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Le costruzioni navali italiane 1936-1945 di Gianluca Bertozzi

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: na
parole chiave: costruzioni, armamenti, regia marina italiana

 

la Regia Nave Roma, terza unità e ultima unità della classe Littorio, rappresentò il meglio della produzione navale bellica italiana della seconda guerra mondiale. Costruita dai Cantieri Riuniti dell’Adriatico fu consegnata alla Regia Marina il 14 giugno 1942

 

L’Italia entrò in guerra nel giugno 1940 e la combatté con unità navali costruite in prevalenza tra il 1923 e il 1937 dato che, con la conquista dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero (1936), si chiuse il ciclo principale di ammodernamento armonico ed equilibrato del naviglio della Regia Marina nelle sue diverse categorie.

Dopo quella data, stando alla documentazione del Ministero della Marina, del Tesoro e dell’industria cantieristica, vi fu da una parte una riduzione effettiva delle risorse e dall’altra una scelta politico-strategica che puntò a concentrare l’impegno di quanto disponibile (poco considerevole a dir la verità) sulla costruzione delle quattro navi da battaglia della classe “Vittorio Veneto” o Littorio, sulla ricostruzione delle vecchie navi da battaglia Doria e Duilio (Cavour e Cesare erano già stati aggiornati) e di un buon numero di sommergibili a prevalenza del tipo oceanico.

La classe Littorio, a volte indicata anche come classe Vittorio Veneto,  nel 1940, epoca della loro entrata in servizio, erano tra le più potenti navi da battaglia del mondo come artiglieria, in quanto le classe South Dakota statunitensi pur avendo l’armamento principale di calibro maggiore rispetto alle Littorio avevano una minore gittata. Il suo armamento presentava però notevoli difetti per cui gli OTO/Ansaldo 381/50 presentavano una forte dispersione delle salve in combattimento, mettendo quindi raramente un colpo a segno, per colpa dei proiettili non standardizzati e perché la canna tendeva a consumarsi rapidamente 

Tra il 1936-1937 ed il 1938-1939, il bilancio della Marina crebbe solo in termini monetari dello 0,17%. Tenendo  conto degli andamenti del tasso d’inflazione dell’epoca (circa 1,8%) si può realisticamente parlare di taglio drastico della spesa navale. Successivamente questa addirittura diminuì in assoluto nel 1937-1938 nella misura di un -13,2% passando da 3423 milioni dell’esercizio precedente a 2970. Le restrizioni di bilancio mettendo in crisi tutti i programmi che entrarono in crisi compreso quello il completamento della nave da battaglia Impero, l’ultima unità della Classe Littorio. Il suo allestimento, nonostante fosse già stata varata, non venne mai completato. Tutto questo malgrado la possibilità di un conflitto europeo divenisse sempre più concreta.

I Programmi anteguerra e la capacità industriale e cantieristica
Uno studio del 1936 aveva elaborato due alternative di sviluppo per la Regia Marina del 1942, ovvero una flotta mediterranea con una limitata capacità d’incursione oceanica costituita da 6 navi da battaglia, 22 incrociatori, 116 siluranti, 75 sommergibili, 8 avvisi scorta, 24 caccia-sommergibili, 18 posamine e 48 MAS, o una flotta a vocazione oceanica che avrebbe dovuto allineare 9/10 navi da battaglia, 3 navi portaerei 36 incrociatori, 142 siluranti, 84 sommergibili, 36 avvisi scorta, 24 cacciasommergibili, 24 cannoniere, 18 posamine, 48 MAS. Il programma della componente oceanica prevedeva l’inserimento innovativo delle navi portaerei per le quali la stessa Aeronautica non si opponeva e prevedeva di mettere 100-120 aerei da imbarcare compreso il personale di volo e quello tecnico.

Tuttavia nel contesto economico italiano post Etiopico, ipotizzare la realizzazione di questi programmi per l’anno 1942, dato l’impegno finanziario e costruttivo richiesto, appariva azzardato.

L’ammiraglio Cavagnari più realisticamente propose a Mussolini un programma per il 1939-1940 di 47 unità per 77.000 tonnellate che mirava alla realizzazione di una nuova flotta mediterranea con una limitata capacità d’intervento oceanico. Mussolini approvò.  Il bilancio 1939-1940 fu quindi portato a oltre 5 miliardi (rappresentavano però solo il 18,5% dell’intera spesa militare italiana) con un aumento di quasi il 52% (poco meno di 1800 milioni) sull’esercizio precedente. Circa il 23% fu riservato alle nuove costruzioni, rimodernamenti e riattamenti. Scoppiata la guerra nel settembre 1939, il Governo di Roma, di fronte alla realtà di carenze finanziarie e materiali e nell’urgenza di terminare le costruzioni in corso impose drastici tagli ai programmi navali.

