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Gonzalo Guerrero (1470-1536): da Marinaio Spagnolo a Guerriero Maya di Riccardo Mardegan

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: Maya, conquistadores

 

Da Marinaio Spagnolo a Guerriero Maya
La quasi totale mancanza di attenzione da parte della storiografia nei confronti di un personaggio come Gonzalo Guerrero può essere, solo in parte, compresa per la quasi totale mancanza di fonti. Cosa che, ad ogni modo, non esime lo storico dal cercare di tracciare alcuni punti fondamentali di una faccenda che resta ad ora unica nel suo genere. La ricostruzione minima della biografia di Guerrero è d’altronde sempre più necessaria per salvaguardare la Storia da quelle strumentalizzazioni che la strattonano, ora da una parte ora dall’altra, a seconda che lo si consideri un padre del meticciaggio, un gretto traditore della cultura europea, un apostata o tanto altro.

lo sbarco dei dei conquistadores, Cortez partì da Cuba alla volta del Messico il 18 febbraio 1519, con 11 navi, 100 marinai e 508 soldati, dotati di cavalli, animali allora sconosciuti in America, cani da combattimento e armi da fuoco. L’impatto fu letale e Cortez abbatté l’Impero azteco e lo sottomise al Regno di Spagna, non senza crudeltà e violenze.

Le prime notizie che si hanno di Gonzalo Guerrero ci vengono dalla voce di un maya che era stato catturato nei pressi di Campeche e che al momento era stato aggregato alla spedizione di Cortés, preparata a Cuba per ordine del governatore Velázquez. Nelle istruzioni di quest’ultimo ci si riferisce alle notizie avute da quest’indio, ovvero che:

Era stato informato che ci sono sei cristiani prigionieri nelle mani di certi cacicchi, che li tengono schiavi e si servono di loro nelle haciendas […] si pensa che uno sia Nicuesa, un capitano che il Re Cattolico mandò verso la Terraferma e [si pensa che] la sua liberazione sarebbe un gran servigio verso Dio.da Santiago, isla Fernandina, 23 ottobre 1518. Instrucción y poder que Diego Velázquez dio a Hernando Cortés para ir con una armada […] AGI, Patronato, 15, R. 7-11.

 

Bernal Díaz del Castillo

Una volta arrivati a l’isla di Cozumel, Cortés e i suoi domandarono pertanto notizie riguardo ai cristiani; gli indios risposero affermativamente, indicando che nell’entroterra si trovavano altri che portavano la barba lunga come la loro. Non sapendo se fidarsi o meno, il conquistatore del Messico decise di scrivere loro una lettera di cui ci vengono riportate versioni differenti.

Secondo Bernal Díaz del Castillo, celebre cronista dell’impresa di Cortés contro l’impero azteco, e Francisco López de Gómara (le due versioni non differiscono di molto), Hernando Cortés avrebbe armato una nave intimando ai sopravvissuti di unirsi alla sua spedizione per addentrarsi nella Terraferma.

La richiesta però sembrò cadere nel vuoto visto che dopo otto giorni la nave è costretta a tornare da Cortés senza aver imbarcato alcun passeggero.

La penisola dello Yucatan in una mappa del 1671

 

Gli indios, nel frattempo, avevano però trovato nell’isola di Cozumel uno degli spagnoli: Jerónimo de Aguilar che andò incontro alla spedizione di Cortés pur non essendo riuscito a portare con sé un altro, Gonzalo Guerrero, che era certo fosse ancora vivo.
Gli Spagnoli pagarono il riscatto per Aguilar e successivamente lo mandarono alla ricerca di Guerrero, di cui avevano ricevuto notizia dal primo.

Díaz del Castillo riporta che:

il riscatto fu pagato al suo padrone, il quale gli diede il permesso di andarsene. Successivamente, Aguilar fu dove stava il suo compagno Gonzalo Guerrero, in un altro pueblo a cinque leghe da lì. Guerrero gli rispose: fratello Aguilar, io sono sposato e ho tre figli, qui mi considerano un cacicco e capitano quando sono in guerra […] Cosa diranno di me quando gli spagnoli mi vedranno? Aguilar rispose a sua volta dicendogli di ricordarsi che era un cristiano e lo ammonì di non perdere l’anima per un’india.” da Díaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, Madrid, 1940, cap. XXVII

 Tornato da Cortés una seconda volta senza Guerrero, Jerónimo de Aguilar decise comunque di unirsi alla spedizione come interprete, essendo divenuto un profondo conoscitore della lingua maya, mentre il suo vecchio compagno. Gonzalo Guerrero. preferì rimanere nel suo pueblo, dove arrivò intorno al 1512, assieme alla sua famiglia.

Vasco Núñez de Balboa

 

Ricostruendo le narrazioni di vari cronisti sembra certo che sia Aguilar che Guerrero formassero parte di una spedizione inviata da Vasco Núñez de Balboa verso l’isola di Hispaniola. La nave si sarebbe persa vicino alle coste della Jamaica e i pochi superstiti sarebbero arrivati sulla terra yucateca dopo quattordici giorni di viaggio, durante i quali morirono dai 10 ai 12 dei 20 uomini che lasciarono l’imbarcazione.

Eccettuati Aguilar e Guerrero le fonti non sono concordi sulla sorte toccata agli altri 6 o 8 compagni di naufragio arrivati sulla costa con i due. Fernández de Oviedo dice, ad esempio, che essi furono sacrificati durante i riti idolatrici dei maya (Fernández de Oviedo, Historia general y natural de las Indias, Madrid, 1959), mentre Gómara ci parla di una fuga disperata (poco prima di essere sacrificati da un cacicco cannibale) che avrebbe portato il gruppo a rifugiarsi presso i territori di un altro cacicco, nemico del primo (López de Gómara, La conquista de México, México, 1978, fol. XI). Fatto sta che all’arrivo di Cortés, sei anni dopo ovvero nel 1518, gli unici di cui si ebbero notizie furono Jerónimo de Aguilar e Gonzalo Guerrero.

