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La cattura della flotta del tesoro del 1628 – parte III – di Marco Mostarda

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: flotta del tesoro

Nella relazione che il Benavides avrebbe in seguito inviato a re Filippo IV da L’Avana, questi sostenne d’essere stato allora convinto dall’equipaggio a trovare rifugio nella baia di Matanzas, situata 50 miglia ad est della capitale cubana: si può presumere che nel consiglio di guerra, frettolosamente tenutosi a bordo della Capitana in frangenti così disperati, fosse emerso che non avesse senso tentare la sorte in battaglia con quattro navi contro le 32 del nemico. Sottolinea infatti il Benavides che “fui esortato dall’equipaggio ad evitare un rischio così grande per l’argento appartenente a Vostra Maestà ed ai privati. Concordai con questa opinione e decisi di dirigermi alla baia di Matanzas, quando venni informato che potevo entrarvi con sicurezza e con assai poco spazio a disposizione del nemico [per manovrare], il vento cadendo di notte come è solito fare, onde portarvi in secca la flotta o, se non vi fossi riuscito, mettere a terra gli uomini con quella parte di tesoro che fossi riuscito a scaricare e incendiare le dette navi”. [5]

A fronte della schiacciante superiorità olandese l’idea del capitano generale era quanto mai sensata: la baia di Matanzas era angusta e resa pericolosa dalla presenza di numerosi bassifondi, per cui si poteva ragionevolmente sperare che i galeoni del tesoro potessero sgusciarvi e ricoverare a riva il prezioso carico prima che gli olandesi trovassero il modo di forzarne l’ingresso, sprovvisti come essi erano di piloti esperti di quel tratto di costa.

la battaglia di Matanzas

Codesto piano, tuttavia, era tanto sensato quanto frettolosa risultò la sua messa in pratica. In una relazione stesa parallelamente a quella del Benavides, l’almirante Leoz lo accusò di aver fatto rotta per Matanzas senza essersi curato di informare gli altri capitani riguardo alle sue intenzioni: questi si trovarono pertanto a dover seguire la Capitana pressoché alla cieca, ignari della loro destinazione ed impossibilitati – sostiene il Leoz – a far presente che non vi erano “uomini nella mia nave che fossero stati in quel porto”. [6]

Piloti pratici del luogo in realtà non ve ne erano affatto, a bordo di quel che rimaneva della Flotta del Tesoro; a quanto pare nemmeno fra coloro che avevano suggerito al capitano generale di trovare rifugio a Matanzas. L’epilogo di un simile fallimento tanto nella fase di pianificazione che nella catena di comando è facilmente intuibile: quantunque il Benavides si accingesse, quella stessa notte, a penetrare nella baia favorito dal chiaro di luna che ben illuminava il passaggio, il suo bastimento si incagliò poco oltre il canale d’accesso. I tre galeoni lo imitarono e, quel ch’è peggio, tutte le navi andarono in secca sui bassifondi colla poppa rivolta verso il passaggio, tal che in caso di attacco olandese non avrebbero potuto opporre agli attaccanti che pochi pezzi di artiglieria e di piccolo calibro. A completare il disastro, il nemico si materializzò ben prima di quanto gli spagnoli prevedessero, poiché il viceammiraglio Banckert non aveva mai cessato di tallonare da presso gli spagnoli.

Osserva Heyn nella sua relazione che “quando giunsi presso le navi nemiche, la maggior parte delle nostre navi più avanzate aveva già gettato le ancore e tre o quattro [di esse] si erano arenate su di un banco di sabbia in mezzo alla baia. A vele spiegate superai questo banco, su cui si erano arenate o presso il quale avevano dato fondo le nostre navi, finché non giunsi a mezzo tiro di moschetto dalle navi nemiche”. [7]

Gli olandesi, allora, calarono in mare le lance e procedettero all’abbordaggio nelle navi spagnole, a bordo delle quali regnava una tale confusione da precludere qualsiasi serio tentativo di opporre resistenza. Il capitano generale Benavides aveva già guadagnato la riva, presumibilmente per coordinare da lì le complesse operazioni di scarico e messa in sicurezza del tesoro, per completare le quali sperava di avere a disposizione almeno parte della notte: quando il nemico mosse all’assalto, pertanto, si trovò tagliato fuori ed impossibilitato ad esercitare il comando. Tale condotta, interpretata in retrospettiva come un abbandono del proprio posto in battaglia dettato da codardia, gli sarebbe costata la vita: la Capitana, infatti, venne catturata pressoché senza spargere sangue. Heyn la abbordò dopo aver esploso una scarica di fucileria, guadagnando facilmente il ponte di coperta; recuperato quindi dall’acqua uno dei marinai spagnoli che si erano gettati per sfuggire agli olandesi, questo venne inviato a parlamentare coi difensori ancora presenti a bordo ed asserragliatisi sotto coperta.

