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I misteri dei marmi del Partenone di Elgin

livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: relitto, Partenone, Elgin

 

scavi nell’area del relitto del Mentor nel 2011 e 2012.  Credito: Gruppo di ricerca Khitera


Quanti di voi hanno speso un paio di giorni nei corridoi austeri del British Museum di Londra, uno dei musei più importanti del mondo?

Il Museo offre ai visitatori la possibilità di ammirare oltre otto milioni di opere e artefatti raccolti in tutto il mondo durante nei secoli scorsi, quando l’impero britannico si estendeva da occidente a oriente.

British Museum, Great Russell Street – WC1B 3DG London – Getty Image

Il Museo fu aperto al pubblico nel gennaio del 1759, nato dalla collezione di Sir Hans Sloane, medico e scienziato che nel corso della vita aveva raccolto oggetti da tutto il mondo. Alla fine della sua vita, Sloane donò al re Giorgio II la sua pregevole collezione con la speranza che non fosse dispersa alla sua morte. Fu proprio Giorgio II ad emanare una legge speciale nel 1753 per creare il British Museum, primo museo statale del Regno Unito. Nel corso dei secoli il suo patrimonio crebbe per cui furono creati nuovi musei, come ad esempio il Natural History Museum, e lo stesso edificio originale si espanse fino alle dimensioni attuali. Il possesso di molte delle sue opere è ancora al centro di diatribe internazionali a causa delle richieste di restituzione da parte dei paesi di origine. Forse la più nota è quella dei famosi marmi del Partenone acquistati o trafugati, a seconda dei punti di vista, ad Atene nei primi anni dell’800 da Lord Thomas Bruce Elgin.


Un’epoca di ruberie legalizzate

Il XIX secolo vide une commercio, con il senno di oggi, illecito di antichi reperti che venivano venduti o rubati (le campagne di Napoleone in Italia ne sono un triste esempio).
In quegli anni l’Acropoli di Atene, sotto la dominazione turca, versava in pessime condizioni. In realtà dovremmo andare indietro fino al XV secolo, quando la Grecia fu occupata Grecia da parte dell’Impero Ottomano nel 1453 (anno della caduta di Costantinopoli). Incominciò allora un periodo di angherie che durarono fino al 1821 quando iniziò la guerra d’indipendenza greca che venne ottenuta solo nel 1827 con il concorso delle potenze europee che sconfissero le forze del sultano nella celebre battaglia di Navarino. La dominazione ottomana fu particolarmente odiosa per i greci, i Turchi cercarono di annientare la loro cultura vietando l’uso della lingua e distruggendo tutti ciò che poteva rappresentare un retaggio del suo passato. Non c’è da meravigliarsi quindi se appassionati senza scrupoli vi si recarono per acquisire oggetti archeologici pregevoli per le loro collezioni. Raccontiamone la storia che merita di essere conosciuta.

Greece – Athens – Acropole – Partenone

Molti conoscono il Partenone, il tempio greco dedicato alla dea Atena Parthenos che domina la città di Atene dalla Acropoli. Durante il periodo bizantino, nel V secolo d.C., fu trasformato in una chiesa cristiana, e sculture e molti edifici dedicati alle antiche divinità pagane vennero distrutti. Nel XV secolo, a seguito dell’occupazione ottomana, divenne una moschea. A partire dalla seconda metà del XVII secolo anche gli stranieri ebbero di nuovo accesso al Partenone come testimoniato da una prima Relazione sulle antichità di Atene del 18 marzo 1670, redatta probabilmente da un mercante, che scrisse: “all’interno del forte [l’acropoli] s’innalza il nobile tempio della dea Pallade, in un certo qual modo tutto intero, con molte colonne e statue del famoso architetto Fidia“.

Nel 1674 l’ambasciatore francese a Costantinopoli Charles Marie François Olier, riuscì a visitare l’acropoli portando con sé il pittore Jacques Carrey, che riuscì a rappresentare nei suoi schizzi il piedestallo, il fregio e le metope del lato sud (comprese le 14 metope che scomparvero dopo il 1687). Una testimonianza importante della sua bellezza che fece il giro dell’Europa, attirando in Grecia famosi archeologi.

Nel 1687, la Repubblica di Venezia inviò una spedizione guidata dal futuro doge Francesco Morosini per attaccare Atene e prendere l’acropoli. I Turchi, sfruttando la posizione strategica dell’Acropoli, la fortificarono ed usarono il Partenone come polveriera. Il 26 settembre 1867 un colpo di mortaio fece saltare in aria la porzione centrale dell’edificio e causò lo sgretolamento in macerie dei muri della cella. Sottoposti ad un violento bombardamento e chiusi a tenaglia dalle truppe cristiane sul fronte terrestre terrestri, gli Ottomani si arresero ai Veneziani e le truppe cristiane s’insediarono nell’acropoli. L’occupazione veneziana durò fino all’8 aprile quando Morosini lasciò Atene a bordo della sua bastarda generalizia.

