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Sicurezza marittima, legittimazione dell’uso delle mine navali nel diritto internazionale parte II di Andrea Mucedola

livello medio
.
ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OVUNQUE RICONOSCIUTO
parole chiave: mine navali

I marinai finlandesi del posamine Ruotsinsalmi laici nel Golfo di Finlandia, 18 maggio 1942 … queste mine popolano ancora i fondali di tutti i mari dl mondo, mantenendo una pericolosità da non trascurare

Accordi internazionali correlati alla Guerra di mine
La natura e la potenzialità delle mine navali di poter causare danni anche a nazioni  non belligeranti ha comportato nel tempo vivaci dibattiti nei differenti fora internazionali senza però arrivare alla definizione di nuove Convenzioni specifiche all’argomento.
Per completezza di trattazione vanno però elencati  alcuni documenti che, pur non menzionando direttamente le mine navali, furono esaminati nella stesura del “San Remo Manual” di cui parlerò più diffusamente nel prossimo paragrafo:

–   Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite
–   Seabed Arms Control Treaty  del 1971
–   Protocol II al Conventional Weapons Treaty del 1980
–   Law of the Sea Convention (UNCLOS III) del 1982.

Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite
In accordo con l’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite l’uso della forza, e quindi anche delle mine navali, nei conflitti è proibito a meno che:

– vengano usate in un’operazione effettuata da una coalizione internazionale, sanzionata dall’ONU, contro un identificato aggressore;

– in caso si debba ricorrere ad una difesa collettiva o singola per prevenire un attacco imminente.

Da ciò deriva che un uso preventivo delle mine, prima dello scoppio delle ostilità, non è permesso. Inoltre ne lega l’impiego ad una non chiaramente espressa valutazione sull’imminenza dell’attacco.

Seabed Arms Control Treaty
Negli anni ‘60, i progressi nel campo della tecnologia oceanografica, il grande interesse verso le risorse sottomarine e l’assenza di chiare leggi in merito, foriera di possibili confronti internazionali, comportarono la necessità di esaminare tali problematiche in riferimento alla aumentata presenza militare negli oceani. In particolare, si temeva che lo sviluppo dei mezzi militari subacquei portasse ad una corsa agli armamenti anche nel continente blu con il posizionamento do stazioni sempre più sofisticate di ascolto, per intercettare i sottomarini strategici, e la posa di campi minati di profondità con l’impiego di armi nucleari tattiche subacquee.

Il Trattato fu sviluppato congiuntamente dagli Stati Uniti e l’Unione Sovietica al fine di proibire l’impiego di armi di distruzione di massa e nucleari nel sottosuolo e sul fondo dei mari oltre le acque territoriali (12 miglia dalla costa). Sebbene il testo non contenga esplicitamente riferimenti alle mine navali convenzionali, si riferisce al possibile impiego di armi a testata nucleare sul fondo degli oceani (di fatto assimilabili a mine di elevata potenza). La costruzione di siffatti ordigni, sebbene fortemente temuta nel clima della guerra fredda, non fu mai confermata e, considerando le difficoltà tecniche e le possibili ricadute ambientali, fa pensare che non fu mai sviluppata dalle Super Potenze.

Conventional Weapons Treaty – Protocol II
Il Trattato, stipulato  nel 1980, tra le altre cose, pone delle restrizioni in merito all’uso di armi convenzionali che possano causare eccessivi danni all’ambiente ed al territorio con effetti indiscriminati. Sebbene l’articolo 1 del Protocollo si riferisca alle mine terrestri, alle booby traps ed a quelle posate per interdire fiumi e spiagge, non contemplando le mine navali, pone il problema dell’impatto sull’ambiente che, a causa delle esplosioni subacquee, può essere deturpato o subire danni sensibili. L’Italia, come molte nazioni, ha ratificato il Protocollo solo nel 1984.

