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Il concetto operativo sull’impiego delle portaerei nella Regia Marina italiana di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: portaerei, Regia Marina, Cavagnari

Dopo tutti questi articoli, incentrati sul concetto operativo dell’impiego delle portaerei dalle Marine oceaniche, ci si può domandare se le idee che giravano nei corridoi di Supermarina non fossero poi così sorpassate come si crede. 

la portaerei Aquila che non vide mai un impiego operativo

La Regia Marina Italiana ipotizzava una grande battaglia decisiva da combattere nel Mediterraneo centrale con le sue navi da battaglia; di fatto era praticamente in linea con la dottrina britannica basata sulla battaglia dello Jutland e con lo scontro navale nel Pacifico a cui si preparavano Giapponesi e Statunitensi. Questo si specchiava nella pianificazione dei mezzi e delle modalità con cui combatterla della Regia Marina Italiana.

Come abbiamo letto nei precedenti articoli, in tutte le Marine degli anni ’30-’40 si riservava alle forze aeree, navali leggere e subacquee il compito di logorare la flotta nemica durante la fase preliminare della battaglia, lasciando alla forza da battaglia il compito di dare il colpo finale. Le forze aeree imbarcate erano  certamente una seria minaccia per le navi ma quelle aeree basate a terra erano ritenute molto più pericolose per le grandi unità da battaglia. Nessuno credeva possibile che le forze aeree imbarcate potessero sostenere a lungo l’impatto di uno scontro con le forze aeree basate a terra, specie se si doveva operare nel raggio d’azione della caccia terrestre. Quindi in determinati specchi di mare li si evitava o ci si limitava a scorrerie “Hit and Run”.

Regia Nave Vittorio Veneto

Nella visione della regia marina italiana, nel Mediterraneo centrale e nel canale di Sicilia, le isole Pelagie e i loro aeroporti sarebbero state le dislocazioni dove si sarebbero probabilmente dislocate, se ottenute, le portaerei italiane durante la grande battaglia che si pianificava. Giusto o sbagliato che sia, con il senno del poi, è sempre facile dare dei giudizi; in realtà nessuna Marina militare nel 1940 si aspettava che le portaerei diventassero un elemento così importante nelle flotte moderne da diventarne per molto tempo le ammiraglie.

In Italia, non vi era neppure una sottovalutazione del fattore aereo dato che lo sviluppo dell’aerosiluro fu interamente dovuto agli sforzi della Regia Marina che fornì un determinante supporto finanziario e tecnico. Anche l’ammiraglio Cavagnari, spesso presentato come un “ammiraglio delle corazzate” non trascurava il problema dell’appoggio aereo, sia pure basato a terra.

generale Giuseppe Valle

Lo dimostrò nella riunione dei Capi di Stato Maggiore del 26 maggio 1939 in cui ebbe un violento scontro sull’impiego degli aerosiluranti con il generale Giuseppe Valle che, malgrado l’appoggio di Badoglio a Cavagnari, replicò facendo orecchie da mercante. Cavagnari nello stesso periodo presentò una dettagliata richiesta di quadruplicare per il 1942 l’Aeronautica per la Marina (la branca della Regia Aeronautica specializzata nelle operazioni sul mare) passando dai circa 250 aerei esistenti nel 1940 a 991 da schierare sulle coste del Mediterraneo e del Mar Rosso. Una forza che, se dotata di aerei moderni con caratteristiche tecniche adeguate alle operazioni sul mare (ricognizione, pattugliamento, caccia antisommergibili) e di attacco aeronavale, avrebbe consentito il controllo del Mediterraneo centrale, data l’ottima rete di basi terrestri disponibili.

