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NO PLASTIC AT SEA

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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Il tiro navale nella Regia Marina di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: Mar Mediterraneo
parole chiave: artiglieria navale, tiro

 

Un argomento particolare, una chicca per gli studiosi di storia navale. Come sapete  il tiro navale differisce (o meglio, ha differito fino ai giorni nostri) da quello terrestre se non altro perchè i due soggetti, la nave che spara e il bersaglio, sono in movimento. Senza entrare nei particolari, torniamo al tiro navale che assume aspetti diversi a seconda che il bersaglio in movimento si trovi sullo stesso piano della nave che spara o sia fermo, come nel tiro contro costa, o sia in movimento su un piano diverso da quello della nave (aereo o missile) come nel caso del tiro contraereo. Bertozzi oggi analizza il tiro navale classico, ovvero anti nave, in tutte le sue componenti e le sue implicazioni negli scontri della seconda guerra mondiale.  

RN Vittorio Veneto

L’efficacia del tiro navale delle navi della Regia Marina è stato oggetto di critiche d parte degli storici per molto tempo insieme alla qualità delle artiglierie e del munizionamento  italiano;  tuttavia le ricerche di un ottimo ricercatore purtroppo scomparso portano a gettare una luce diversa sui fatti, almeno per il tiro diurno essendo quello notturno legato ad altri fattori. Vale la pena di ricordare che la Regia Marina italiana, come l’US Navy, riteneva che gli ingaggi d’artiglieria maggiori potessero avvenire solo di giorno. Di conseguenza in entrambe le marine le vedette erano addestrate ed equipaggiate soprattutto per azioni diurne e non erano distribuite cariche di lancio a vampa ridotta per calibri superiori ai 120/135 mm.

Ancora negli anni ’40, il tiro navale, in assenza di sistemi di puntamento elettronici (a meno telemetri, inclinometri e Gimetri) era cosa molto difficile; si trattava di colpire da una nave in rapido movimento un bersaglio anch’esso in movimento ed a grande distanza. A questo problema cinematico si univano gli effetti cinematici del rollio, del beccheggio, delle condizioni meteorologiche e chimico fisiche delle polveri (ad esempio gli effetti sull’umidità delle polveri e la loro stabilità). Insomma tutto si basava sulla capacità del Direttore del tiro, sulla cura del materiale, su un allenamento continuo e meticoloso, ed esercitazioni e manutenzioni quotidiane che permettevano lo sfruttamento ottimale di armi e apparecchiature.

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I difetti che comunemente si attribuiscono alle artiglierie navali italiane sono la culla unica degli impianti binati, l’eccessiva lunghezza delle canne, le velocità iniziali altissime per ottenere gittate esasperate e inutilizzabili, e una generale inefficienza dei sistemi. In realtà a mio avviso non era così o meglio quanto viene spesso detto non era del tutto vero. Le culle uniche delle artiglierie navali furono adottate da tutte le marine negli anni ’20 per la necessità di contenere i pesi imposti dal trattato di Washington e parimenti abbandonate da tutte le marine, compresa quella italiana, all’inizio degli anni 30.

Adm. Andrew Cunningham

Se quanto affermato dall’ammiraglio inglese Andrew Cunningham nelle sue memorie è veritiero (ovvero che le salve di grosso calibro italiane erano sostanzialmente “sempre” centrate in direzione ma disperse in gittata)  allora dobbiamo dedurre che le centrali e gli apparati di tiro dei grossi calibri sulle corazzate Italiane, specie sulla classe Littorio, erano di buona qualità. Immaginiamo la necessità di calcolare il punto futuro d’impatto di un colpo sparato a 20000 metri. Un calcolo per l’epoca complesso che doveva prendere in considerazione un tempo di volo di oltre 30 secondi, su un bersaglio che si muoveva ad una velocità di venticinque nodi, spostandosi di 300/400 metri rispetto alla posizione calcolata al momento dello sparo.