Furono purtroppo colpite preziose categorie di naviglio: si impose la rinuncia ai tre incrociatori leggeri oceanici della nuova classe “Costanzo Ciano“, a quattro dei previsti dodici incrociatori veloci o supercaccia della classe “Capitani Romani”, ai dodici cacciatorpediniere (in versione antiaerea) della seconda serie della classe “Soldati”, a sei avvisi scorta classe “Orsa tropicalizzata”, a ventiquattro sommergibili tra battelli da grande e media crociera, a due navi cisterna di squadra.

RN Camicia Nera – classe Soldati

Quanto risparmiato fu devoluto al completamento delle navi da battaglia di nuova costruzione e di quelle ai lavori di rimodernamento: decisione accettabile con una previsione di entrata in guerra tra la fine del 1942 inizio del 1943 ma discutibile nella prospettiva di una imminente entrata in guerra. Quanto sopra a causa della mancanza di direttive chiare sugli intendimenti del governo anche nel breve periodo, cosa che impedì alle forze armate una pianificazione seria.

Era invece predisposta da tempo una pianificazione sufficientemente precisa,  aggiornata quasi annualmente, sulle costruzioni di naviglio in tempo di guerra con le ripartizioni di produzione tra i vari cantieri nazionali. Nella pianificazione predisposta fu calcolata in 55.000 tds anno di naviglio combattente la capacità costruttiva massima dei nostri cantieri navali (oppure 52000 tds di naviglio combattente più 8000 tds di naviglio ausiliario) o in alternativa di 250/300.000 tsl annue di naviglio mercantile (tds=tonnellata di dislocamento, un peso, tsl= tonnellate di stazza lorda, un volume) e questo se fossero stati assicurati materie prime, manodopera e tranquillità di lavoro cose giustamente considerate improbabili in caso di conflitto.

Nella pianificazione delle costruzioni di guerra ancor maggiore precisione fu tenuta riguardo al fabbisogno costruttivo di sommergibili. Il limite massimo di potenzialità annua in condizioni ottimali fu determinato in sedici battelli da grande crociera e in trentadue da media con completamento a partire dal nono mese dell’impostazione. La capacità costruttiva naturalmente era correlata anche a quella delle fabbriche che dovevano rendere disponibili armi e apparecchiature da imbarcare. Fu anche fissato che, a valore costante, l’onere finanziario annuale per le nuove costruzioni navali non potesse superare i 1500 milioni.

La Commissione Suprema di Difesa, nell’approvare queste predisposizioni della Marina, ne approvò anche un’altra: quella che disponeva di non iniziare in guerra costruzioni di navi di dislocamento superiore alle 5000 tds..

Risorse finanziarie e materiali per le costruzioni di guerra
Negli esercizi dei tre anni di guerra il bilancio della Regia Marina aumentò in misura consistente; l’esercizio 1940-1941 registrò un aumento del 50,5% rispetto a quello precedente, nei due esercizi successivi l’incremento fu del 37,8% e del 39,2%, con stanziamenti di 7,8, di 10,8 e di 15,1 miliardi di lire. Dal 10 luglio 1940 al 30 giugno 1943 (a quel tempo l’anno di bilancio italiano andava appunto da luglio a giugno successivo), la Regia Marina ricevette stanziamenti per circa 34 miliardi.

Non fu certo molto se si considerano le esigenze crescenti della guerra e l’andamento dei costi se pur ufficialmente bloccati secondo le norme dell’economia di guerra. In termini reali l’aumento effettivo medio nel triennio bellico fu tra il 25 e il 30% (contro il 42,5% ufficiale), valore che rivela in quali ristrettezze finanziarie, malgrado le misure attuate per l’economia di guerra, si muovesse l’Italia in quegli anni critici. Si potrebbe pensare che buona parte dell’aumento di stanziamento sia andato al potenziamento del naviglio, cosa che invece avvenne solo in parte, anche se l’impegno dei cantieri, dal 1940 al 1943, considerate le condizioni generali e specifiche in cui lavoravano, fu notevole e il risultato di tutto rispetto e inaspettato date le previsioni.

Regia portaerei Aquila

L’impegno era tutto dedicato al naviglio sottile e minore e ai sommergibili (coll’eccezione del completamento del Roma e dell’Impero, del riattamento del Cavour, della trasformazione di due navi passeggeri nelle portaerei Aquila e Sparviero, dell’allestimento dell’Etna e del Vesuvio, incrociatori antiaerei ottenuti da scafi a suo tempo costruiti per il Siam) quello necessario alla guerra in corso e si può parlare di risultato accettabile nel quadro della realtà di quello che era lo stato dell’economia italiana di guerra, anche se non riuscì a colmare le perdite e alcune lacune iniziali della composizione delle forze navali, come ad esempio quella del naviglio antisommergibile e antiaereo.

