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La flotta e gli arsenali della Marina veneziana di Gianluca Bertozzi

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livello medio
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: V – XVIII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Marina veneta
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La storia della Repubblica Serenissima fonda le proprie radici nelle acque adriatiche. Sorta nella laguna dalle genti romane e venete in fuga dall’invasione unna del V secolo, esattamente nel 451 d.C., Venezia divenne nel tempo l’estrema propaggine nord-occidentale dell’Impero romano d’oriente.

Venezia, seppur fra gli ultimi insediamenti ad essere eretta su quelle isole custodite e protette dalla barriera naturale delle acque lagunari, sin dall’origine ebbe nel commercio marittimo la propria vocazione. Negli anni il Ducato crebbe in prestigio economico, grazie ai commerci marittimi e fluviali, e religiosi, grazie allo spostamento della sede patriarcale da Grado a Venezia nel XI secolo ed alla conservazione delle spoglie di San Marco Evangelista, trafugate nel IX secolo ad Alessandria.

Palazzo Ducale, Venezia

Nei secoli Venezia, tra vittorie strepitose ma anche sconfitte cocenti, seppe far sua l’Istria, la Dalmazia e ad affacciarsi prepotentemente nell’Egeo, divenendo la regina del mare Adriatico e facendo di quest’ultimo il suo golfo, ganglio vitale delle rotte commerciali che da oriente rifornivano di merci pregiate – su tutte le spezie – l’Europa.  Rotte che, partendo dai porti mediorientali, attraversando le isole egee e ioniche, passando per quelle dalmate e giungendo, infine, nella laguna veneta, ripartivano per via fluviale e terrestre per giungere alle fiere del nord e dell’occidente europeo. Ovviamente la protezione di questo commercio e la difesa delle basi da cui esso si irradiava dipendeva dalla disponibilità di forze militari, in particolare navali, rilevanti e efficienti e numericamente adeguate al contrasto delle minacce esistenti. Finché le flotte furono composte in parte rilevante da unità civili militarizzate e i rivali mantennero dimensioni paragonabili allo stato veneziano (Genova e le altre repubbliche marinare per esempio) il problema fu gestibile ma divenne molto più grave con lo sviluppo della potenza navale degli stati nazionali europei e soprattutto ottomana.

La flotta turca nel XVI secolo poteva schierare oltre 200 galere in tempo di guerra e molte unità minori e nel XVIII secolo oltre a una trentina di galere disponeva di una trentina di vascelli. Forza che poteva essere rapidamente portata a oltre 60 unità di linea qualora ad essa si unisse la flotta egiziana e quella delle reggenze barbaresche. Questa era una forza che avrebbe annichilito la flotta che la Serenissima poteva mantenere in servizio attivo in tempo di pace. Questa minaccia impose ad un piccolo stato di dimensione regionale ma ancora con evidenti tratti di città stato oligarchica (il rapporto tra la capitale e i centri della terra ferma fu sempre improntato a una netta separazione tra le due componenti e il potere e l’amministrazione dello stato rimasero sempre nelle mani dei patrizi e dei cittadini originari di Venezia), il che impediva il pieno sfruttamento delle pur limitate risorse disponibili, di puntare su un organizzazione in cui convivessero una piccola marina permanente, per la repressione della pirateria e della corsa e la scorta alla navigazione mercantile, e numerose unità navali in condizione di essere armate in poco tempo. Questo permetteva di mettere in campo uno strumento navale di dimensioni rispettabili in caso di bisogno ma che non gravasse troppo sulle limitate capacità finanziarie dello stato.

Arsenale di Venezia, XV secolo

L’Arsenale, l’Arzanà de Viniziani
La base di tutta la struttura era l’arsenale, un immenso complesso di scali magazzini officine depositi in cui una parte delle unità navali venivano completate per i bisogni correnti ma la maggioranza arrivate più o meno ai tre quarti del completamento venivano conservate incomplete in appositi scali coperti conservando però accanto ad asse i materiali e le dotazioni per completarle in un tempo non superiore ai tre mesi in modo che potessero riunirsi alla flotta in tempo utile. Il tempo di conservazione poteva essere di vari decenni perché si stimava che un anno sullo scalo equivalesse a 5 in mare e che quindi una nave che fosse rimasta sullo scalo per una ventina d’anni potesse fornire almeno 16 anni di servizio operativo.