Le lunghezze delle artiglierie italiane non erano eccessive, per esempio quelle tedesche erano ben maggiori. Le velocità iniziali non erano rivolte ad ottenere una maggiore gittata ma una maggiore forza di penetrazione del proiettile in relazione al calibro. La gittata interessava relativamente e quando, per migliorare la precisione delle armi, si decise di ridurre la velocità iniziale, lo si fece con la massima tranquillità. Lo stesso Colliva sostiene che, contrariamente a quanto si è detto per anni, non ha trovato nessuna traccia fra i contratti di fornitura di un premio per ogni m/s di velocità aggiunto riguardo i 381 mm (ma solo per i 152 mm).

R. incrociatore pesante Zara

Per quanto riguarda l’affidabilità nessuna artiglieria italiana o istallazione in torre diede i problemi che dettero i 406 e le torri da 356 e 133 inglesi o come le artiglierie francesi. Il comandante della Dunkerque considerava fragili le artiglierie della sua nave. Senza parlare dei  gravissimi problemi di dispersione delle artiglierie della Richelieu che furono parzialmente risolti solo nel dopoguerra. Non ultimo vanno menzionati i problemi dei cannoni tedeschi, spesso lodati, che avevano un alta percentuale di colpi non partiti; il ché era un difetto grave perché influiva sulla saturazione della rosa di tiro.

l’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo nel 1942 comandò la IX Divisione Navale costituita dalle corazzate Littorio, Vittorio Veneto e Roma

Il problema del munizionamento (e delle relative tolleranze spesso citato) era in realtà meno grave di quanto sia stato presentato dato che, come scrisse l’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo era dovuta alla eccessiva tolleranza consentita dal peso dei proietti, per i quali si ammetteva un’approssimazione media di circa l’uno per cento, il che produceva una variazione di velocità iniziale dell’ordine di 3 metri per le velocità intorno ai 900 m/s, quali erano quelle da noi adottate. Per i 381 ciò corrispondeva alla distanza di 27.000 metri, ed uno scarto di gettata di 160 metri. Se per combinazione una salva partiva con qualche proietto di peso approssimativo per eccesso e qualche altro approssimato per difetto si aveva un’apertura di 320 metri. Ma se per caso una salva era composta di tutti proietti uguali, allora essa risultava molto raccolta.”

Essendo questa problematica ben nota era abitudine dei direttori di tiro pesare i proiettili uno ad uno raggruppandoli per peso ottenendo così che le navi imbarcassero sempre munizioni dalle equivalenti caratteristiche, riducendo l’incidenza del problema. Da letture on line ho trovato l’affermazione che col proseguo della guerra la regia marina fu costretta ad abbassare gli standard qualitativi del munizionamento. Non ho riscontri a quanto sopra, pur ritenendolo possibile. Qualora fosse confermato la cosa potrebbe avere influito negli scontri a guerra avanzata. Il mio dubbio è fondato sul fatto che le dotazioni di munizionamento della marina all’inizio della guerra erano abbondanti e al momento dell’armistizio erano ancora ampie e quindi un’oculata gestione delle riserve avrebbe permesso di evitare l’impiego reale delle munizioni di qualità inferiore. Non è neppure chiaro se si trattasse di munizionamento antinave o antiaereo, del quale il consumo era più ampio e sicuramente necessitava di un maggiore reintegro delle scorte (nel caso  ovviamente non avrebbe avuto influenza sulla precisione del tiro antinave).

Secondo Colliva l’opinione secondo cui il passaggio dal munizionamento di preda bellica a quello di produzione italiana comportò un netto peggioramento della precisione, non è confortato dai dati; anzi nell’anno addestrativo 36/37 si rivelò che l’ampiezza della striscia del 50% dei colpi fu di 214 metri per le munizioni ex austriache e di 178 metri per quelle italiane. Per quanto concerne la dispersione delle salve il discorso è diverso da come troppo spesso presentato. Nell’aprile/maggio del 1940 la squadra navale fu sottoposta ad un intensa sessione di prove di tiro con munizionamento reale e nel giugno 1940 e agosto 1941 le Littorio eseguirono prove di tiro con lo stesso munizionamento.

