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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Il problema petrolifero italiano parte I di Gianluca Bertozzi

livello elementare
.
ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: na
parole chiave: petrolio, Italia
.

Petrolio, oro nero, fonte energetica fondamentale per la sopravvivenza dei Paesi industrializzati. Quale fu la politica energetica italiana dopo la I guerra mondiale? Questa politica e le necessità che ne derivarono influenzarono le azioni del Regno d’Italia e del nascente fascismo? Quale fu il ruolo dell’AGIP? A queste domande Gianluca Bertozzi risponde con un suo interessante saggio suddiviso in tre parti distinte, come sempre per capire il passato e prevedere il futuro.

Nel 1905 venne fondata da Luigi Scotti, a Fornovo Taro, sull’Appennino Parmense, la SPI Società Petrolifera Italiana, che iniziò la sua attività con la miniera di Vallezza


Raffinerie e rifornimenti 

Alla fine della prima guerra mondiale le capacità di raffinazione del greggio dell’Italia si limitavano a tre piccole raffinerie: della Spdi (società petroli d’Italia) a Fiorenzuola d’Arda, della Spi (Società Petrolifera Italiana della americana Standard Oil oggi ESSO) a Fornovo Taro, e delle Terme di Salsomaggiore, poi chiusa. A queste si aggiunsero nel 1918 due raffinerie ex austro-ungariche, quella di Trieste e quella di Fiume, ciascuna con una capacità annua di circa 30 mila t/anno. La raffineria di Fiume era sorta nel 1882, quella di Trieste nel 1891. Entrambe avevano lavorato greggio russo, poi quello galiziano. Col loro passaggio all’Italia e la chiusura delle loro fonti di approvvigionamento (a causa del trasferimento alla Polonia dei pozzi austriaci della Galizia) e con la nazionalizzazione dei giacimenti russi ad opera del governo sovietico, si posero dei grossi problemi di rifornimento.

La raffineria di Fiume, di proprietà della compagnia petrolifera Neederlandsche Petroleum Maatschappij Photogen di Amsterdam, operava la distillazione frazionata del greggio, la distillazione del residuo fino al coke, una fabbrica di paraffina, un impianto per la raffinazione dei lubrificanti, altri impianti minori e serbatoi. Interruppe le lavorazioni, e le vicissitudini politiche di Fiume la tennero praticamente inattiva fino all’annessione della città all’Italia (1924). I proprietari olandesi (Photogen) chiesero l’intervento dello Stato italiano e nell’aprile 1922 il Ministero delle finanze si accordò con la Photogen per costituire la Raffineria Oli Minerali S.A. (ROMSA), senza una precisa volontà di metter piede nell’industria petrolifera, ma piuttosto per aiutare la città di Fiume, allora in piena crisi economica, il primo intervento pubblico diretto in tale industria.

Il Governo avrebbe potuto rilevare anche la Raffineria Triestina Oli Minerali, di proprietà della SIAP (Società Italo Americana per il petrolio sempre della Standard Oil), tra le più importanti dell’ex Impero austro-ungarico, ma la raffineria fu costretta a fungere da deposito costiero fino a tutto il 1923, quando la SIAP ne prese il controllo e la rimise in funzione.

Nel campo della raffinazione, i decreti emanati dal Governo Mussolini per incrementare le capacità di raffinazione in Italia imponendo pesanti dazi all’importazione di prodotti raffinati ed enormi facilitazioni agli industriali che si fossero impegnati nella costruzione di nuove raffinerie basate sul cracking, con partecipazione diretta dello Stato alle spese sostenute, scatenarono una valanga di domande che si concretizzarono in alcune importanti iniziative:

– la ROMSA montò il primo impianto di cracking in Italia nella raffineria di Fiume, che venne ampliata fino a 100 mila t/anno;
– tra il 1927 e il 1929 vennero stipulati contratti con la S.A. Benzina Italiana (Benit della Socony Vacuum americana oggi è la MOBIL), la Società Industrie Italiane del Petrolio (lnpet della SHELL anglo olandese) e la S.A. Distillazione Italiana Combustibili (DICSA), in forza delle quali vennero costruite le raffinerie di Napoli, La Spezia e ampliata e convertita Porto Marghera, già della DICSA, fondata nel febbraio 1926 dal gruppo Volpi per trattare scisti bituminosi e ligniti.

