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Navi di linea e corsari barbareschi di Emiliano Beri

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Barbareschi, XVII secolo
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W. Van de Velde, “An English Ship in Action with Barbary Vessels” (1678) – National Maritime Museum, Greenwich, London, Caird Collection

 

In questo dipinto le navi inglesi sono impegnate in combattimento contro alcuni bastimenti corsari barbareschi. Si tratta della rappresentazione di una delle azioni dimostrative effettuate dalla flotta inglese contro le capitali e le flotte delle Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli nel XVII secolo.

L’azione predatrice dei corsari barbareschi era un problema di capitale importanza per il traffico mercantile nel Mediterraneo e nell’Atlantico centro-orientale. La protezione passiva, ossia la difesa dei mercantili attraverso l’autoprotezione e la navigazione in convoglio era di limitata efficacia in rapporto ai costi diretti (costi della protezione) e indiretti (perdite di mercantili provocati dalle azioni dei corsari).

La strategia più efficace di protezione dei traffici fu quella adottata per la prima volta nel XVII secolo da Inghilterra, Olanda e Francia (e adottata poi da altri stati nei due secoli successivi): stipulare un trattato di pace attraverso lo strumento della deterrenza navale. Il trattato di pace con le Reggenze barbaresche di Algeri, Tunisi e Tripoli garantiva immunità ai bastimenti mercantili dello stato che lo sottoscriveva perché i corsari delle tre Reggenze potevano agire solo contro i bastimenti degli stati con cui la Reggenza di cui erano sudditi era in guerra. La condizione di guerra era necessaria, altrimenti il corsaro sarebbe diventato un pirata, un criminale, e perseguibile quindi come tale.
La condizione di pace metteva quindi al sicuro i bastimenti mercantili dalle azioni dei corsari. Ma la corsa era un’attività estremamente remunerativa e le Reggenze non erano disposte a rinunciarvi facilmente. Per indurre il sovrano di una Reggenze (il Dey ad Algeri, il Bey a Tunisi e il Pascià a Tripoli) a firmare un trattato di pace che togliesse ai suoi corsari la possibilità di predare i mercantili dell’altro firmatario erano necessari forza e denaro.

La forza prendeva la forma della deterrenza navale: come nel caso rappresentato nel dipinto le flotta da guerra dello stato che voleva ottenere un trattato di pace effettuava una, o più, azioni dimostrative contro le capitali delle Reggenze, colpendo le navi in porto e bombardando le città. All’azione violenta seguiva la trattativa di pace, con la proposta aggiuntiva, che integrava la forza, del pagamento di un tributo al sovrano della Reggenza, come indennità per i mancati introiti derivati dal non poter predare i mercantili che sarebbe stati protetti dal trattato.

La sinergia tra deterrenza navale e pagamento del tributo doveva protrarsi nel tempo, il tributo doveva essere pagato annualmente, a volte con importo incrementato, e la deterrenza navale doveva essere esercitata attraverso una periodica presenza di unità e squadre navali (in questo caso inglesi) nelle acque del Nord Africa come dimostrazione di forza potenziale volta a dissuadere i sovrani delle Reggenze dalla tentazione di ricusare il trattato, per ritornare in condizione di guerra al fine di riprendere l’attività predatrice corsara. Anche alcuni stati italiani preunitari adottarono lo stesso approccio strategico basato sulla deterrenza navale-trattato di pace per risolvere il problema di fornire protezione dalla minaccia corsara barbaresca.

Vediamone un esempio. Durante la Restaurazione le due principali marine preunitarie, la napoletana e la sabauda, furono organizzate come strumento deterrente verso le Reggenze. Napoli e Torino avevano stipulato trattati di pace con le Reggenze nel 1816. In quel momento quasi tutti gli stati europei (e gli Stati Uniti) avevano trattati di pace con le Reggenze, garantiti o dalla deterrenza navale o da pagamento del tributo annuale, adesso utilizzati come soluzioni alternative. Danimarca e Svezia pagavano un tributo annuale, mentre Olanda e Stati Uniti tenevano una squadra navale con base nel Mediterraneo appositamente come strumento deterrente verso le Reggenze (quella statunitense aveva base nel Golfo della Spezia, nella baia di Panigaglia, su concessione del re di Sardegna). Napoli e Torino firmarono i trattati di pace del 1816 grazie alla mediazione britannica (e dopo che una squadra navale anglo-olandese aveva bombardato Algeri: la dimostrazione di forza rientrava nella strategia della deterrenza).

la flotta statunitense nel golfo di Panigaglia, La Spezia

Ma se la firma del trattato era stata possibile grazie alla mediazione, e alla deterrenza navale, britannica, il mantenimento del trattato, cioè far si che le Reggenze non lo dichiarassero decaduto dando nuovamente mano libera ai corsari, divenne una questione autonoma della loro politica estera e navale. Entrambi i regni, quello delle Due Sicilia e quello di Sardegna, impostarono quindi la propria politica navale in funzione della deterrenza verso le Reggenze barbaresche. Nei termini dei trattati firmati dal Regno delle Due Sicilie è presente anche l’impegno a pagare un tributo annuale; quindi in questo caso la strategia fu sinergica: pagamento di tributo e deterrenza navale. Nei termini dei trattati firmati dal Regno di Sardegna questa clausola è assente; per cui il governo di Torino puntò unicamente sulla deterrenza navale.

Entrambi i regni pensarono, organizzarono e misurarono la loro flotta in relazione all’obiettivo della deterrenza navale verso i barbareschi. Organizzarono anche l’attività della flotta in funzione di questo obiettivo. Perché la deterrenza funziona, come detto, se la minaccia è credibile; per essere tale le navi da guerra sabaude e napoletane dovevano fare periodiche crociere nelle acque del Nord Africa, per farsi vedere dai barbareschi, per mostrare la propria forza e quindi indurli a non ricusare i trattati. Nella corrispondenza dei consoli sabaudi di Algeri, Tunisi e Tripoli si trovano periodici richiami alla necessità che la flotta sarda si faccia vedere nelle acque del Maghreb per questo scopo. Le carte prodotte dai comandi della flotta dimostrano come gli input forniti dei consoli fossero recepiti e tradotti in pianificazione operativa: crociere periodiche pensate come parte di una strategia impostata sulla dissuasione, ossia deterrenza navale, ad imitazione della strategia inaugurata da inglese, olandesi e francesi nel XVII secolo.
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Prof. Emiliano Beri
NavLab – Laboratorio di Storia marittima e navale
CEPOC – Centro interuniversitario di studi “Le Polizie e il Controllo del Territorio”
DAFiSt – Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia Università degli studi di Genova Via Balbi 6 – 16126 Genova – Emiliano.Beri@unige.it

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