I risultati valutati mediante fotografie e misurazioni furono i seguenti:

calibro D =  dispersione media delle distanze dei colpi dal centro della salva A = apertura della salva cioè distanza tra il colpo più lungo e quello più corto della salva
381 OTO 290 mt 267  a 21000 metri
381 Ansaldo 416 mt 364 a 22500 metri
320 620 mt 159 a 20000 metri
203/53 263 mt 375 a 20000 metri
203/50 214 mt 289 a 19000 metri
152/55 303 mt 462 a 17600 metri
152/53 168 mt 226 a 16800 metri

Nei calibri maggiori, si trattava delle artiglierie più vecchie, ottenute ricalibrando i vecchi 305/46 armstrong (ed indebolendo la resistenza delle armi). Notate che l’apertura della salva dei 152/53 è minore di quella dei 152/55 malgrado in tutte le opere divulgative si sia sostenuto il contrario. Il fatto è che le artiglierie, come diceva l’ammiraglio da Zara, sono come il vino col passare del tempo migliorano perché si matura la necessaria esperienza e i Garibaldi, entrati in servizio nel dicembre del 1937, non avevano ancora maturato una sufficiente pratica coi loro nuovi pezzi, certamente superiori, per poterli sfruttare al meglio. Per giudicare questi valori bisogna però tenere conto di quanto scrissero gli americani dopo la battaglia di Leyte, analizzando il tiro giapponese durante lo scontro di Samar, Durante la battaglia quattro navi da battaglia giapponesi, compresa la Yamato, impegnarono sei portaerei di scorta americane da 25000 metri senza portare nessun colpo a segno. Gli statunitensi, dopo aver analizzato foto e tracciati radar, dedussero che giapponesi non avevano compreso come dovesse essere una razionale conduzione del tiro perché l’apertura delle salve giapponesi di 180/270 metri era troppo ridotta. La concezione che i colpi dovessero essere molto raccolti (in modo che la salva se centrata portasse più colpi a bersaglio) in realtà era errata perché portare una salva troppo raccolta significava ridurre la possibilità di colpire il bersaglio in movimento.  L’importante era invece che i colpi cadessero con una sequenza logica in modo da coprire uniformemente una determinata area, saturandola per aumentare la possibilità che  qualcuno andasse a segno.

Per cui se un apertura di 180/270 metri era troppo ridotta, una di 300/400 metri (come era mediamente quella delle artiglierie italiane) non appariva eccessiva. Questa considerazione, come quella che fosse necessario una lunga pratica per padroneggiare nuove artiglierie,  trova conferma nelle opinioni dei tecnici del tiro italiani, tra cui, autorevolissima, quella dell’ammiraglio Emilio Brenta, Capo del Reparto Operazioni di Supermarina.

Egli riportò in un suo articolo che la Regia Marina aveva saputo “ tecnicamente eliminare le dispersioni iniziali, maggiori o minori, dei suoi numerosissimi calibri, grossi medi e piccoli”, tanto che, “ in alcuni casi fu addirittura necessario aumentare la dispersione perché con quelle troppo limitate era impossibile la direzione del tiro navale”. E concluse affermando che purtroppo non era stato invece possibile attuare tempestivamente la riduzione delle dispersioni per le corazzate tipo “Littorio”, perché esse “ furono sfornate guerra durante, in una situazione perciò la meno adatta per compiere studi ed esperienze di quel genere”.

Come spiegare allora il numero ridotto di colpi a segno? 
L’elemento fondamentale per una corretta conduzione del tiro era che il personale avesse una profonda dimestichezza col materiale, che doveva essere affinata con quotidiane esercitazioni in bianco e frequenti a fuoco. Questo era necessario perché il personale arrivasse a una piena conoscenza delle caratteristiche del materiale e delle sue prestazioni, per garantire che fosse sempre completamente messo a punto. Tuttavia i tagli al bilancio dopo la guerra etiopica ed il fatto che le risorse fossero state concentrate nelle costruzioni navali aveva costretto a una riduzione delle esercitazioni in mare; cosa che comportò una riduzione del livello addestrativo.  Fu detto che “Mussolini ci da i fondi per costruire le navi ma non per la vernice” per stigmatizzare che se c’erano fondi per costruire navi mancavano le risorse per renderle operative.