Che le convenzioni firmate fossero una vera e propria truffa ai danni dello Stato è dimostrato dal fatto che la Benit, emanazione della Società Impianti Provviste Oli Minerali (Sipom) di Napoli, cedette nel 1928 la raffineria alla Petrofina, mantenendo gli impianti di supporto. Mentre la Inpet, creata dalla società Nafta, succursale italiana della Royal Shell, sfruttò con ripetuti aumenti di capitale i contributi a fondo perduto dello Stato. Anche la Dicsa, indirettamente di proprietà del Ministro delle Finanze Volpi, trasse un largo profitto dalla cessione nel 1934 della raffineria di Porto Marghera all’Agip, che iniziò lavori di ampliamento e trasformazione per lavorare nel 1938 310 mila t. di greggio e residui, a fronte di 87 mila nel 1933.

La costruzione degli impianti di cracking servì ad aumentare rapidamente la produzione interna di benzina, che salì da 30 mila t. nel 1930 a 130 mila nel 1931, a 145 mila nel 1932 e a 155 mila nel 1933, quando le 5 grandi raffinerie ed i piccoli impianti della Spdi a Fiorenzuola d’Arda, della Spi a Fornovo Taro, e delle Terme di Salsomaggiore, lavoravano in complesso 500 mila t. di greggio e residui, ottenendone oltre 440 mila di prodotti finiti, il 23% del consumo nazionale il resto veniva importato ditrettamente dall’estero compresa la benzina avio. Lo scandalo, ormai a conoscenza di tutti, portò il 16 agosto 1934 all’emanazione di una nuova legge, che considerava gli impianti delle raffinerie come ubicati fuori della linea doganale, cosicché il dazio colpiva i prodotti finiti, e non più il greggio, ponendo fine alle speculazioni di cui avevano beneficiato maggiormente la Shell e la Petrofina che avevano produzioni proprie.

Alllo scopo di ridurre la dipendenza dall’estero per i prodotti finiti e per permettere all’AGIP di produrre abbastanza da coprire il mercato interno e calmierare i prezzi era necessario costruire nuovi impianti capaci anche di produrre prodotti pregiati quali la benzina avio.

Due nuove raffinerie vennero costruite a Bari e Livorno dopo aver acquisito da Germania e Stati uniti i più avanzati brevetti per l’idrogenazione di materie prime liquide e solide per sfruttare il successo ottenuto dall’ AIPA con le sue ricerche in Albania nel bacino del Devoli, dove il petrolio, un greggio pesante a base asfaltica, veniva convogliato con un oleodotto di 74 km. ai serbatoi di Krionero (Valona), dove le navi cisterna potevano caricarlo. A seguito di studi effettuati negli Stati Uniti, fu deciso che il processo più adatto alla sua lavorazione fu l’idrogenazione.

impianto lignite di Valdarno

Nel 1935 il Governo stanziò 70 milioni perché l’Aipa costruisse una raffineria a Bari, ma la Montecatini era interessata allo sfruttamento dei giacimenti di lignite del Valdarno e, data l’affinità di trattamento dei greggi asfaltici e della lignite, propose la costruzione di un’altra raffineria a Livorno in partecipazione con le aziende di Stato. Il Governo decise per la collaborazione e Il 17 febbraio 1936 venne costituita a Roma l’Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili (ANIC), con capitale iniziale di L. 500 mila, sottoscritto per metà dalla Montecatini e per metà, pariteticamente, da Agip ed Aipa. Le raffinerie di Bari e Livorno furono costruite ed entrarono in funzione nel 1938.

