca Bertozzi


Fonti
M.A.S. e mezzi d’assalto di superficie italiani di E. Bagnasco
articolo di S.V. Patyanin pubblicato dalla rivista “Морская кампания”

 

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