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Variazioni del concetto operativo sull’impiego delle portaerei durante la seconda guerra mondiale di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO 
parole chiave: portaerei 

 

dal relitto della portaerei USS Lexington

Negli articoli precedenti abbiamo affrontato i concetti operativi delle tre marine con interessi oceanici che credettero nello sviluppo delle portaerei. In realtà, come abbiamo visto negli articoli precedenti, nel 1939/40, anche esse consideravano l’aviazione imbarcata una forza ancillare alle navi da battaglia che rimanevano la spina dorsale delle flotte e questo si rifletteva nei piani di sviluppo in corso.

Gli Stati Uniti, oltre al riammodernamento delle navi da battaglia e portaerei già in servizio, avevano in costruzione o in programma navi da battaglia moderne per 385.000 tonnellate contro 200.000 di portaerei, il Regno Unito 180.000 tonnellate di navi da battaglia e 138.000 di portaerei (quantitativo questo gonfiato dalla necessità di sostituire tre vecchie portaerei dislocanti complessivante 50.000 tonnellate di prevista imminente radiazione) e il Giappone che aveva in costruzione le gigantesche Yamato e in programma navi ancora più grandi. La situazione si evolse lentamente.  Nonostante la flessibilità delle task force di portaerei e la loro manovrabilità operativa, significativamente maggiore di quella delle formazioni corazzate che le hanno precedute, i principi tattici della Marina americana previsti nella  dottrina di battaglia rimasero invariati. Infatti le navi da battaglia mantennero a lungo una grande valenza operativa nonché un grado di immunità elevato dagli attacchi aerei specie se effettuati da aerei imbarcati contro queste navi veramente moderne.

HMS Formidable colpita da un aereo kamikaze

Altro assioma era la superiorità offensiva delle forze aeree con base a terra su quelle imbarcate contro le unità di superficie, specie se moderne e in navigazione.
L’esperienza confermò questi assunti: il Repulse e il Prince of Wales furono affondati da bimotori con base a terra dotati di armi ben più potenti di quelle che armavano i contemporanei aerei imbarcati. Le corazzate colpite a Pearl Harbour e Taranto erano ferme in porto. Quasi tutte rammodernate o appena entrate in servizio e quindi non completamente operative, con lacune nelle procedure di controllo danni ed equipaggi non perfettamente addestrati.

HMS Hermes  fu una portaerei leggera della Royal Navy, la nona a portare questo nome ed unica della sua classe. Costruita nei cantieri Armstrong Whitworth, venne varata nel settembre 1919 ed entrò in servizio nel 1923. Rimase in servizio fino alla seconda guerra mondiale, durante la quale venne affondata il 9 aprile 1942 presso Colombo, Ceylon, da forze dell’aeronautica navale giapponese

Le prime navi da battaglia affondate solo da aerei imbarcati furono la Yamato e la Musashi e in entrambi i casi fu necessario l’intervento di più portaerei che lanciarono moltissimi aerei dotati di capacità ben superiori a quelle degli aerei della prima fase del conflitto. Ma  non fu facile lo stesso.

Yamato sotto attacco. Mostra un incendio vistoso sulle sovrastrutture – aprile 1945. Interessante notare che furono proprio i giapponesi a dimostrare la vulnerabilità delle navi da battaglia nell’era dell’aeronautica navale con l’affondamento del Principe di Galles e del Repulse nel 1941. La Yamato stava navigando senza alcuna copertura aerea e fu attaccata dagli aerei della Quinta flotta americana. Nonostante i suoi 150 cannoni antiaerei, le probabilità non furono a suo favore.

Guardando indietro la superiorità dell’aviazione imbarcata la consideriamo ovvia, ma all’epoca lo era molto meno. In effetti, il dibattito fu un pò confuso dai sostenitori del potere aereo che, a partire dagli anni ’20, sostenevano che i bombardieri pesanti a terra avrebbero reso obsolete le flotte (e le guerre/gli eserciti/le armi di superficie/ecc. obsolete). Nei primi anni della guerra, c’erano fatti che provavano  che le portaerei stavano lentamente cambiando le regole del gioco ma erano  straordinariamente vulnerabili. 