Ammiraglio Cavagnari

Purtroppo ci si trovava in una situazione in cui la Regia Marina non aveva nessuna reale influenza su composizione organica dei reparti aerei e sul materiale di volo di cui erano dotati. Non era una situazione inconsueta nel periodo fra le due guerre; anche la politicamente molto più influente Royal Navy non riuscì a imporre alla RAF di dedicare soverchie attenzioni ai reparti aerei dedicati ad operare sul mare fino a quando non recuperò il controllo dell’aviazione imbarcata. Il tutto venne aggravato dalla idiosincrasia mussoliniana per i centri di potere diversi da se stesso e il conseguente rifiuto di costituire degli organi di coordinamento interforze. Questo portò ogni forza armata a preparare un sua guerra indipendentemente dalle altre il che fu uno dei problemi maggiori della nostra guerra. Una situazione ancora più assurda si ebbe in Giappone dove la rivalità interforze raggiunsero livelli parossistici al punto che l’esercito armò propri sommergibili da trasporto e portaerei di scorta. 

Per quanto riguarda le Portaerei se è indubbio che la Regia  Marina non le pretese mai non è neppure completamente vera l’opinione che i noti storici navali Santoni e Mattesini espressero nella “La partecipazione tedesca alla guerra aeronavale nel Mediterraneo” Ambedue si espressero dicendo  “E’ stato detto e scritto fino alla noia che ad impedire alla Marina italiana di possedere propri reparti d’aviazione imbarcati su portaerei siano stati Mussolini e la perfida gelosia della giovane regia Aeronautica. Nulla di più falso. Risulta invece chiarissimo che fu proprio lo Stato Maggiore della Marina a rifiutare la portaerei ogni qualvolta si presentò l’opportunità di costruirla”

Mussolini e Cavagnari

Se così fosse non si spiegherebbero però le continue richieste di portaerei da parte dei migliori cervelli della Regia Marina: infatti la portaerei fu richiesta in sequenza da: Revel (1922, 1925); Burzagli (1926, 1930); Ducci (1934, 1935, 1936) ma circostanze oggettive o politiche momentanee incisero di volta in volta sulle scelte.

Le richieste del 1922-25, sostenute da Revel inserendo le portaerei anche nella pianificazione operativa, non ebbero seguito dato che in quel momento la flotta necessitava di essere rimessa in piedi in quanto ormai vecchia e obsoleta. Si cita sempre la riunione tenuta nel pomeriggio dell’11 agosto 1925, nella quale Mussolini, in veste di ministro della Marina, pronunciò la frase “sono qui per imparare” nella quale quasi tutti i partecipanti (contrammiraglio Giuseppe Sirianni, sottosegretario per la Marina, il viceammiraglio d’armata Alfredo Acton, capo di S. M., i viceammiragli d’armata Emilio Solari e Diego Simonetti, i viceammiragli di squadra Guido Biscaretti di Ruffia, Giuseppe Mortola e Vittorio Molà, i tenenti generali ispettori Giovanni Tomaselli e Giuseppe Rota, il contrammiraglio di divisione Fausto Gambardella e il generale del Genio navale Fabio Mibelli) si espressero contro la portaerei.

Tuttavia non si da rilievo al fatto che il quel consesso non si era posta l’alternativa navi da battaglia o portaerei che effettivamente sarebbe stata un indicazione oggettiva dell’indirizzo da dare alla flotta. Sinceramente dubito che posta di fronte a un alternativa di questo tipo, nel 1925, qualche Marina avrebbe optato per le portaerei. La questione era tra incrociatori e portaerei cioè tra una tipologia di navi sicuramente necessaria nell’attività quotidiana in pace e in guerra (che tutte le marine stavano costruendo in buon numero) ed una tipologia di nave all’epoca ancora in fase sperimentale con un impiego solo eventuale. In altre parole, l’alternativa posta non era tra lasagne o spaghetti allo scoglio, cosa che fa capire i gusti di una persona, ma tra una fornitura di un piccolo quantitativo di foie gras che si mangia ogni tanto ed il pane quotidiano.