Law of the Sea Convention (UNCLOS III)
La ratificazione della terza Convenzione delle Leggi del mare ha comportato un possibile impatto sulle operazioni navali e quindi anche sulle operazioni di guerra di mine in tempo di pace. Prevedendo un’espansione delle aree territoriali a 12 miglia nautiche, la creazione di una successiva area contigua di 24 miglia e di una seguente zona economica esclusiva (ZEE) di 200 miglia, si viene di fatto a generare un’estensione dei diritti di sovranità alla piattaforma continentale ed agli arcipelaghi. Questo fattore potrebbe comportare, nel caso la nazione lo richiedesse, una riduzione teorica delle aree di alto mare in cui poter condurre operazioni navali fino al limite esterno della ZEE. Come menzionato precedentemente la convenzione dell’Aia non ha posto limiti geografici ben definiti se non da un generico “off the coast and ports of the enemy”.

L’estensione di queste nuove aree di sovranità potrebbe, in tempo di pace, fornire alla nazione la possibilità di effettuare in maniera legittima dei minamenti dichiarati a scopo protettivo. In caso di guerra, sebbene la questione sia controversa, l’area economica esclusiva di una nazione neutrale potrebbe essere minata da uno stato belligerante a meno che tale intervento contrasti in maniera eccessiva con i diritti esclusivi di sfruttamento delle risorse attribuite allo stato costiero o comporti un danno all’ambiente (inquinamento).

Ambedue le situazioni comportano evidenti risvolti operativi in quanto forze navali, sotto il mandato dell’ONU, in futuro potrebbero dover operare, in tempo di pace, in prossimità di campi minati protettivi, legittimamente posati dalla nazione neutrale all’interno della sua ZEE, ottenendone una limitazione nei movimenti. In situazioni di guerra, l’eventuale uso di campi minati offensivi a scopi di interdizione contro una nazione belligerante, dovrebbe  essere soggetto al beneplacito dello Stato neutrale il quale potrebbe legalmente opporsi qualora travisasse una ricaduta negativa sui propri interessi economici in detta zona.

Il San Remo Manual
A seguito delle iniziative dell’International Institute of Humanitarian Law, iniziate nel  1987, vennero svolte numerose riunioni di avvocati internazionali ed esperti navali al fine di armonizzare le leggi e le Convenzioni esistenti ed applicabili ad i conflitti armati in mare.

downloadI risultati furono pubblicati, nel 1994, con il nome di “San Remo Manual on International Law Applicable to Armed Conflicts at Sea”. In merito al problema delle mine navali, il manuale tiene conto non solo alla Convenzione dell’Aia, di cui riconosce la validità, ma del diritto consuetudinario, delle leggi e delle Convenzioni precedentemente citate, ed particolare della Convenzione delle Leggi del Mare del 1982. In particolare, nella Sezione I della parte IV, sono contenute delle regole che, pur non avendo la copertura di una Convenzione Internazionale, stabiliscono dei comportamenti unanimemente accettati dalle nazioni nel campo della guerra di mine.

Nell’annesso del manuale, la mina navale viene cosi definita:

 “A mine is an explosive device laid in the water, on the sea-bed, or in the subsoil thereof, with an intention of damaging or sinking ships or deterring ships for entering an area.

La definizione esclude quindi gli ordigni improvvisati o rilasciabili dalle forze speciali (limpet mine) e quei tipi di mine che, per il loro impiego, possono essere assimilate ad altre armi (ad esempio la MK 60 CAPTOR che, pur essendo una mina, di fatto, agisce come un siluro).  Il filmato ne chiarisce il funzionamento.

Interessante è anche l’inclusione di mine affondate nel sedimento (dette tecnicamente infangate). Queste mine hanno subito nel tempo un notevole sviluppo tecnologico e sono corredate di sistemi di auto infangamento che ne facilitano l’occultamento sotto il sedimento, rendendo più complessa lo loro scoperta.

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esplosione di un ordigno, sullo sfondo un cacciamine italiano classe Lerici, costruito da Intermarine

Generalmente parlando, è riconosciuto che le mine navali hanno, come esclusivo bersaglio, i mezzi militari di superficie e subacquei e non il personale che vi viene impiegato. 