Le vecchie navi da battaglia erano invece navi polivalenti dalle eccezionali qualità. Attaccavano o proteggevano i convogli, difendevano i gruppi di portaerei, ingaggiavano con quasi condizione meteo qualunque bersaglio navale, fornivano alle operazioni di sbarco un supporto di fuoco molto più efficace dell’appoggio aereo, erano potenti piattaforme di tiro contraereo in grado di proteggere se stesse e l’intero gruppo navale a distanza ravvicinata.

Le portaerei avevano effettivamente dimostrato la loro utilità. Pearl Harbor era l’esempio più eclatante, ma anche l’attacco britannico alla flotta italiana a Taranto lo confermava. Basti pensare che il Kudo Butai (Fast Mobile Striking Force) dell’IJN (Imperial Japan Navy), composto da sei portaerei, aveva provocato il caos nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Indiano dal dicembre 1941-giugno 1942.

l’attacco alla portaerei giapponese Kaga

Le portaerei americane della flotta del Pacifico erano state l’unico ostacolo effettivo all’IJN in quel periodo. Tuttavia, le portaerei avevano dimostrato la loro vulnerabilità. La Royal Navy britannica aveva perso 5 portaerei nei primi sei mesi del 1942: tre affondate da u-boot, una da portaerei ed una da una nave di superficie (lo Scharnhorst).

Gli Stati Uniti avevano perso tre portaerei – due affondate da portaerei e una da bombardieri terrestri – e la Saratoga era stata messa fuori servizio per sei mesi da un sommergibile giapponese. L’IJN ne aveva perse cinque (tutti affondate da portaerei) di cui quattro in una giornata davvero brutta.

C’erano state molte prove, fino al 1942, del fatto che le corazzate fossero ancora molto utili. La Battaglia dello Stretto di Danimarca era stato un buon esempio. Successivamente nove aerosiluranti inglesi avevano attaccato il Bismarck ma avevano messo a segno un solo colpo (eccezionalmente fortunato dato che bloccò il suo timone in accostata). Alla fine il Bismarck fu affondata dagli sforzi combinati di 6 navi/incrociatori da battaglia, più molti incrociatori e cacciatorpediniere. L’incrociatore da battaglia tedesco Scharnhorst aveva affondato una portaerei, l’HMS Glorious. Le battaglie navali nelle Isole Salomone erano state scontri brutali e a distanze ravvicinate – spesso di notte – dove le portaerei semplicemente non ebbero un ruolo. Quindi era chiaro che l’età delle corazzate non fosse ancora finita all’inizio del 1943.

Le operazioni della quinta flotta degli Stati Uniti nelle Marianne, e le operazioni della terza flotta nelle Filippine e nei dintorni videro continui tentativi di arrivare a un’azione di superficie decisiva, con risultati contrastanti. La battaglia del Mar delle Filippine fu combattuta interamente da aerei e sottomarini. La Battaglia del Golfo di Leyte vide un’azione di superficie di corazzate nello Stretto di Surigao (concluso con l’annientamento della forza giapponese), la sorpresa di al largo di Samar che poteva finire con l’annientamento di una consistente forza di portaerei di scorta da parte della forza da battaglia giapponese e una finta di successo a Cape Engano che attirò la veloce Task Force 38 in un inseguimento infruttuoso che lasciava campo libero alle corazzate Giapponesi. Queste solo per vari errori commessi non riuscirono a sfruttare l’ottima occasione.

Fu solo alla fine del 1944 e nel 1945, quando la flotta del Pacifico degli Stati Uniti poteva abitualmente portare con sé 16 portaerei alla volta, che la supremazia delle portaerei si impose. Però quelle task force, fino al 1943, non erano neppure concepibili. Esse vantavano 1200 aerei e potevano sopraffare anche le più grandi catene di isole con basi aeree multiple, come le Filippine, Formosa (Taiwan), e persino le difese delle isole nazionali giapponesi.