Il sistema, sebbene apparentemente logico, però presentava forti criticità nell’applicazione concreta e l’investimento di notevoli somme e di una oculata amministrazione finanziaria e tecnica. Quando queste vennero meno nel XVIII l’arsenale cadde in condizioni critiche. Per funzionare tale organizzazione l’arsenale avrebbe dovuto avere complete dotazioni sempre rinnovate dei materiali di costruzione e armamento necessari cosa che raramente avveniva, o per i tagli al bilancio che bene e spesso venivano inflitti o per furti e altre attività illecite che le fonti coeve spesso lamentano, e se si fosse presentata un emergenza la necessità di reintegrarle avrebbe rallentato i lavori. In pratica, sembra che l’unica riserva sempre a numero fosse quella delle artiglierie, anche se negli ultimi decenni spesso ormai inadeguate. Anche dal punto di vista del personale c’erano gravi problemi: la struttura, per funzionare correttamente, avrebbe dovuto disporre di 3000 esperti artigiani in tempo di pace e di 5000 in tempo di guerra ma i ripetuti tagli al bilancio nel XVIII secolo avevano ridotto la forza lavoro permanente a circa 1800 artigiani, i cosiddetti arsenalotti.

arsenalotto di Venezia

Cosa che unita alla necessità di procurarsi i materiali necessari avrebbe aumentato a dismisura i tempi di completamento delle unità di riserva in tempo di crisi. La difficoltà a reperire manodopera qualificata in tempi brevi, portò a stimare che per mettere effettivamente in linea tutte le unità sugli scali occorressero in realtà quattro anni. Altra problematica era la necessità di eliminare gli scafi non completati ed i relativi materiali accantonati. In caso di innovazioni tecnologiche tali da non poter essere applicate alle unità in riserva si sarebbe rischiato di far entrare in servizio unità nuove ma obsolete. Quando questo avvenne nella seconda metà del XVIII secolo, ovvero quando si generalizzò la costruzione a doppia murata che permetteva di costruire unità ben più robuste e meglio armate. Questo non accadde e alla caduta della Repubblica  di fronte a dieci unità costruite a murata doppia e quindi adeguate ai tempi, esistevano ancora undici unità ad ordinata singola ormai obsolete il che quasi dimezzava il valore della riserva. Lo stesso avveniva per la flotta operativa che su dieci unita ne vedeva solo due ad ordinata doppia.

galera veneziana

Le navi
La composizione delle componenti variava a seconda dei periodi e dell’evoluzione della dottrina tattica. Le navi militari si differenziavano da quelle da carico principalmente per l’armamento imbarcato e per le forme di carena più slanciate. Nel periodo considerato, le unità da guerra della Serenissima appartenevano a due tipologie principali: quelle propulse a remi (dotate di velatura triangolare ausiliaria) e quelle a vela.

Il vascello veneziano in una riproduzione d’epoca

Alla prima categoria apparteneva la “Galera” (o “Galea”), discendente dal “Dromone” bizantino e quindi dalle assai più antiche poliremi romane e greche. Tale tipo di unità comprendeva poi sotto-tipi diversi, a seconda della funzione e delle dimensioni: la “Galera bastarda” o Generalizia era la più grande ed era destinata a fungere quale unità di bandiera del Capitano Generale da mar, ovvero del comandante in capo della flotta. Le “Galere capitane” erano invece le navi dei comandanti in subordine (Capi da mar) La galea sottile o da sopracomito era la tipica galea da guerra. A partire poi dalla prima metà del XVI secolo comparve la “Galeazza”, più grande e dotata di un maggior numero di armi da fuoco. Del secondo tipo era invece la nave a vele quadre: sostanzialmente la “Cocca” e la “Nave” (dal XV secolo) e più tardi il “Vascello”.

Le navi a vela quadra veneziane (incluse quelle di maggiori dimensioni) furono sempre caratterizzate da un pescaggio molto limitato in modo da renderle compatibili con i bassi fondali della laguna. Inizialmente le unità a vele quadre erano mercantili noleggiati o acquistati in città o addirittura in Olanda e in Gran Bretagna, che venivano eventualmente armati a seconda dell’esigenza. In epoca successiva tali navi iniziarono ad essere costruite a Venezia. Sempre maggiore fu infatti importanza nell’ambito della flotta di queste unità, sin dagli inizi del XVII secolo.

disegno di galeotta, autore Steffano de Zuanne de Michiel, una barca fra i venti e i trenta metri di lunghezza navigante a remi e vela con equipaggio ridotto fra i 16 e i 40 vogatori più i marinai.  da L’architettura navale, Venezia 1686

Nel 1660 il Senato della città autorizzò la trasformazione in vascelli di alcuni scali per la costruzione di galee, e nel 1667 entrò in servizio il primo Vascello impostato in Arsenale come tale.

Le galere e unità similari costituivano l'”Armata a remi”, altrimenti detta “Armata sottile” a causa dell’elevato rapporto di finezza di quegli scafi (in genere 1 a 8). Tale forza navale è la più antica e fu la prima a far parte della Marina Veneta. Viceversa i reparti delle navi a vele quadre cominciarono ad essere organizzati come unità tattiche a partire dalla seconda metà del XV secolo, andando a costituire la cosiddetta “Armata Grossa”.