Il ministro delle comunicazioni Benni visita, con un folto gruppo di autorità e gerarchi, un impianto dello stabilimento dell’ANIC di Livorno

Quella di Bari fu dotata d’impianti di distillazione primaria, di stabilizzazione, di cracking, di raffinazione chimica ed idrogenazione, e raggiunse nel 1940 una capacità annua di 300 mila tonnellate/anno. La raffineria di Livorno fu attrezzata anche per la produzione di oli lubrificanti: lavorò piccoli quantitativi di oli albanesi, preferendo quelli messicani, austriaci, ungheresi e rumeni. Nel 1940 la sua capacità annua era di 360 mila tonnellate. La raffineria di Livorno fu la prima in Italia a produrre direttamente gas liquefatti, mentre l’impianto di Marghera cedeva alla Liquigas i suoi gas di piroscissione perché ne estraesse le frazioni liquefacibili. Tutta la produzione dell’Anic, esclusi appunto i gas, veniva ceduta all’Agip per la distribuzione

Dopo l’emissione della nuova legge che regolarizzava il mercato della raffinazione, sopravissero o vennero fondate alcune piccole industrie private quali la S.A. Permanente Olio (Permolio) di Milano, con tre piccoli stabilimenti a Milano Roma e Genova,Quest ultimo collegato al deposito di Genova-Fegino, e da questo al porto, con tre diversi oleodotti, per il greggio, l’olio combustibile, le benzine di origine russa. La Permolio firmò anche un contratto con la raffineria di Fiorenzuola d’Arda della SPDI, essendosi praticamente esauriti i giacimenti locali che la alimentavano, per raffinare petrolio russo, raggiungendo nel 1940 la capacità complessiva di 140 mila t/anno.

Anche lo stabilimento di Napoli della Benit (Sipom-Petrofina) e quello di La Spezia della Inpet (Nafta-Shell) non tardarono a trasformarsi in raffinerie a ciclo completo. Nel 1934 la Socony Vacuum Oil Co. Inc. (sorta dalla fusione della Standard N.J. e della Vacuum Oil Co.) assorbì la Sipom e la sua controllata Benit. La Socony costituì nel 1935 la S.A. Raffineria di Napoli, il cui stabilimento fu avviato nel 1937 e nel 1940 la sua capacità annua aveva raggiunto le 220 mila t/anno.

Alla Inpet di La Spezia venne aggiunto un impianto di distillazione, che l’inserì tra le maggiori raffinerie italiane, con una capacità annua di 300 mila t/anno. Infine, fu avviata a Trieste nel 1937 la raffineria a ciclo completo della Società Tecnico-Industriale Aquila, sorta per iniziativa di un gruppo triestino che deteneva inizialmente il 45 % del capitale, e del Gruppo Zuccherifici di Padova (40%) e della Fiat (15%), che nel 1939 aumentarono la loro quota al 95%,. Lo stabilimento destinava metà del prodotto all’esportazione, trattando greggi americani. Nel 1940 la sua capacità annua era di 300 mila tonnellate. La capacità totale di lavorazione delle raffinerie italiane, che era stata di 530 mila t/anno nel 1933, passò così a 2,3 milioni nel 1940 arrivando a entro il 1943 a 2 milioni 810000 tonnellate annue.

Una capacità in linea con i fabbisogni italiani stimati a 2,5 milioni di tonnellate annue in tempo di pace e a 3,1 milioni in tempo di guerra ( le cifre di 6/8 milioni di tonnellate che a volte si leggono erano basate su errate valutazioni che presupponevano che tutti i motori a scoppio in Italia e colonie lavorassero tutti i giorni ininterrottamente cosa ovviamente non possibile).