Dopo avere ripreso l’acropoli, i Turchi utilizzarono alcune delle macerie prodotte dall’esplosione per erigere una moschea più piccola, proprio all’interno del Partenone in rovina. Inutile dire che durante i 150 anni successivi vennero saccheggiati tutti gli oggetti di valore ed elementi della struttura ancora integri, usati come materiale da costruzione. Non c’è quindi da meravigliarsi che in un tal frangente opere di grande valore artistico vennero rubate dai tanti turisti europei che si recavano in visita in quelle terre ricche di storia.

Ritratto di Thomas Bruce, 7th Earl of Elgin. 1788. Public Domain

Nel 1799, Lord Thomas Bruce, 7th principe di Elgin, studioso e appassionato della scultura classica ellenistica, fu nominato ambasciatore della Sublime Porta a Costantinopoli, la capitale dell’Impero ottomano. Appassionato di antichità classiche chiesto al sultano Selim III il permesso di visitare l’acropoli. Sembrerebbe che nel 1801, sotto la supervisione del pittore Giovanni Battista Lusieri, rimosse dal Partenone circa 17 statue provenienti dai due frontoni, 15 delle 92 metope raffiguranti battaglie tra Lapiti e Centauri e 75 metri (in origine erano 160) del fregio interno del tempio, tutto con la complicità del sultano.  Lo scavo successivo e le successive rimozioni furono completati nel 1812, con un costo, sostenuto interamente da Thomas Bruce, di 70000 sterline. Lord Bruce organizzò la spedizione noleggiando un brigantino, il Mentor, che avrebbe dovuto trasportare i preziosi artefatti in Gran Bretagna. Sarebbe forse stata la prima di una lunga serie di spedizioni? Non lo sapremo mai ma il trasferimento fu pianificato identificando rotte, punti di riferimento logistico e contatti locali.

Un viaggio sfortunato
Ci sarebbe da pensare che Posidone, dio del mare, ci mise il tridente per impedire il trasferimento dei capolavori del Partenone. Nel settembre del 1802, Lord Thomas Bruce di Elgin fece inserire in 17 casse quelle che dovevano essere semplici “pezzi di pietra con iscrizioni o figure” con destinazione finale Londra (i documenti redatti in fase di recupero parlarono di 16 casse di pezzi di marmo e una cassa con un trono in marmo).

Rivestimento di piombo nella zona della chiglia della nave Foto: Ministero della Cultura ellenico – Antichità subacquee Ephorate / Alexis Tourtas

Il 15 settembre 1802, la nave noleggiata per il trasporto, il brigantino Mentor, partì dal porto greco del Pireo, diretta all’isola di Malta, prima tappa del lungo viaggio per l’Inghilterra. Il giorno dopo grazie ad un vento favorevole la nave si trovava nei pressi di Capo Matapan, il punto più meridionale della Grecia continentale. Come spesso avviene in quella zona di mare, improvvisamente, si levò un forte vento levantino che costrinse il brigantino a ridossarsi sotto costa. Migliorate le condizioni meteo la Mentor riprese il suo viaggio verso la vicina isola di Kithera, nei pressi di Capo Avlemonas, San Nicola. Forse per una falla a bordo, il capitano cercò di ancorarsi sotto costa ma i fondali erano troppo alti e le ancore non fecero presa. La situazione divenne sempre più critica e la nave cercò di raggiungere il piccolo porto di Avlemonas. Non più in grado di manovrare, il Mentor urtò contro le rocce della scogliera ed affondò appoggiandosi sul basso fondale.

Fortunatamente tutti i membri dell’equipaggio furono salvati da una nave in transito, l’Anikitos, ma i preziosi reperti affondarono sul fondo del mare portando con loro molti misteri. Elgin aveva dichiarato il falso sui materiali trasportati? Perchè il manifesto di carico della nave non era chiaro in merito ai materiali trasportati? Cosa si nascondeva nei bagagli dei passeggeri? Quante erano le casse imbarcate?

Di fatto quando fu informato dell’affondamento, Lord Engin organizzò immediatamente una spedizione per il loro recupero. Furono inviati dei pescatori di spugne provenienti dalle isole di Kalymnos e Symi, abili subacquei che, dopo aver stipulato un contratto per il recupero,  dopo due anni di lavoro recuperarono tutte le casse “dichiarate”. Il relitto si trovava a circa 20 metri di profondità per cui il lavoro di recupero in apnea non fu certo facile.