Per quanto sopra, la dottrina discendente di impiego prevede tre tipi di operazioni:

–   il minamento difensivo, effettuato allo scopo di negare l’accesso del nemico nel proprio territorio;

–   il minamento protettivo, allo scopo di proteggere le rotte di comunicazione dall’accesso di sommergibili o di navi militari con campi posati nelle proprie acque territoriali eventualmente estese alla zona economica esclusiva;

–   il minamento offensivo condotto all’interno delle acque del nemico al fine di interdire l’entrata o l’uscita di qualsiasi mezzo dai litorali o dai porti nemici o occupati dal nemico.

Nella Sezione I della parte IV del Manuale, inerente i “Methods and means of warfare at sea”, sono elencati 13 paragrafi, compresi fra il numero 80 ed il 92, che affrontano le regole di impiego delle mine sviluppandole secondo tre concetti fondamentali :

–     i requisiti militari in ambito della guerra di mine navali (para. 80-84);

  • la libertà di traffico dei paesi non belligeranti nonché degli stati neutrali (para 85-89);
  • la responsibilità dei paesi belligeranti e neutrali in merito alla bonifica dei campi minati (para. 90-92).
CEDRO

ITS Cedro, la prima nave che ebbi l’onore di comandare  (1989-1990) apparteneva alla classe legni 

Analizziamoli secondo il loro ordine:
para. 80   Mines may only be used for legitimate military purposes including the denial of sea areas to the enemy.

Questa regola  esclude l’uso di mine navali da parte di gruppi militari non regolamentari e/o appartenenti alla criminalità per i quali non si intravedano scopi legittimi che possano essere sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. Il ricorso all’uso della forza è quindi considerato legittimo solo in caso di legittima difesa individuale o collettiva, o su autorizzazione o delega del consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. 

para. 81   Without prejudice to the rules set out in paragraph 82, the parties to the conflict shall not lay mines unless effective neutralization occurs when they have become detached or control over them is otherwise lost.

Viene sancito l’obbligo di prevedere, in caso di perdita di controllo accidentale dell’arma, all’interno della mina sistemi di effettiva neutralizzazione. Questo include anche il caso delle mine controllate remotamente.

para 82 It is forbidden to use free-floating mines unless :

  1. they are directed against a military target;
  2. they become harmless within an hour after loss of control over them.

Nella proibizione dell’uso di mine alla deriva, la regola sembra lasciare aperta la possibilità di possedere armi in grado di indirizzarsi, automaticamente e direttamente, contro obiettivi militari (homing). Inoltre, ribadisce l’obbligo di inserimento di dispositivi di auto-sterilizzazione entro un ora dopo il rilascio.

para 83    The laying of armed mines or the arming of pre-laid mines must be notified unless the mines can only detonate against ships which are military objectives.

Riafferma l’obbligo di effettuare comunicazioni di minamento attraverso i canali previsti dalla regolamentazione internazionale ovvero “Gli avvisi ai naviganti” e le comunicazioni all’ International Maritime Organisation.

para 84    Belligerents shall record the locations where they have laid mines.

Il paragrafo richiede che la registrazione dei campi minati posati debba essere fatta in maniera accurata affinché il successivo intervento di bonifica sia facilitato. Da questa regola deriva un requisito tecnico molto importante che ha indotto le nazioni NATO ad acquisire, nel loro processo di armament planning, sistemi di navigazione di alta precisione per ridurre, nello specifico, i tempi di bonifica al termine dei conflitti.

para. 85   Mining operations in the internal waters, territorial waters, territorial sea or archipelago, waters of a belligerent State should provide, when the mining is first executed, for free exit of shipping of neutral States.

Questa regola deriva dalle esperienze acquisite nei conflitti recenti e fa ormai parte del diritto consuetudinario. Un esempio possono essere le notificazioni fatte dagli Stati Uniti in merito al minamento del porto di Haiphong, nel 1972.

para 86    Mining of neutral waters by a belligerent is prohibited.