Heyn, per bocca dell’uomo, promise loro salva la vita in caso di resa e, in cambio della nave intatta, mantenne la parola provvedendo subito a sbarcarli. Il Leoz, per contro, venne catturato armi in pugno sul ponte dell’almiranta alla testa di otto o dieci irriducibili, dacché il resto dell’equipaggio aveva disertato gettandosi in acqua all’appressarsi del nemico: ma anche in questo caso, data la sproporzione delle forze in campo, la resistenza fu pressoché simbolica. Sfruttando la confusione del momento e contando sulla complicità dei propri compagni, Leoz riuscì a farsi passare per soldato semplice, assicurando ai catturatori che l’almirante si era già rifugiato a terra; così, dopo una breve detenzione sotto coperta, egli venne lasciato libero di sbarcare assieme al resto dei soldati, essendo gli olandesi interessati a disfarsi il prima possibile di ogni spagnolo onde trasbordare il prezioso carico in tutta sicurezza.

Poiché, prescindendo dalla generale percezione (giusta o sbagliata che fosse) della sua personale codardia, il Benavides avrebbe finito per essere condannato a morte per avventatezza ed imperizia, non sarà fuori luogo indagare se egli avesse realmente fatto tutto quanto era in suo potere per impedire che gli olandesi si impadronissero dei galeoni del tesoro. In altri termini, vi sarebbe stato il tempo materiale per appiccar loro il fuoco, negando al nemico l’argento seppur al prezzo di provocarne l’affondamento nelle acque basse di Matanzas? All’atto di giustificare la decisione di recarsi a riva il capitano generale scrisse nella sua relazione che egli balzò “nella lancia, lasciando la Capitana in fiamme, perché bruciasse se stessa e le altre navi”. [8]

Eppure Piet Heyn non fa menzione di focolai d’incendio a bordo della Capitana, lasciando intendere che il bastimento venisse anzi catturato intatto. Quella del resoconto di Benavides sembrerebbe pertanto una totale falsificazione: similmente al caso dell’almiranta del Leoz, tutto dovette essere predisposto per farne saltare i magazzini senza che poi l’ordine venisse impartito oppure eseguito. L’almirante sostiene infatti nella sua relazione che all’approssimarsi degli olandesi “non ebbi modo di far altro che far fuoco con due cannoni di poppa e mi trovai senza uomini perché tutti si buttarono in acqua, perciò mi decisi a far saltare in aria la nave, ma non potei farlo perché me lo impedirono”. [9] E l’ordine di Benavides dovette essere così male atteso perché, leggendone la relazione, sembrerebbe potersi concludere che quella di far saltare in aria le navi incagliate non fosse stata la sua prima scelta.

Egli infatti scrisse che diede ordine agli equipaggi di prendere terra “ad iniziare con parte della fanteria, con l’ordine di mantenersi presso il punto di sbarco finché non si fossero trovati tutti a riva, di modo da porsi tutti assieme a difesa del porto che si fosse [rivelato] più vicino e più adatto allo scopo di offendere il nemico, se questo fosse sbarcato in forze; cosa che non sarebbe stata difficoltosa [a farsi], assistiti dagli ostacoli naturali del terreno e dagli abitanti di quella zona, nel cui soccorso potevamo confidare”. [10]

Costretto a far fronte all’imprevisto incaglio dei galeoni del tesoro, pertanto, Benavides aveva concepito il piano di concentrare a terra le proprie truppe ponendosi a difesa del luogo e così contendere agli olandesi le navi e l’argento; ma posto di fronte alla vergognosa trasgressione di questi ordini, giacché gli era stato in breve riferito “che gli uomini [sbarcati] se la stavano dando a gambe verso i boschi dell’interno” [11] egli dovette ripiegare sulla soluzione di dare alle fiamme le navi. Gli olandesi, però, a quel punto erano troppo vicini e tali direttive non poterono essere eseguite con la necessaria prontezza.