Arsenale di Venezia, XVIII secolo, Maffioletti

Se le navi a propulsione remica e quelle a vela fino al rango di fregata leggera furono sempre adeguate tecnologicamente la situazione era diversa per le unità di primo e secondo rango. Il fatto che l’arsenale di Venezia si trovasse in una laguna caratterizzata da bassi fondali impose una lunga procedura a tappe per l’armamento delle unità maggiori. Queste venivano varate e parzialmente allestite in arsenale poi rimorchiate in un ancoraggio fuori dalla laguna dove venivano completate. Una procedura che rallentava i tempi di allestimento e che risultò molto pericolosa senza un controllo assicurato dell’alto adriatico (come scoprirono a loro spese i Francesi durante le guerre napoleoniche). Inoltre imponeva di poter costruire solo vascelli a due ponti non particolarmente grandi, scartando i vascelli a tre ponti e i due ponti più grandi riducendo la loro potenza offensiva e la loro autonomia. Erano inoltre obbligatorie forme di scafo che se limitavano il pescaggio limitavano pure la velocità esprimibile dalle unità. Tuttavia l’assenza di unità a tre ponti non era un handicap gravissimo (anche se la marina turca ne armava) perché tali costruzioni erano ben poco diffuse e la maggior parte dei vascelli stranieri appartenevano al cosiddetto terzo rango da 74 cannoni di cui i vascelli di primo rango veneziani erano una versione ridotta. L’autonomia, per una marina mediterranea come quella veneziana, era comunque calcolabile in mesi, ed era un fattore meno rilevante che per le marine oceaniche.

Canaletto, ingresso dell’arsenale, 1732

La cantieristica militare veneziana ebbe un punto di debolezza notevole nel voler continuare a costruire navi ad ordinata singola, o unica, fin verso il 1775, quando Olanda, Francia e Gran Bretagna adottarono (a fine ‘600) l’ordinata doppia, seguite nel primissimo ‘700 da Spagna (che già le impiegava occasionalmente anche nel ‘600), Portogallo e potenze baltiche (Russia, Danimarca-Norvegia e Svezia).

L’ordinata singola rimase normale, però, in Italia, a Malta e nell’impero Ottomano fino circa alla metà del ‘700; quindi Venezia fu in ritardo notevole verso le grandi potenze nord-europee, ma un ritardo che fu relativo con i suoi vicini più prossimi. Certamente le unità veneziana ad ordinata singola del ‘700 erano costruite in maniera differente da quelle di metà ‘600. Per esempio le ordinate del vascello Giove fulminante del 1667 erano spesse 8 dita veneziane (circa 17 cm), mentre quelle del Leon trionfante (varato nel 1718) erano spesse 12 dita veneziane (circa 26 cm, contro i 34 cm minimi per un vascello di metà ‘700 con ordinate doppie, però le unità maggiori con ordinate doppie maggiori arrivarono ad 80 cm di larghezza o poco più) e dotato di abbondanti costolature di rinforzo fino alla linea di galleggiamento.

struttura del Leon trionfante (varato nel 1718)

Le ordinate doppie, oltre a rendere più resistente e rigido lo scafo, permettendogli di resistere meglio alle intemperie, fungevano da “corazza” contro i proiettili d’artiglieria e permettevano di resistere meglio alla concussione delle artiglierie permettendo l’imbarco di armi di calibro maggiore. In compenso lo scafo delle unità varate dall’arsenale era piuttosto moderno, o quantomeno molto idrodinamico malgrado il basso pescaggio; con forme a goccia dopo il Leon trionfante.

Dopo il 1736 il costruttore Marco Nobili introdusse metodi “geometrici” e “scientifici” nella progettazione degli scafi, anche se ancora decisamente imperfetti, tanto che la classe San Carlo Borromeo risultò insicura, con frequenti perdite del timone con mare mosso. La capoclasse scomparve in mare in un fortunale con tutto l’equipaggio e si dovette riprogettarla per estremizzare meno le forme dello scafo. Inoltre i vascelli, costruiti con esasperante lentezza, per poterne disporre sempre diversi quasi ultimati, venivano ad essere varati con chiglie vecchie di 10, 20 o anche 30 anni, su disegni costruttivi e progetti che erano spesso una rielaborazione di quanto fatto a inizio ‘700, impedendo un ricambio tipologico e tecnologico che, verso la fine del secolo, si era fatto decisamente necessario.

I cannoni del XVI secolo possedevano canne molto lunghe e diametri proporzionalmente inferiori, come si può vedere nella fotografia di uno dei cannoni recuperati nel relitto della Caracca da battaglia inglese d’epoca Tudor, la Mary Rose.

