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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Le grotte sommerse di Luigi Piazzi

livello elementare
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ARGOMENTO: BIOLOGIA E ECOLOGIA MARINA
PERIODO: NA
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: ecologia

 

grotta del bue marino, Sardegna

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Le grotte sommerse rappresentano un altro habitat peculiare, con caratteristiche diverse da tutti gli altri ambienti costieri. Con il termine di “grotta marina” si comprende tutte le cavità sommerse o anche solo parzialmente invase dall’acqua. In base alla loro origine le esse possono essere classificate in tre categorie: carsiche, laviche e marine in senso stretto.

Le grotte carsiche sono dovute alla dissoluzione di rocce idrosolubili oltre che all’acqua alla CO2. Le grotte laviche si sono formate per la modalità di scorrimento delle lave o per la loro fessurazione, oltre che per esplosioni e espansione di gas che si liberano dalle masse fuse. Le grotte marine in senso stretto sono dovute all’azione meccanica e chimica che il mare svolge sulla costa: il moto ondoso può determinare l’erosione e l’acqua marina può provocare la corrosione delle rocce. Il ruolo dell’azione del mare è in genere molto modesto, in quanto l’azione meccanica si attenua velocemente con la profondità e l’azione chimica è importante solo all’interfaccia aria-acqua.

grotte passanti di Corona Niedda, Bosa, photo credit andrea mucedola

La maggior parte delle grotte sommerse è quindi di origine mista e deve la posizione alle variazioni del livello del mare. Il mare in genere si limita a modificare con la propria azione cavità formatisi in ambiente subaereo. Si hanno sistemi di cavità marine particolarmente sviluppati lungo le scogliere calcaree, come a Giannutri e sul promontorio di Monte Argentario in Toscana e a Capo Caccia nella Sardegna occidentale, ma grotte di modeste dimensioni si aprono un po’ ovunque laddove ci sono falesie rocciose sommerse. Le grotte sommerse rappresentano un ambiente ideale per lo studio dell’organizzazione delle comunità marine di fondo duro in condizioni semplificate.

Infatti, all’interno di una grotta, il rapido attenuarsi della luce e dell’idrodinamismo fa sì che in pochi metri si possano verificare quei cambiamenti che normalmente si osservano in centinaia di metri di profondità. All’interno delle cavità sommerse possiamo trovare sia organismi sciafili tipici del circalitorale, sia organismi esclusivi di tale ambiente, sia organismi tipici di acque profonde.

margherita di mare (Parazoanthus axinellae) è un esacorallo della famiglia Parazoanthidae, è spesso associato a spugne del genere Axinella o ad ascidie. Si ritrova sovente su fondali ricchi di coralligeno in zone poco illuminate, mosse da corrente. photo credit andrea mucedola

Le ricerche condotte in Mediterraneo sin dal secondo dopoguerra hanno portato a ritenere che il principale fattore responsabile della modificazione dei popolamenti all’interno di grotte sottomarine sia legato alla deplezione trofica, cioè alla riduzione degli apporti alimentari. Questa deriva essenzialmente dal gradiente negativo di due fattori fisici: la luce ed il confinamento idrologico. In particolare, la luce si attenua repentinamente fino ad estinguersi, determinando la scomparsa dei vegetali, quindi la mancanza di produzione primaria. Il confinamento legato alla riduzione dell’idrodinamismo, rende invece precario l’apporto di sostanza nutritiva dall’esterno. Tra gli organismi vagili possiamo distinguere gli animali definiti troglofili, ovvero che conducono gran parte della loro esistenza in mare libero e penetrano le cavità per esplicare alcune funzioni trofiche, riproduttive e di rifugio, e quelli denominati troglobi, ovvero quelle specie strettamente legate agli habitat cavernicoli.

formazioni algali sulle rocce della grotta dei pellicani, Bosa, photo credit andrea mucedola

.I popolamenti delle grotte sono quanto mai vari e diversi tra loro, in relazione alle differenti conformazioni delle cavità. Popolamenti rigogliosi di filtratori, come coralli, briozoi, madreporari e spugne si possono osservare sulle pareti delle grotte a tunnel, dove l’idrodinamismo non rappresenta un fattore limitante, come accade nel grottone di Giannutri.

formazioni algali sulle rocce della grotta dei pellicani, Bosa, photo credit andrea mucedola

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Al contrario, nelle grotte chiuse, i popolamenti divengono più poveri man mano che penetriamo all’interno della cavità. Nelle zone più confinate, solo pochi animali filtratori riescono a sopravvivere. Qui i popolamenti sono costituiti principalmente da spugne e policheti, la classe più antica del phylum degli Anellidi, comprendente circa tredicimila specie.