Il minamento, quale atto di ostilità, era già proibito dall’articolo 2 della Convenzione dell’Aia n° XIII, concernente “Rights and Duites of Neutral Powers in Naval War”.

Come abbiamo premesso, le uniche operazioni consentite sono quelle del minamento difensivo e protettivo (acque proprie) ed offensivo (acque nemiche). Operazioni intenzionali in acque neutrali sono da considerarsi atti di Guerra che violano la sovranità del suddetto Stato. Va notato che il paragrafo applica il divieto a tutti i tipi di mina, senza fare distinzione quindi tra controllate o indipendenti.

La sovranità di  uno stato può essere altresì violata eseguendo operazioni di bonifica nelle acque di un’altro Stato senza la sua autorizzazione. Va ricordata la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 1949 in merito alla controversia Albania-Gran Bretagna. Delle navi militari britanniche furono danneggiate nel transito non autorizzato del canale di Corfù da mine posate dagli Albanesi; a seguito dell’episodio gli inglesi inviarono dei dragamine per bonificare il passaggio invocando il diritto al self-help. La Corte, pur richiamando l’Albania all’obbligatorietà a dichiarare i campi minati posati, condannò la Gran Bretagna per aver violato le leggi internazionali inerenti la sovranità territoriale.

para 87    Mining shall not have the practical effect of preventing passage between neutral waters and international waters.

Questo paragrafo è collegato al numero 80, per cui un’azione di minamento non debba in alcun modo interferire negli interessi di uno Stato Neutrale. Si ritorna in pratica al concetto di legittimità dell’operazione di minamento; sebbene le Marine NATO ed occidentali siano molto attente, prima di intraprendere qualsiasi azione in mare (incluse eventuali operazioni di minamento), l’uso illegittimo di mine da parte di paesi o fazioni tecnologicamente meno dotati in caso di crisi o di conflitti è considerato possibile. Un recente esempio potrebbe essere ritrovato nel minamento clandestino del Golfo Arabico e del Golfo dell’Oman, nel 1987-1988, da parte dell’Iran.

para 88    The mine laying States shall pay due regard to the legitimate uses of the high seas by, inter alia, providing safe alternative routes for shipping of Neutral States.

para 89    Transit passage through international straits and passage through waters subject to the right of archipelagic sea lanes passage shall not be impeded unless safe and convenient routes are provided.

Le due regole cercano di fornire una soluzione al libero transito in acque minate da parte di navi appartenenti a nazioni neutrali; fra le ipotesi appare di più fattibile applicazione la creazione di rotte sicure per instradare il traffico. Sebbene esistano specifici accordi sulla neutralizzazione di determinate zone di mare, tra le quali il Canale di Suez (Convenzione di Costantinopoli del 1888) e quello di Panama (Trattato del 1977), la possibilità di rischio di minamento futuro in aree sensibili non è da escludere.

dragaggio con elicotteri

esperimento della Marina Militare Italiana nel primo dopoguerra per il dragaggio con elicotteri

Nel caso, lo sforzo bellico, in termini di mezzi di contro misure mine, per mantenere aperti i canali di instradamento ed eventuali aree di ancoraggio libere da mine sarebbe elevatissimo. Inoltre, l’aumentare della durata del periodo di interdizione del traffico accrescerebbe in maniera esponenziale il danno economico ai paesi interessati. Ancora un esempio recente, fu la crisi del Mar Rosso, nel 1984, quando, per un sospetto minamento del canale di Suez, il flusso mercantile internazionale fu dirottato intorno al Capo di Buona Speranza, circumnavigando l’Africa.

para 90    After the cessation of active hostilities, parties to the conflict shall do their utmost to remove or render harmless the mines they have laid, each party, removing its own mines. With regard to mines laid in the territorial waters of the enemy, each party shall notify the position and proceed with the least possible delay to remove the mines in its territorial sea or otherwise render the territorial sea safe for navigation.