Gli olandesi erano così riusciti a catturare intatti tutti i galeoni del tesoro, le cui stive fruttarono un bottino che non sarebbe esagerazione definire favoloso: l’argento stivato, in barre o coniato in pezzi da otto, ammontava infatti a 46 last, unità di misura equivalente a circa 1.200 kg. In altri termini la WIC, grazie a Piet Heyn, era appena entrata in possesso di più di 55 ton di argento: il valore complessivo, una volta sommatovi il ricavato della vendita sulla piazza di Amsterdam del resto delle merci di pregio (zucchero, cacao, legname, pelli, coloranti), venne stimato in 12 milioni di fiorini. Una somma sufficiente a ripagare tutti i debiti contratti dalla Compagnia e ad assicurare agli azionisti dividendi del 50%. La perdita della Flota de Nueva España costituì un grave colpo per le finanze della Spagna, già messe a dura prova dalla ripresa delle ostilità nelle Fiandre. Filippo IV, famoso per il suo contegno pubblico glaciale ed imperscrutabile, in quella circostanza ebbe a dichiarare che “os aseguro que siempre que hablo [de ello] se me revuelve la sangre en las venas, no por la pérdida de la hacienda, que de ésa no me acuerdo, sino por lo de la reputación que perdimos los españoles en aquella infame retirada, causa del miedo y de la codicia“. [12]

Furibondo, il re diede mandato al famoso giureconsulto Juan de Solórzano y Pereyra, già oidor presso la Audiencia de Lima ed allora fiscal del Consiglio delle Indie, di procedere contro il capitano generale Benavides e l’ammiraglio Leoz. [13] Il Solórzano istruì la pratica e, pur assolvendo ambedue gli uomini per le imputazioni di codardia e negligenza, raccomandò che a cagione dell’imperizia dimostrata, la quale aveva cagionato la perdita dell’intera Flotta del Tesoro, essi venissero puniti nel modo più severo; frattanto che attendeva la formulazione della sentenza il Benavides trascorse cinque anni prigioniero nella fortezza di Carmona. La condanna a morte venne infine pronunciata il 18 Gennaio 1633, ma le pressioni esercitate dall’aristocrazia castigliana a beneficio di un suo membro tanto eminente si tradussero in una revisione della sentenza; il procedimento durò più di un anno solo per concludersi con la riconferma della condanna capitale. A quel punto gli ufficiali reali incaricati di rendere esecutiva la sentenza si mossero rapidamente e con discrezione, perché il volere del re fosse eseguito senza ulteriori interferenze da parte della nobiltà. Per tema che una pubblica esecuzione a Madrid potesse scatenare dei disordini la sentenza venne registrata il 15 Maggio presso la Corte di Giustizia di Siviglia e quella stessa notte il condannato fu trasferito in città dalla fortezza di Carmona. Tre giorni dopo Benavides veniva scortato alla piazza delle esecuzioni percorrendo appositamente delle vie secondarie, sempre per tema che la nobiltà sivigliana potesse provocare degli incidenti nel caso in cui la processione si fosse svolta in pompa magna; a completare il dispositivo di sicurezza si diede inoltre disposizione che, presente il condannato, alla Plaza de San Francisco si potesse accedere solamente a piedi. Filippo IV aveva costretto l’aristocrazia a subire l’onta di vedere un proprio rappresentante messo a morte sulla pubblica piazza non ostante la fedeltà personale di Benavides alla Corona non fosse mai messa in discussione. In cambio i nobili rivolsero al re dimostrazioni del loro sfavore contegnose ma non meno ostinate. Don Álvaro Colón de Portugal y Espinosa, Duca di Veragua ed Almirante de la Mar Océana per diritto ereditario (in quanto discendente di Cristoforo Colombo), pagò di tasca propria la sontuosa cerimonia funebre officiata presso la chiesa della Casa Grande de San Francisco che vide, in sfida all’autorità regia, la partecipazione della nobiltà sivigliana tutta. [14]

Per contro l’almirante Juan de Leoz, che col Benavides aveva condiviso la responsabilità del disastro di Matanzas, se la cavò decisamente più a buon mercato. Molte attenuanti avevano giocato a suo favore ed inoltre egli aveva saputo condursi con una certa dose di furbizia: non aveva abbandonato il suo posto di comando sul ponte dell’Almiranta ed era stato catturato armi in pugno; era riuscito ad ottenere la liberazione da parte degli olandesi mentendo sulla sua identità; infine, prima di mettersi in salvo a riva, era riuscito a carpire ai suoi carcerieri alcune utili informazioni riguardo all’organizzazione della squadra di Heyn che egli aveva debitamente riportato nella relazione indirizzata al suo reale signore. Dopo quattro anni di prigione egli venne pertanto condannato al bando perpetuo, da scontarsi presso la guarnigione di Orano.