Stenopus spinosus, da wikipedia

In tutte le grotte trovano rifugio molti organismi vagili, principalmente crostacei, come astici, aragoste ed i più specializzati Stenopus spinosus, Plesionika narval, Galathea strigosa ed Herbstia condyliata.

Apogon imberbis, re di triglie, Gozo, photo credit, andrea mucedola

Tra i pesci che più comunemente frequentano le grotte possiamo ricordare mostelle, scorfani e re di triglie (Apogon imberbis); particolarmente specializzati per questo ambiente sono il ghiozzo leopardo (Thorogobius ephippiatum) e la rara brotula, Oligopus ater, una specie abissale presente almeno fino a 700 metri di profondità che però è stata  incontrata dai subacquei nelle parti più oscure delle grotte sottomarine, anche in acque molto basse. 

Brotula nera, Oligopus ater, photo credit Enrico Pati

Il corallo rosso
Il corallo è sempre stato l’”oggetto misterioso” della natura. Fino al ‘700 era considerato un minerale o un vegetale e ancor oggi il termine viene utilizzato per indicare gli organismi più svariati. Sono ad esempio normalmente definiti “coralli” gli organismi costruttori delle barriere “coralline” tropicali. In realtà questi ultimi sono madrepore, tanto che le suddette scogliere dovrebbero essere chiamate madreporiche.

Corallo rosso, Corallium rubrum, isola d’Elba, photo credit andrea mucedola


Il vero corallo è solo il corallo rosso del Mediterraneo

Sia il corallo mediterraneo che le madrepore tropicali sono costituite da colonie di polipi, piccoli animali con un corpo a forma di sacco con un’unica apertura circondata da tentacoli; entrambi sono capaci di costruire strutture calcaree fissando il carbonato di calcio presente nell’acqua. Ma nel nostro corallo i tentacoli sono otto mentre nelle madrepore sono sei o multipli di sei; inoltre il colore delle madrepore è dato dal tessuto vivente, quindi dopo la morte dei polipi le strutture calcaree appaiono bianche, mentre il colore rosso del corallo, dovuto a ossidi e idrossidi di ferro, è il colore della struttura calcarea e persiste anche dopo la morte dell’animale.

Balanophyllia (Balanophyllia) europaea, photo credit andrea mucedola

Non hanno niente a vedere con il corallo anche i cosiddetti “coralli neri” tropicali, appartenenti all’ordine degli Antipatari, né il falso corallo nero mediterraneo (Savalia savaglia); quest’ultimo è un organismo parassita che si accresce sui rami delle gorgonie e che ha uno scheletro color ebano.

Il Corallium rubrum è endemico del Mediterraneo e vive attaccato a scogliere, in genere tra i 40 e i 150 metri di profondità principalmente nella parte occidentale del bacino.

corallo rosso, grotta di Corona Niedda, Bosa, photo credit andrea mucedola

In zone particolari e soprattutto all’interno di grotte è possibile trovare popolamenti di corallo anche a minori profondità: in alcune grotte di Capo Caccia in Sardegna o lungo le scogliere livornesi si possono osservare colonie ben sviluppate a partire dai quindici metri. La raccolta del corallo rappresenta una delle epopee più famose e affascinanti svoltasi nel nostro mare: a partire dagli anni ‘60 i corallari hanno iniziato a spingersi fin oltre i cento metri di profondità, utilizzando aria compressa, prendendosi rischi anche gravi e in molti casi rimettendoci la vita.

il comandante Raimondo Bucher lavorò come corallaro per molti anni

Oggi, che le tecniche di immersione renderebbero meno pericolosa tale attività, i popolamenti di corallo sfruttabili sono stati completamente esauriti in Italia come in Corsica e solo alcuni banchi in nord-Africa possono ancora essere utilizzati. Infatti il corallo rosso ha un accrescimento lentissimo e quindi tempi estremamente lunghi di recupero delle popolazioni sfruttate. Oggigiorno il corallo è protetto, si studia la genetica e la fisiologia delle colonie e si cerca di monitorare le aree colonizzate. In alcuni casi sono stati effettuati anche esperimenti di trapianto per facilitare il ripopolamento; nonostante i risultati incoraggianti di quest’ultima tecnica, la protezione e il rispetto per l’ambiente rimangono le armi migliori per salvaguardare l’oro rosso del Mediterraneo e permettergli di ricostituire almeno in parte le popolazioni originali.
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Luigi Piazzi
Docente e ricercatore università di Sassari

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