La regola prevede che le parti, al termine delle ostilità, rimuovano le proprie mine  notificando i campi posati nelle acque del nemico. Viene data anche la possibilità alternativa di rendere le mine non pericolose (ad esempio disattivando il proprio campo di mine controllate senza doverle rimuovere). Un buon esempio in merito alla notificazione delle posizioni fu la delimitazione dei campi minati del Baltico, al termine della Seconda Guerra Mondiale, con boe di segnalazione. Sulle carte nautiche sono ancor oggi riportate le aree con possibile presenza di munizioni  e esplosivi nelle quali è vietata qualsiasi attività di pesca o commerciale.

para 91    In addition to their obligations under para 90, parties to the conflict shall endeavour to reach agreement, both amongst themselves and, where appropriate with other States and with international organizations, on the provision of information and technical material assistance, including in appropriate circumstances joint operations, necessary to remove minefields or otherwise render them harmless.

Lo scambio di informazioni tecniche per la bonifica dei campi minati non è solo essenziale per ridurre i rischi collaterali del personale specialista incaricato delle operazioni ma per evitare ritardi che aumenterebbero i tempi di bonifica e conseguentemente i danni alle economie locali. Un esempio significativo fu che la non conoscenza della presenza di dispositivi anti dragaggio nelle mine ormeggiate della seconda guerra mondiale allungò notevolmente i tempi di bonifica previsti ritardando la ripresa delle attività economiche locali. Oltre alla limitata conoscenza tecnica, venne a mancare anche lo scambio di esperienze acquisite: ad esempio l’uso improprio del dragaggio meccanico nelle campagne di bonifica sopracitate comportò in tutti i mari:

–   il cesoiamento “selvaggio” di un numero elevato di mine ormeggiate che, in virtù del loro assetto positivo, vennero a galla trasformandosi in mine alla deriva e diventando ancora più pericolose per la navigazione;

–   la necessità di distruggerle sparandogli contro con le armi di bordo (spesso non in grado di farle saltare) causandone l’affondamento, a seguito dell’immissione di acqua all’interno della cassa con conseguente generazione di futuri pericoli per le attività della pesca (l’urto accidentale di una rete a strascico con un urtante poteva comunque provocare l’esplosione della mina).

In sintesi, alla fine del conflitto un maggior colloquio sulle informazioni tecniche relative ai dispositivi integrati nelle armi e sulle esperienze acquisite durante le operazioni di bonifica avrebbe potuto ridurre gli sforzi delle forze di CMM in maniera significativa.

Ancor oggi, vengono distrutti ogni anno migliaia di ordigni (comprendendo nell’accezione proiettili, siluri e mine) lungo le coste del Mediterraneo, quali ultimi spiacevoli ricordi dell’ultima guerra mondiale. Tale situazione è purtroppo ancora una realtà comune in tutti i mari che hanno vissuto i drammi della guerra; residuati bellici appartenenti a vecchi campi minati sono ancora presenti nelle acque dell’Oceano Pacifico, dell’Indiano, del Mare del Nord e del Mar Baltico.

para 92   Neutral States do not commit an act inconsistent with the laws of neutrality by clearing mines laid in violation of international laws.

Questo paragrafo afferma il diritto di uno stato neutrale ad effettuare operazioni di sminamento all’interno delle proprie acque autonomamente per rinforzare i propri diritti.

In sintesi, il San Remo Manual, fornisce una revisione del problema, tenendo in considerazione nella trattazione non solo le Leggi e Convenzioni correlate alla problematica della Guerra di Mine sopravvenute dopo la Convenzione dell’Aia del 1907, ma anche spunti derivati e maturati dalle esperienze acquisite di esperti navali che parteciparono alla stesura del testo. Il Manuale quindi fornisce regole di comportamento unanimemente riconosciute dalla comunità internazionale.

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Andrea Mucedola

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