Per Piet Heyn, il primo e l’ultimo uomo a riuscire a catturare una intera Flotta del Tesoro nei circa tre secoli di esistenza della Carrera de Ias Indias, dopo un simile trionfo sembrò inaugurarsi una carriera sfolgorante, ed effettivamente il 26 Marzo del 1629, a meno di un anno dal trionfo di Matanzas, veniva nominato Liutenant Admiraal dell’Ammiragliato di Amsterdam: ciò ne faceva il comandante in capo della flotta della Provincia d’Olanda.

A metà giugno una squadra di navi dei pirati di Dunkirk, al soldo degli Spagnoli, uscita da Oostende (Ostenda), venne scoperta presso il capo Gris-Nez. Nel corso del combattimento che ne seguì, Hein venne ferito mortalmente alla spalla da una palla di 8 libbre. Il suo vice, il capitano Marteen Tromp, temendo che gli equipaggi fossero demoralizzati dalla sua morte,  non informò nessuno del suo decesso. Alla fine tre navi avversarie furono catturate. Il corpo di Piet Hein venne poi tumulato a Delft nella Oude Kerk. Nella sua tomba sono deposte le sue armi, le armature e le insegne di comando.

Marco Mostarda

NOTE:

[5] “[…] hasta que instado de toda la gente de la nao para que escusase riesgo tan declarado en la plata de V.M. y particulares, con parecer de los que pudieron darle, acordé por salvarla meterme en el dicho puerto de Matanças, donde fui informado que podría entrar con seguridad, y con muy poco lugar que el enemigo diese, calmando el viento como de ordinario suele por las noches, echarla en tierra, o quando no, la gente, y quemar dichas naos, con que el tesoro quedaría en parte que con facilidad podría sacarse”. La relazione di Juan de Benavides, datata al 7 Ottobre 1628 a L’Avana, è in Archivo General de Indias, Casa de la Contratación 5117.
[6] La relazione di Juan de Leoz è parimenti datata al 7 Ottobre del 1628 a L’Avana, è in Archivo General de Indias, Casa de la Contratación 5117.
[7] La relazione di Piet Heyn, datata al 26 Settembre 1628, 140 miglia ad ovest dell’isola di Bermuda, è pubblicata a stampa in Werken van het Historisch Genootschap, 3de Serie, no. 53.
[8] “[…] salté en dicho bote, dexando prevenidos fuegos en la Capitana para quemarse con las demás barloadas”; AGI, Casa 5117.
[9] AGI, Casa 5117.
[10] “[…] y lo mismo fui ejecutando en la Capitana, començando por alguna infantería, que salió con el estandarte y vandera, con orden de sustentarse en el desembarcadero hasta estar todos en tierra, para que juntos guardásemos el puerto más cercano y a propósito que fuera posible para ofender al enemigo si desembarcase gente, que ayudados en la fragosidad de la tierra y del socorro que podíamos esperar de la gente della, no fuera dificultoso”; AGI, Casa 5117.
[11] “[…] vino el guardián della en un bote dándome voznes para que fuese a tierra a hazer reparar la gente que toda se iva huyendo el monte adentro […]”; AGI, Casa, 5117.
[12] Le parole di Filippo IV sono citate in Antonio Domínguez Ortiz, Política y Hacienda de Felipe IV. Madrid: Editorial de Derecho Financiero, 1960, p. 272.
[13] Sul Solórzano, cfr. Real Academia de la Historia: http://dbe.rah.es/biografias/14530/juan-de-solorzano-y-pereira
[14] Carla Rahn Phillips, Six Galleons, cit., pp. 3-7.

 

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1 commento

  1. Rita Garofoli Rita Garofoli
    06/07/2019    

    tragica la sorte di Bonavides. Aveva fatto il suo dovere, ma non era riuscito a portare il tesoro alla Spagna.

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