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Le guerre turco veneziane del XVII-XVIII secolo – parte II – di Gianluca Bertozzi

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII – XVIII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Venezia, Ottomani, Candia

 

Venezia nel XVI secolo

L’anno successivo fu la volta di Lorenzo Marcello di sconfiggere gli Ottomani. Dopo la morte del capitano generale Girolamo Foscarini, il 10 giugno 1655 tornò ad occuparsi direttamente della flotta, prendendone il posto.

Lorenzo Marcello

Il comandante veneziano Lorenzo Marcello raggiunse l’isola di Imbros, appena fuori dallo stretto dei Dardanelli, il 23 maggio 1656 con tredici vascelli, sei galeazze e ventiquattro galee oltre ad altri vascelli minori al comando di Pietro Bembo. L’11 giugno, sette galee maltesi al comando di Gregorio Carafa giunsero sul posto in sostegno ai Veneziani, facendo salire il numero totale delle navi della coalizione cristiana a ventinove vascelli, sette galeazze e trentuno galee. Il 23 giugno gli Ottomani, al comando di Kenan o Chinam Pasha, un russo convertito all’islam, apparvero allo stretto con ventotto vascelli, nove galeazze e sessantuno galee. Il 24 giugno le batterie d’artiglieria di terra dei Turchi sullo stretto spararono i primi colpi nella speranza di scacciare i Veneziani, ma non riuscirono nel loro intento. La mattina del 26 giugno i venti provenivano da nord e gli ottomani salparono velocemente dal momento che sapevano che le galee veneziane non sarebbero state in grado di assistere le loro stesse navi controvento.

 

Lazzaro Mocenigo

Poco dopo il mezzogiorno del 26 giugno, Sinau, col vento in poppa, diede l’ordine alla flotta di mettere alle vele, mentre le batterie costiere aprivano il fuoco contro la flotta veneziana. L’attacco fu rivolto verso l’ala destra della formazione cristiana che era la più debole. Bembo, capitano delle navi, reagì immediatamente dirigendosi con i suoi 19 vascelli verso il punto minacciato. Aprivano la formazione di battaglia lo stesso Bembo e Lazzaro Mocenigo che, combatteva come volontario su una sultana catturata l’anno prima alla quale era stato imposto il nome benaugurale di San Marco. Mentre si volgeva la manovra, il vento girò a ponente-maestro obbligando il Capitan Pascià a mettere all’orza per superare la punta dei Barbieri ed a far rimorchiare i vascelli dalle galere per evitare che scadessero.

Le rimanenti galere andarono ad ancorarsi sotto costa protette dalle batterie costiere. Le navi e le galere veneziane riuscirono ad interporsi tra le galere e le navi a vela nemiche costringendo queste ultime a tentare di rientrare negli stretti. Nel violento combattimento lo stesso Lorenzo Marcello, dopo aver conquistato una galera nemica e mentre si accingeva ad attaccarne un’altra, fu ucciso da una cannonata. Per evitare che la notizia si diffondesse tra la flotta cristiana, con le ovvie conseguenze, fu informato della sua morte solamente il Provveditore Barbaro Badoer che, assunto il comando, trasbordò subito sulla galera generalizia e tenne il comando fino al termine dello scontro.

Il giorno successivo allo scontro si ebbero altre piccole schermaglie e sul finire del giorno, la flotta ottomana aveva perso 4 grandi navi, 5 galeazze e 13 galee che erano state catturate dai Veneziani, mentre 22 vascelli, 4 galeazze e 34 galee erano state affondate o erano andate bruciate e i Turchi ebbero 10000 morti e 400 prigionieri. Solo 2 vascelli e 14 galee ottomane riuscirono a fuggire. Delle navi catturate, i cavalieri maltesi ricevettero 2 galeazze, 8 galee e 1 “super galea” (forse una galea bastarda). I Veneziani persero in tutto tre navi che andarono bruciate nello scontro, con 207 morti, 260 feriti e 94 dispersi. Le perdite maltesi ammontarono a 40 morti e più di 100 feriti. Circa 5000 cristiani impiegati come schiavi a bordo delle galee della flotta ottomana vennero liberati nell’operazione.