ammiraglio Alberto Da Zara

Sull’addestramento si trova un riferimento nell’autobiografia dell’ammiraglio Alberto Da Zara che sostiene di aver sempre contrastato le prove di tiro fatte con navi ferme e con risparmio di proiettili, per di più da esercitazione, anziché in movimento ed in condizioni realistiche con l’uso di munizionamento da guerra. Nell’imminenza della guerra le esercitazioni ripresero e il livello addestrativo tornò a salire.  Ci vollero anni per risolvere le lacune che si erano create anche in altri settori lacunosi, come il controllo danni e la gestione delle emergenze. Nei primi anni di guerra molte navi furono perse o danneggiate gravemente perché ci furono difficoltà nelle operazioni di contenimento dei danni. Le esperienze acquisite portarono, a guerra avanzata, a salvare navi in condizioni disperate grazie all’affinamento delle procedure di emergenza ed alle accresciute capacità delle squadre di emergenza.

Un altro punto interessante è la modalità di combattimento. Le unità navali combatterono in maniera difforme da quanto era previsto.
Secondo studi tedeschi e inglesi, condotti fra le due guerre, un ipotetico scontro nel mare del Nord tra unità maggiori sarebbe avvenuto con queste modalità:
– avvistamento reciproco sui 25000 metri
– apertura del fuoco per tarare cannoni e telemetri a 23000 metri con la consapevolezza che sarebbe stato quasi impossibile colpire alcunché fino ai 20000 metri
– e azione principale tra i 15000/20000 metri (la battaglia dello stretto di Danimarca infatti avvenne tra i 20000 e i 14000 metri)

La dottrina della Regia Marina invece prevedeva, date le migliori condizioni meteo del Mediterraneo, che le Littorio aprissero il fuoco a 24000 metri e le Cavour a 23000, con una distanza ottimale di tiro per entrambe tra i 19 e i 21000 metri (per gli incrociatori le distanze ottimali erano tra i 15000 ed i 17000 metri e per i caccia torpedinieri fra gli 11000 e i 13000 metri).

RN incrociatore Zara

Nella pratica questo non successe quasi mai; a Punta Stilo si sparò tra i 26000 e i 24000 metri,  a Capo Teulada tra i 29500 e i 33500 metri e a Gaudo, l’ammiraglio Iachino, scrisse che l’azione di fuoco avvenne a 23000 metri (anche se gli inglesi scrivono 29000 metri). Da questo appare che le azioni di fuoco avvennero a distanze al di fuori da quelle per cui le armi erano state progettate, secondo previsioni razionali condivise in tutto il mondo, e che poi si volle addossare ai materiali la mancanza di risultati che era invece dovuta a un uso errato. Tale variazione aveva un razionale: ad esempio, a Punta Stilo, le distanze furono ridotte a distanze ragionevoli. I colpi a segno non mancarono durante la seconda Sirte (tra i 21700 metri e i 9000) e la battaglia di Pantelleria (tra i 20000 e i 4500 metri).

Un ultima notazione: affondare a cannonate una nave da guerra, anche non protetta, non era così facile. I danni all’opera morta potevano impedire a una nave di combattere piuttosto ma difficilmente erano tali da affondarla; ad esempio il cacciatorpediniere USS Aaron Ward il 3 maggio del 1945 fu colpito da sei Kamikaze e tre bombe da 250 kg subendo gravi danni ma … non affondò. 
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Fonti

Il tiro navale italiano di Giuliano Colliva, Storia militare n. 199

Questioni di tiro … e altre. Le esercitazioni di tiro della Marina italiana e le artiglierie degli altri paesi”, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina Militare Settembre e Dicembre 2003, marzo 2004

The Pacific War Online Encyclopedia voce Night Combat

L’Operazione Gaudo e lo Scontro Notturno di Matapan di Francesco Mattesini

Tramonto di una grande Marina di Angelo Iachino

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