Le Ditte straniere provvedevano a rifornire i propri stabilimenti con greggio da loro estratto L’AGIP ,nel tentativo di rifornire le proprie raffinerie con una serie di operazioni all’estero, riuscì ad assicurarsi per il 1940 i seguenti contratti di fornitura che comprendevano la produzione albanese (che si sperava di portare a 300000 tonnellate annue per il 1940) 350000 tonnellate di greggio rumeno 350000 di greggio irakeno e 450000 di greggio messicano.

presidente messicano Cardenas del Rio

In Messico il presidente Cardenas del Rio, a seguito di dure vertenze sindacali tra i lavoratori messicani e le ditte straniere nel 1938 decise la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere. Gli interessi più colpiti furono quelli della Shell, che attraverso la Mexican Eagle controllava i due terzi della produzione messicana. Le compagnie non cedettero, temendo che il Messico diventasse un esempio di facile imitazione. Organizzarono un embargo contro le esportazioni messicane, col sostegno dell’Inghilterra. Il Messico ruppe le relazioni diplomatiche con Londra e le potenze dell’Asse corsero ad occuparne il vuoto. La Germania divenne il primo cliente del Messico. Il Giappone progettò un oleodotto dai pozzi al Pacifico mentre, dal 1939, il Messico diventò il principale fornitore dell’AGIP che con intelligenti contratti di baratto merci italiane (prodotti tessili e navi in primo luogo) contro petrolio messicano; in pratica l’Italia si assicurò il 25% delle esportazioni messicane e un nuovo mercato per l’industria italiana.

L’entrata in guerra travolse questo lavoro fin dai primi mesi di guerra, si ebbe già una drastica rarefazione dei prodotti petroliferi, perché le raffinerie italiane, dipendenti dal greggio importato, cessarono di lavorare, ad eccezione dei piccoli stabilimenti emiliani che trattavano l’olio di loro produzione e le scorte disponibili assicuravano circa un anno di autonomia. Si tentò di ovviare almeno parzialmente al problema attraverso una serie di accordi fin dal 1940 con i pochi fornitori ancora raggiungibili e con la Germania

Alla Romania si richiese la fornitura mensile di 100.000 tonnellate di prodotti petroliferi che venne tagliata dalla Germania a 60000 t (un ulteriore grosso problema era che via terra per ferrovia e via fluviale sul Danubio non potevano essere importati più di 40/45000t mensili. Di contro il non amichevole atteggiamento greco impediva il passaggio di navi cisterna verso il Mar Nero; cosa non molto conosciuta che costituì un elemento non del tutto secondario per la decisione di attaccarla. Le cose non capitano a caso. La Germania si impegnò a fornire mensilmente 9000t di benzina avio, 18000t di nafta e 18000t di olio combustibile; unendo a queste importazioni le 240000t ottenibili da petrolio albanese e italiano si arrivava a circa 1,5 milioni di tonnellate annue di prodotti petroliferi.

operazione Barbarossa

Nel 1940 si intrapresero trattative con l’URSS da cui si sperava di ottenere almeno altre 250000t annue di nafta dal 1941, trattative che stavano per concretizzarsi quando l’invasione tedesca dell’Unione sovietica, l’operazione Barbarossa, inaridì questa fonte. Si pensava così di potere disporre di 1.750.000 di prodotti petroliferi che uniti alle circa 460.000 tonnellate di carburanti autarchici che si sperava di riuscire a produrre annualmente saldavano quasi il fabbisogno di pace.

Tuttavia la realtà fu ben diversa.
Le forniture rumene mediamente si assestarono sulle 50000 t mensili e pure quelle tedesche furono inferiori a quanto promesso; le forniture sovietiche mancarono e, anche con occasionali forniture di prodotti petroliferi da Francia, Ungheria e Slovacchia, non si andò oltre a una disponibilità annua di 1,1 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi.

Questa fu la vera palla al piede dell’economia e delle forze armate italiane, il dover combattere una guerra con la metà o un terzo dei carburanti necessari. Un fattore che limitava la produzione industriale, l’addestramento dei reparti e la loro operatività. L’aver deciso di entrare in guerra a queste condizioni costituì una delle maggiori responsabilità per chi prese certe decisioni.

Gianluca Bertozzi

FONTI
Pionieri Eni
Donde viene e donde va il petrolio di Eliana Passanega
Come perdere la guerra e vincere la pace di Vera Zamagni
Gli scienziati del duce il CNR di fronte all’autarchia di Roberto Maiocchi

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