L’armamento rimase un problema e un limite grave per la flotta veneziana, appena avvertibile nel primo ‘700, alla fine della repubblica. Dalla fine del XVII secolo non furono più varati vascelli di 1° e 2° rango (intesi alla veneta) con armamento del ponte di batteria di venti libbre veneziane (paragonabili a tredici libbre britanniche, essendo la libbra veneziana 301 grammi mentre quella britannica circa 453 grammi) mentre nel corso del XVIII secolo anche quelli da trenta libbre veneziane (paragonabili alle diciannove libbre britanniche) caddero in disuso nel I° ponte di batteria (detto “corridoio” nella marineria veneta) dei principali vascelli di linea, ma rimasero di uso comune sui vascelli di 3° rango e sulle fregate grosse.

cannone britannico tipo Blomefield da 12 libbre della fine del XVIII-inizio XIX secolo

Diventarono standard invece, i cannoni lunghi da quaranta libbre (circa ventisei libbre britanniche, paragonabili grosso modo ai cannoni da ventiquattro libbre francesi). Non furono però adottati (eccetto che a livello teorico per i mai varati vascelli “classe 1780“), con una solo eccezione, i cannoni da cinquanta libbre veneziane (inferiori ai cannoni da trentasei libbre francesi, erano però di poco superiori ai trentadue libbre britannici). 

cannone veneziano lungo da 40 libbre

I vascelli da 70-74 cannoni della fine del XVIII possedevano pezzi da 32-36 libbre sul primo ponte di batteria, mentre i vascelli da 80 cannoni oltre ai 36 libbre francesi di 489,5 grammi sul primo ponte, portavano i ventiquattro libbre sul secondo. Si trattava cioè di pezzi d’artiglieria molto potenti e incomparabili con i quaranta libbre veneziani, oltretutto i vascelli veneziani portavano pezzi da venti libbre veneziane (grossomodo tredici libbre britanniche) sul secondo ponte, quando andava generalizzandosi l’uso di pezzi da diciotto libbre anche sui secondi ponti dei vascelli più leggeri.

fregata grossa veneziana classe fama, XVIII secolo

I vascelli veneziani di I Rango classi Leon Trionfante e San Carlo e le Fregate grosse classe Fama erano già più piccoli di quelli di questi rivali ed armati con cannoni paragonabili a quelli che venivano montati sulla tipologia dei vascelli francesi di IV rango i “64 cannoni” armati con pezzi da 24 libbre grosse sul primo ponte di batteria. I francesi vararono 61 esemplari di questo genere di navi tra il 1735 e il 1779, giudicandoli però sempre meno adatti al combattimento di linea, e considerandoli obsoleti dagli anni ’70.

Viceversa i migliori vascelli veneziani del tardo ‘700 erano proprio i classe Fama da 66 cannoni ad essi sovrapponibili, mentre i “classe 1780”, erano paragonabili ai Princessa spagnoli del 1730, più che ai 74 cannoni più moderni (come i classe Sannita della marina napoletana), ed anzi i francesi giudicarono queste unità inadatte ai loro pezzi da trentasei libbre, riducendosi ad armare con i più leggeri cannoni da ventiquattro libbre l’unica unità da essi completata.

– continua

Gianluca Bertozzi

 

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FONTI
– Le artiglierie della Marina veneta nel XVI secolo dell’ammiraglio Marco Santarini
– Storia della Marina veneziana. Da Lepanto alla caduta della Repubblica 1571-1797 di Mario Nani Mocenigo
– La progettazione navale a Venezia tra tradizione e rinnovamento intorno alla metà del Settecento di Alberto Secco
– L’organizzazione economica dell’Arsenale di Venezia nella prima metà del Seicento». Di Marcello Forsellini
– Vascelli e fregate della Serenissima – Navi di linea della marina veneziana 1652 – 1797 di Guido Ercole
– Lo sviluppo dell’Armata grossa nell’emergenza della guerra marittima. di Guido Candiani
– L’evoluzione della flotta veneziana durante la prima guerra di Morea di Guido Candiani
– I vascelli della Serenissima. Guerra, politica e costruzioni navali a Venezia in età moderna, 1650-1720 di Guido Candiani
– Stato, guerra e finanza nella Repubblica di Venezia fra medioevo e prima età moderna di Luciano Pezzolo
– L’Arsenale di Venezia Dall’Officina delle Meraviglie all’industria navale in ferro di Federica Colussi
– Wikipedia voce armata grossa
– Bella Italia, Militari, Eserciti e Marine nell’Italia pre-napoleonica (1748-1792) di Ilari V. – Paoletti C. Crociani P

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