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Le portaerei della seconda guerra mondiale: Marina imperiale giapponese di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: marina giapponese

La pianificazione dell’impiego delle forze e la dottrina operativa giapponese erano sostanzialmente speculari a quelle statunitensi, con ancora maggiore enfasi sul ruolo decisivo della nave da battaglia. Nella strategia giapponese, l’assenza della flotta americana nel Pacifico occidentale avrebbe permesso di occupare subito posizioni chiave con l’occupazione delle Filippine e delle isole americane nella zona centro occidentale del Pacifico. Lo scopo ultimo era di attirare il grosso della Flotta del Pacifico americana nella zona occupata.

USS Franklin fu gravemente danneggiata da un attacco aereo giapponese nel marzo del 1945, perdendo circa ottocento uomini dell’equipaggio e diventando così la più danneggiata portaerei americana che sopravvisse al conflitto.

Sapendo che gli Stati Uniti avrebbero cercato di riprendere le Filippine, era stato progettato di utilizzare le unità leggere della marina nipponica per condurre piccoli attacchi di logoramento contro la flotta statunitense e per attirarla in una zona degli scontri dove ad attenderla vi sarebbe stata il grosso della flotta e le navi corazzate. Il luogo del combattimento doveva necessariamente essere vicino al territorio nazionale giapponese, per ottenere il massimo vantaggio strategico possibile. Nei piani, la flotta statunitense, logorata e indebolita dai continui attacchi, avrebbe dovuto essere distrutta in un unico, grande scontro navale tra incrociatori da battaglia e corazzate.

I giapponesi avrebbero compensato l’inferiorità numerica grazie alla vicinanza alle proprie basi. In questo modo avrebbero ottenuto un vantaggio strategico decisivo che avrebbe loro assicurato la vittoria. Con la Flotta distrutta, sarebbe stato impossibile per gli Stati Uniti continuare il conflitto, e i giapponesi avrebbero ottenuto condizioni di pace vantaggiose. L’intera strategia della Kantai kessen (battaglia decisiva) doveva estendersi per un arco di tempo non superiore ai sei mesi per e chiudere le ostilità prima che la potenza industriale degli Stati Uniti cominciasse a pesare.

Se di base il piano poteva essere valido, i Giapponesi nel corso del tempo non rivisitarono o modificarono mai la strategia per adattarla alle innovazioni tecnologiche in campo navale ma al contrario tesero ad adattare quest’ultime alla dottrina stessa.

La convinzione del ruolo centrale della nave corazzata in una battaglia navale, dopo la vittoria di Tsushima, era diventata talmente radicata nella mentalità dei vertici della Marina imperiale giapponese che nella kantai kessen era previsto che a queste spettasse il compito di infliggere il colpo definitivo alle navi nemiche.

Tutte le altre unità, quali portaerei, sottomarini e cacciatorpediniere, dovevano fungere solo da mezzo di supporto nella fase di attrito volta a indebolire la flotta nemica per facilitare il compito alle navi corazzate. Prendendo come punto di riferimento una simile strategia, i giapponesi, nonostante avessero sviluppato un eccellente flotta di portaerei all’avanguardia per l’epoca, relegarono quest’ultime a semplice ruolo gregario fino a due settimane prima dello scoppio delle ostilità nel 1941.

Anche dopo l’inizio della guerra, le portaerei continueranno a essere per lo più usate in ruolo di supporto piuttosto che centrale-offensivo. Questo sarà uno dei motivi del disastro alle Isole Midway nel 1942, quando verranno inviate in avanscoperta per la fase di attrito completamente prive di protezione navale, poiché le corazzate e gli incrociatori saranno lasciate nelle retrovie in attesa di sferrare il colpo decisivo alle navi statunitensi.

La kantai kessen influì anche sullo scorretto uso dei sommergibili a lungo raggio della Marina imperiale, mezzi che avevano raggiunto ottimi livelli di efficienza e autonomia di navigazione. Secondo la dottrina della kantai kessen, i sottomarini dovevano essere utilizzati per intercettare e attaccare le navi che entravano si addentravano nel perimetro della battaglia finale Questa strategia non verrà mai rivista malgrado le linee di rifornimento americane attraverso il Pacifico fossero lunghissime e vulnerabili.

Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la portaerei Akagi era (insieme alla Kaga) la più formidabile portaerei nipponica con  ben 92 aerei pronti e costituiva una forza d’urto nettamente superiore alle classi Enterprise e Lexington americane. Inoltre, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, grazie all’esperienza di cinque anni di combattimenti in Cina, il gruppo aereo dell’Akagi era il migliore del mondo, come dimostrò brillantemente durante l’attacco di Pearl Harbor e nelle altre azioni in cui fu impegnato. L’ammiraglio Yamamoto aveva coniato per lei il motto “Akagi l’inaffondabile” ma durante la battaglia di Midway due bombe sganciate dai Dauntless provocarono una serie di esplosioni sul ponte di volo e dei siluri nel ponte inferiore trasformandola in pochi minuti in un tizzone ardente. 

Dal punto di vista dell’impiego delle portaerei la dottrina giapponese era similare a quella americana ma nel 1941 aveva alcuni punti di forza che la resero più efficace di quella americana nei seguenti punti:
– l’inferiorità numerica delle unità maggiori spinse la Marina a cercare di attirare la flotta americana il più vicino possibile alle proprie basi. In quelle basi dovevano essere dislocati plurimotori d’attacco antinave, col massimo raggio d’azione possibile per appoggiare le forze navali. Nel 1941/42 questi reparti dotati di bombardieri siluranti bimotori G3m e G4m si dimostrarono una sgradita sorpresa con il loro capacità di portare attacchi dove non era previsto che potesse sussistere una minaccia aerea;

IJN A6M3 Zero fu un caccia estremamente efficace

– le operazioni in Cina avevano permesso di maturare un’ineguagliabile esperienza operativa reale dato che le portaerei avevano operato a lungo attaccando bersagli costieri, appoggiando sbarchi e sostenendo intensi combattimenti aerei, Ciò aveva consentito di elevare  le capacità operative del già selezionatissimo e molto capace personale di volo;

– fino al 1941 le portarei giapponesi come quelle statunitensi avevano operato singolarmente o a coppie ma quell’anno le sei portaerei maggiori e le quattro corazzate veloci classe Kongo vennero riunite in un’unica task force, il Kudo Butai. Questa concentrazione di forze si rivelò sinergica e aumentò esponenzialmente la potenza delle singole componenti. La disponibilità di tanti aerei e ponti di volo permetteva sistematiche missioni di ricognizione, manteneva sempre disponibile sia una consistente massa di aerei d’attacco per attaccare immediatamente i bersagli scoperti dai ricognitori sia un numero di caccia tale da poter garantire la costante presenza di pattuglie di caccia in volo sulla task force incrementandone le capacità di difesa.

In sintesi, la presenza delle corazzate veloci dava quindi sicurezza a tutta la formazione garantendo una valida difesa contro attacchi di unità di superficie anche pesanti e, secondariamente, aumentando di non poco il volume di fuoco antiaereo della formazione. Questo permetteva di operare con maggiore libertà anche in zone in cui era possibile incontrare consistenti formazioni di unità di superficie nemiche. Formazioni che costituivano un pericolo grave per le portaerei specie di notte o in presenza di condizioni meteo cose che impedivano il decollo degli aerei, condizioni tutt’altro che rare.

Gianluca Bertozzi

      

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