Italo Balbo avversò l’idea di una aviazione di Marina

Nel periodo successivo, ovvero alla fine anni Venti, pesò invece l’influenza del Maresciallo dell’aria Italo Balbo che affermò perentoriamente all’ammiraglio Bernotti, nel 1929: “Voi volete la nave portaerei, ma io non ve la faccio costruire” dato che in quel momento non era convinto della necessità di una portaerei italiana. Il regime fascista era policratico e quindi le decisioni erano frutto di compromessi istituzionali tra le varie parti e in quel momento l’influenza di Italo Balbo, quadrunviro del regime e autore di eclatanti successi propagandistici, pesava molto. Balbo in seguito divenne Comandante Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e sottosegretario all’economia nazionale. Nel 1929 aveva assunto l’incarico di ministro della Regia Aeronautica, veste in cui promosse e guidò diverse crociere aeree come la crociera aerea transatlantica Italia-Brasile e la crociera aerea del Decennale. Considerato un potenziale rivale politico di Benito Mussolini a causa della grande popolarità raggiunta, Balbo fu nominato nel 1934 governatore della Libia dove, il 28 giugno 1940, fu abbattuto per errore dalla contraerea italiana di Tobruch

I tentativi per la portaerei
Successivamente, nel 1935-36, vi fu un altro “assalto” per ottenere la portaerei. All’epoca gli ammiragli Ducci e Bernotti fecero intendere che nel caso di uno scontro con la Royal Navy era impensabile chiudersi nel Mediterraneo Centrale ma occorreva una flotta più offensiva, capace di proiettarsi in uno dei due bacini periferici del Mediterraneo per esercitarvi una pressione strategica. In particolare nel Mediterraneo orientale e Suez, unico obiettivo strategicamente rilevante per l’Italia. Per farlo, dato che si sarebbe usciti dal raggio d’azione delle forze aeree con base a terra, era quindi necessario munirsi delle portaerei. Nel 1937 furono quindi redatte proposte al programma navale che prevedevano la costruzione da una a tre portaerei. Tale proposta costruttiva fu tramutata in progetto da Pugliese. Un progetto che, come sappiamo, non si realizzò a causa delle difficoltà economiche in cui cominciò a dibattersi il Paese dopo la guerra in Africa e con lo scoppio della guerra in Spagna.

Ammiraglio Angelo Iachino

Si citano, a supporto della mia tesi di non comprensione del valore della portaerei, le affermazioni dell’ammiraglio Cavagnari. La prima dell’agosto 1936 quando concordò pienamente con l’opinione negativa verso la costruzione di una portaerei per l’impiego nel Mediterraneo, espressa dal Comitato Progetti Navi (nota del giorno 8 agosto). Nonché quella del 15 marzo 1938 quando di nuovo Cavagnari dichiarò alla Camera che tale tipo di unità non era necessario alla Regia Marina italiana. Voglio ricordare che tanto l’ammiraglio Angelo Iachino, allora comandante della 1ª Divisione navale, quanto l’ammiraglio Sansonetti, futuro sottocapo di S.M.M., espressero pubblicamente la loro opinione ostile alla costruzione di portaerei per la flotta italiana, in articoli apparsi nel 1938 rispettivamente su l'”Almanacco navale italiano” e sull’autorevole “Brassey’s naval annual” britannico. 

Una bordata della Vittorio Veneto nello scontro di Gaudo.

Ma queste affermazioni, abbastanza diverse da quelle che contestualmente giravano anche ufficialmente e senza opposizione da parte degli stessi ammiragli all’interno della Regia Marina, servirono a giustificare l’esistenza di questa Marina “mediterranea diversa dalle marine oceaniche” (in pratica la volpe e l’uva).

A riprova il nuovo programma settennale 1939-1945, messo a punto nel gennaio 1939 dall’Ufficio Piani ed Operazioni dello Stato Maggiore della Regia Marina e approvato da Cavagnari, che prevedeva due portaerei da 15 000 ton: la prima da impostare nel 1940 e completare nel 1943, la seconda da impostare nel 1941 e da completare nel 1944, destinate a operare in Mediterraneo.

Questo in contrasto con le solenni dichiarazioni rese da Cavagnari al Senato circa l’inutilità per l’Italia di questa tipologia di navi e la rinuncia della Regia Marina a disporne, un segno della natura schiettamente politica e non frutto di una reale convinzione. 

       

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