Vista generale del relitto e del sito di scavo Credito: Gruppo di ricerca Khytera

Nel 1816, a seguito dell’accusa di aver depredato delle opere d’arte greche, le attività di Lord Elgin in Grecia furono accuratamente investigate da un comitato parlamentare inglese. Secondo le autorità, supportate dai ricercatori del British Museum, fu la “continua distruzione delle sculture classiche ad Atene” che aveva portato Lord Thomas Bruce a rimuoverle, tra l’altro con il beneplacito delle autorità turche che lo avevano autorizzato a “togliere qualsiasi pezzo di pietra con iscrizioni o figure“. Fu un processo lungo e complesso ma alla fine le sue azioni furono giudicate del tutto legali (anche perché in alcuni documenti alla figura di Elgin fu accoppiata quella della corona britannica).

Stranamente, dopo l’assoluzione per non aver commesso il reato, i manufatti vennero immediatamente acquistati dal governo britannico e collocati al British Museum. Il perché Lord Elgin, dopo tante peripezie si liberò così facilmente del tesoro non fu mai chiarito. Si disse che le enormi spese sostenute per il recupero in mare delle casse avevano svuotato le sue malandate finanze e era quindi stato costretto a svendere i  preziosi reperti al museo ad un prezzo di sole 35 mila sterline. Chissà.

Lavori di scavo nell’area della chiglia Foto: Ministero della Cultura ellenico – Antichità subacquee Ephorate / Alexis Tourtas

Nei secoli seguenti l’ipotesi che non tutti i frammenti fossero stati ritrovati portò a nuove ricerche, limitate solo dai mezzi dell’epoca e dai costi. Ci vollero 200 anni per scoprire qualcosa di nuovo sul relitto. Gli archeologi e sommozzatori del Dipartimento ellenico di antichità subacquee tornarono sul sito nel 2011, non furono trovati altri pezzi della collezione di Lord Elgin. Tuttavia, i sub che hanno esplorato il naufragio del Mentor nel 2013 e 2015 ritrovarono tre manici di anfore del III secolo a.C.. Quella scoperta portò ad  un’altra spedizione degli archeologi marini nel 2016 quando gli archeologi, lavorando sulla poppa della nave, recuperarono una serie di interessanti manufatti.

oggetti ritrovati su Mentor

Il relitto restituì oggetti nautici (una bussola e una clessidra), parti della nave ed armi (pistole, proiettili e delle palle di cannone). Furono anche trovati effetti personali dell’equipaggio e dei passeggeri, come monete, orologi, fibbie per cinture, un anello e persino uno spazzolino da denti. Dalla cucina della nave riemersero oggetti della vita quotidiana di bordo, come piatti, bicchieri, bottiglie e persino dei cristalli di vetro di un lampadario. Ma le sorprese non erano finite.

resti di una bussola ritrovati nel relitto del Mentor

Mentre la squadra di subacquei stava esplorando parte della prua della nave, vennero scoperte due placche di marmo sepolte nella sabbia, che si rivelarono poi dei marmi di origine egizia, molto più antichi di quelli del Partenone. Cosa che non meravigliò gli archeologi in quanto i passeggeri o i committenti potevano aver raccolto antichità da qualsiasi luogo. Come dicevamo era cosa comune che i viaggiatori europei acquistassero al mercato nero manufatti dai locali. La corruzione era altissima e gli amministratori locali dietro compenso  chiudevano volentieri un occhio.

frammenti marmorei egizi

Il primo frammento faceva parte di una statua faraonica del Nuovo Regno (1570-1070 a.C.), forse del periodo del faraone Amenofi III (o Amenhetop III) della XVIII dinastia (1386 -1349 a.C.). Si possono vedere parte della vita, del bacino e dell’ombelico nonché parte del manico e della lama di un coltello vicino all’addome. Il secondo frammento è composto da due parti e sembra essere parte di una colonna in rilievo del dio Ra seduto che tiene in mano la “chiave della vita”. Si ritiene che questo secondo frammento risalga al tardo periodo tolemaico (X secolo a.C.).

L’ultimo tentativo è avvenuto tra il 27 agosto e il 15 settembre 2019, sotto la guida dell’archeologo Dimitris Kourkoumelis per il recupero degli ultimi oggetti rimanenti, alcune anfore, vasi e alcuni splendidi gioielli di raffinata fattura. 

La ricerca continua e resta da vedere cos’altro si nasconde in questo misterioso relitto.

 

Riconoscimento
I seguenti archeologi, tecnici, subacquei professionisti e conservatori hanno partecipato a questa ricerca subacquea: Dimitris Dimitriou, John Fardoulis, Brendan Foley, Manouel Kourkoumelis, Kosmas Koronaios, Scott Lemoth, Louis Mersenie, Aristeidis Michail, Phil Short, Gemma Smith, Theotokis Theodoulou, Alexandros Tourtas, Themistocles Troupakis, Petros Tsabourakis, Angelos Tsopanidis, Manolis Tzefronis.
La conservazione dei reperti è stata effettuata a Ephorate of the Underwater Antiquities’s laboratories da Chryssa Fouseki, Angelos Tsopanidis and Antigone Leakou, grazie agli Ephorate’s drivers Giorgos Konstantopoulos, Charalambos Margaronis.

 

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