Il comando per l’anno 1657, assegnato all’ultimo ammiraglio rimasto, il giovane Mocenigo, già reduce dal 1655, prevedeva che si passasse a bombardare Costantinopoli. Il Mocenigo, giovane e impetuoso, anelava la battaglia. Presso l’isola di Scio si distruggeva l’ennesima flotta nemica (le risorse turche erano tali che ve ne erano almeno tre o quattro sempre a disposizione!) e le feste erano tali che il Mocenigo era eletto procuratore per gli alti meriti. Con quest’animo i Veneziani imboccarono lo stretto. Se tutto sin lì era andato bene, una specie di “maledizione” tornò a presentarsi alla flotta: correnti avverse, uomini schierati sulle rive per impedire lo sbarco dei Veneziani, venti che mutavano con una rapidità incredibile.

I Turchi, ormai anch’essi abituati a quelle incursioni, avevano adottato efficaci contromisure. Il Mocenigo decise di andare con alcune galee a Imbro per rifornirsi di acqua e viveri e i Turchi, che li stavano osservando, attaccarono con oltre cinquanta galee e l’appoggio delle batterie terrestri. Il 16 luglio 1657, in una giornata di pioggia e vento fortissimo, iniziò la battaglia. Nel caos che ne seguì con incredibile sorpresa le navi veneziane risultarono vincitrici e i Turchi, forse intimoriti dalla presunta invincibilità delle armate veneziane piuttosto che da un’effettiva azione di guerra, si diedero alla fuga. Il Mocenigo, conscio che tutto si sarebbe giocato in poche ore, pur essendo quasi sera e avendo attorno a sé appena 10 navi, ordinò l’assalto.

Una burrasca bloccò l’azione che venne rinviata alla mattina successiva. La mattina trascorse senza vento e, alla sera, quando finalmente s’alzò, la flotta riprese la navigazione. Le batterie costiere tempestarono senza effetto l’avanzata delle navi e ormai Costantinopoli era quasi in vista quando accadde l’impensabile che mutò in pochi secondi il corso dell’intera guerra. Un colpo di cannone colpì una velatura che, cadendo, uccise il Mocenigo; pochi secondi dopo un secondo colpo centrò la polveriera della nave, facendola saltare in aria. L’avanzata si fermò e la notte bloccò la lotta. Il nuovo ammiraglio era Lorenzo Renier, un ultrasettantenne che non aveva mai avuto un vero comando e che era giunto lì solo per anzianità. Spaventato e timoroso per il morale della truppa (forse a ragione) decise di ritirarsi, concludendo in un nulla di fatto la campagna

Il 1657 fu l’anno decisivo: troppe perdite, nessun vero ammiraglio rimasto in vita, tutte le battaglie vinte ma senza aver piegato un nemico troppo superiore.

Venezia, rimasta sola e con risorse limitate, aveva fatto il possibile e già il 24 agosto i Turchi andavano all’attacco riconquistando le poche isole catturate dai Veneziani in precedenza. Il Renier, completamente passivo, venne destituito ma ormai era troppo tardi e, inoltre, non vi era nessuno che lo sostituisse validamente. Questo costrinse il governo veneziano a rendersi conto che ormai la guerra non poteva più esser vinta, ma anche i Turchi si resero conto che le perdite sarebbero state durissime e rinunciarono ai progettati attacchi contro la Dalmazia e l’Adriatico.

La fortezza di Candia cadde infine solo il 6 settembre 1669 e con essa la guerra finì.

Gianluca Bertozzi

Fonti
L’Esercito veneziano e la difesa di Candia 1645-1669
Il costo di una vittoria mancata Laureando Roberto Vaccher
Wikipedia Il blocco dei Dardanelli 
1654-1657 “Arremba San Marco!” di Lanfranco Sanna

 

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