La storia di Guerrero prima dell’arrivo di tale spedizione ci viene raccontata da alcuni cronisti. Gómara ad esempio dice con la voce di Aguilar:

A poco a poco morirono gli altri cinque spagnoli nostri compagni e non c’è più nessuno se non io e un certo Gonzalo Guerrero, marinaio, che ora è a Nanchancan, signore di Chetemal, dove sposò una ricca signora di quella terra, con la quale ha alcuni figli. Egli è inoltre capitano di Nanchancan ed è molto considerato in virtù delle vittorie ottenute durante le guerre contro i loro vicini …da López de Gómara La conquista de México, México, 1978, fol. XI.

Molina Solís riporta anche che:

si distinse a tal punto che il suo signore lo nominò generale e capo dei suoi eserciti e riuscì in questo modo a garantirsi servigi migliori e più efficaci. Guerrero disciplinò gli indios, insegnò loro il modo di combattere, li addestrò a maneggiare le armi e li istruì su come difendersi, mostrando loro come costruire forti, trincee e baluardi con i quali l’impero di Nenchancan arrivò a essere molto temuto e rispettato in tutta la regione.

La reputazione di Guerrero crebbe a tal punto che da schiavo arrivò ad essere una delle figure chiave della città e riuscì quindi a sposarsi con una principessa india della stessa provincia di Chetemal: si abituò a tutti i costumi degli yucatechi e non c’è dubbio che iniziò anche a praticare l’idolatria. Alcuni inoltre lo accusano di essere un traditore, imputandogli di aver aizzato i maya contro i suoi compatrioti spagnoli quando iniziarono i primi sbarchi sulle spiagge dello Yucatan” (Molina Solís, Historia del descubrimiento y conquista de Yucatán, Mérida, 1896, p. 13-14).

il “cambiamento” di Guerrero


Molina Solís
sembra non avere affatto torto, visto che ritroviamo Guerrero nel III capitolo del XXXII libro della Historia di Oviedo dove si descrive la conquista della penisola ad opera di Francisco de Montejo.

Gli Spagnoli, che avevano intenzione di impossessarsi di Chetumal per stabilirvi un porto, non riuscirono nei loro tentativi visto che la seconda colonna della loro spedizione, comandata da Alonso Dávila, non poté mai congiungersi con la prima a causa delle continue imboscate organizzate dagli indigeni.

Secondo Oviedo questa strategia “indegna” «fu preparata da un certo Gonzalo, marinaio, che gli indios dicevano che stesse in quella terra da quando un certo Aguilar e altri cristiani si erano persi su una caravella in quella costa. E questo Gonzalo, marinaio, era del Contado de Niebla [in Andalusia]. E si era già convertito in un indio e anzi era peggio di un indio. Era sposato con un’indigena e aveva sacrificato le orecchie e la lingua, inoltre si era tatuato e colorato il corpo come un indio» (Fernández de Oviedo, Historia general y natural de las Indias, Madrid, 1959, p. 404).

Aspettando invano l’arrivo di Alonso Dávila, Montejo (che era su una nave al largo della costa di Chetumal) ebbe modo di conoscere Gonzalo Guerrero. Al pari di Cortés, anche Montejo pensò che Guerrero potesse aiutarlo come interprete per la conquista della penisola e gli propose la redenzione in cambio del suo aiuto.

La risposta non fu ovviamente positiva, visto che Guerrero aveva ormai terminato di orchestrare il modo per liberarsi degli invasori. Dopo settimane di continue imboscate, Guerrero convinse Dávila di aver completamente annientato la spedizione di Montejo, mentre a quest’ultimo disse la stessa cosa riguardo Dávila e i suoi uomini.

Gli Spagnoli furono costretti a rientrare e la conquista dello Yucatán subì un duro arresto. I due conquistadores si resero conto di essere stati imbrogliati solo successivamente, circa un anno dopo, quando si ritrovarono nell’isola di Cozumel, dalla quale erano partiti. La ritirata di Montejo e Dávila contribuì in modo decisivo ad aumentare ancora di più la fama di Guerrero che, da quel momento, fu paranoicamente visto dietro ogni atto di resistenza intentato dalle popolazioni maya durante la conquista.

Alla fine, Gonzalo Guerrero morì così come aveva vissuto, mentre conduceva una forza di guerrieri maya d’élite attraverso la Baia dell’Honduras per arrivare a Higueras, dove i nativi stavano combattendo contro il governatore spagnolo Andrés de Cereceda che aveva iniziato la sua campagna militare nel 1534.

In una lettera di Cereceda alla Corona, infatti, scritta a Puerto Ceballos il 14 agostro 1536 vengono narrate le disavventure degli Spagnoli nella provincia di Naco e di come il cacicco Cezumba, una volta sconfitto, gli abbia detto:

«come durante il combattimento dei giorni precedenti, con un tiro di archibugio fosse morto un cristiano che si chiamava Gonzalo Azora, che è quello che andava tra gli indios della provincia dello Yucatán da ormai circa vent’anni» il quale, aggiunge Cereceda «è quello che distrusse l’adelantado Montejo e fu quello che spopolò quelle terre dai Cristiani e accorse qui con una flotta di cinquanta canoe per uccidere quelli che vi si erano stabili» (AGI, Guatemala, 39).

 

Riccardo Mardegan
originariamente publicato su http://zweilawyer.com

 

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