Oltre al numero vi erano stati notevoli progressi tecnici con radio a quattro canali ad altissima frequenza (VHF) per la direzione dei caccia, nuovi radar SK (ricerca aerea), nuove centrali operative  di combattimento (CIC) e il radar SG (ricerca di superficie) per facilitare manovre sicure di notte e in condizioni meteo avverse. Era anche disponibile un nuovo caccia, l’F6F Hellcat, e la disponibilità di transponder per riconoscere i velivoli  amici  (IFF) su tutti gli aerei.

F6F Hellcat ammassati sul ponte di volo del USS Yorktown (CV-10), Oceano Pacifico, giugno 1944

In ogni caso durante la seconda guerra mondiale, anche se le portaerei avevano dimostrato il loro valore, non erano ancora il centro del potere aeronavale come accadde nei decenni successivi. Sicuramente potevano affondare una corazzata prima di essere raggiunte se le condizioni erano giuste, ma non era una conclusione scontata. Si può dire che alla fine della II guerra mondiale iniziò il crepuscolo delle corazzate, ma queste navi non erano ancora tramontate. Questo perché erano grandi bersagli difficili da proteggere dall’attacco di una corazzata, e ovviamente non potevano sopportare i colpi che una nave da battaglia poteva mettere a segno in poco tempo. Inoltre i velivoli ad elica imbarcati erano fragili con seri limiti all’operatività notturna e in caso di tempo avverso, e non potevano trasportare armi abbastanza potenti per affondare una corazzata. 

l’inferno di Guadalcanal

La battaglia di Guadalcanal dimostrò il perché le corazzate continuarono ad essere costruite fino alla fine della guerra. Per circa sei mesi dal primo sbarco fino al ritiro dei giapponesi, gli Stati Uniti mantennero la supremazia durante le ore diurne grazie all’aeroporto di Henderson Field. Tuttavia, dopo il tramonto, i giapponesi avevano la supremazia aerea in quanto si erano meglio addestrati ai combattimenti notturni già prima della guerra.

In sintesi, una portaerei della II guerra mondiale era un bersaglio molto grande e molto vulnerabile agli attacchi. Durante il giorno i suoi aerei erano in grado di dominare il mare o almeno di dare un adeguato preavviso per allontanarsi in fretta in caso di pericolo ma, al calar della notte o in caso di maltempo o in acque ristrette, le portaerei necessitavano della protezione ravvicinata delle navi da battaglia.

Gianluca Bertozzi

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Fonti
Kantai Kessen L’influenza della Dottrina della battaglia decisiva sul fallimento della strategia difensiva giapponese nella Guerra del Pacifico e sull’Operazione Ketsugō. Relatore Prof. Andrea Revelant – Correlatore Prof.ssa Sonia Favi Tesi di Francesco Rossi 
United States Navy Fleet problems and the development of carrier aviation, 1929-1933 a Thesis by Ryan David Wadle 
Replacing Battleships with Aircraft Carriers in the Pacific in World War II Thomas C.Hone
Building a Doctrine: U. S. Naval Tactics and Battle Plans in the Interwar Period Trent Hone
U.S. Navy Surface Battle Doctrine and Victory in the Pacific Trent Hone
The eclipse of the big gun: the warship 1906-1945. di Robert Gardiner e D.K. Brown
Dalle “Littorio” alle “Impero”, Navi da battaglia, studi e programmi navali in Italia nella seconda metà degli anni Trenta di Augusto De Toro
Fascisti sul mare di Fabio de Ninno
Cinquant’anni nella Marina militare di Romeo Bernotti

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1 commento

  1. stelvio chalvien stelvio chalvien
    17/10/2019    

    veramente interessante

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