Una parte non trascurabile di fondi e dei materiali disponibili fu assorbita dalle frequenti riparazioni dei danni subiti in combattimento e dai cicli di lavori delle navi che erano sottoposte a pesanti e logoranti missioni di guerra. Riparazioni e turni di lavori passarono da una spesa inferiore al 3% del bilancio degli anni prebellici, ad una intorno al 10% con una punta dell’11% nell’esercizio 1941-1942 e questo pur di fronte a un aumento dello stesso dimostrando quanto logorante era l’impegno a cui era sottoposto il naviglio.

Non di rado capitò che risorse furono sottratte al naviglio di nuova costruzione per trasferirle alla riparazione dei danni di unità preziose e urgenti per l’attività bellica (caso limite il prelevare la prua da un unità in costruzione per sostituire quella danneggiata di un unità in servizio). Proprio in questi casi si potevano conseguire ritardi e disguidi nei processi di fabbricazione, oltre quelli derivati dall’offesa aerea nemica e da una certa mancanza di mano d’opera specializzata. In realtà non si può dire che la Nazione in guerra non abbia tentato di fornire alla Regia Marina, nei limiti delle capacità totali, il necessario per la condotta della guerra che la Forza Armata stava conducendo.

Lo stesso si può dire per le risorse materiali; se pur si incontrarono ritardi, lacune e manchevolezze ma che avevano spesso le loro radici in motivi lontani. L’autorità preposta agli approvvigionamenti e alle fabbricazioni di guerra, cioè il Commissariato e poi Sottosegretariato per le Fabbricazioni di Guerra, fece sempre in modo che alla Regia Marina potesse arrivare il massimo possibile delle disponibilità per consentirle il più alto grado di continuità operativa. Poco poté invece fare per accelerare lo sviluppo tecnologico che rimase generalmente sulla carta o allo stato sperimentale o in fase di preproduzione, ma che purtroppo non si realizzò a bordo delle navi se non in misura molto ridotta.

La Regia Marina entrò in guerra con soddisfacenti situazioni di scorte: non vi erano preoccupazioni per viveri, vestiario, equipaggiamenti; la situazione del munizionamento era più che buona (le scorte per le navi erano a tempo indefinito); invece per i combustibili la situazione non era rosea avendo copertura per 5-6 mesi per il complesso delle forze navali e mercantili se avessero operato senza limitazioni, finestra temporale elevabile a un anno accettando limitazioni all’operatività.

Il Cagni alla banchina lavori del cantiere di Monfalcone. Notare gli accumulatori delle batterie allineati sulla banchina per essere imbarcati.

Difficoltà si incontrarono per determinati materiali utilizzati per le costruzioni, in particolare per quelli siderurgici dove a fronte di un fabbisogno totale militare di 4 milioni di tonnellate/anno ci fu una produzione poco al di sopra dei 2 milioni di tonnellate/anno che dovevano essere dosate anche per coprire le residue esigenze civili.

E’ facile rilevare come certe ristrettezze o impossibilità dovessero influire sulle decisioni di chi doveva stabilire l’impiego delle navi e di chi doveva condurle all’azione. Era fin da allora chiaro che in una guerra di quel genere una nave perduta sarebbe stata ben difficilmente rimpiazzata e che una danneggiata avrebbe potuto rimanere inoperante anche per lungo tempo. Tornando ai materiali siderurgici, fondamentali per le costruzioni navali, l’anno più proficuo fu il 1942 con una disponibilità per il paese di 2.750.000 tonnellate di prodotti siderurgici, di cui 686.000 provenienti dalla Germania. Va riconosciuto che le richieste della Regia Marina in fatto di acciaio furono soddisfatte nella massima misura possibile; furono infatti destinati alle costruzioni e riparazioni navali oltre 1.050.000 tonnellate di acciaio dall’inizio di settembre 1939 alla fine di luglio 1943 quantitativo non enorme ma comunque notevole dato il quantitativo disponibile.

Non vi fu alcuna difficoltà per il prodotto laminato cioè per le lamiere grosse, considerata la grande capacità degli impianti a fronte dei quantitativi disponibili da laminare, mentre per le leghe speciali e i correttivi degli acciai necessari per gli acciai ad alta resistenza le carenze furono frequenti cosa che rallentava il completamento delle navi che rimanevano spesso in attesa di componenti che non si poteva produrre in un determinato momento malgrado altri materiali fossero disponibili.

In una situazione di guerra era difficile dunque equilibrare e pianificare i fabbisogni per le nuove costruzioni e per i lavori di riparazione e manutenzione: non si poté che seguire la via dell’urgenza del momento. La situazione comunque impose tagli dolorosi, quando nel 1942 si trattò di approvare i programmi per il 1943, i fabbisogni della Regia Marina furono recepiti – come quelli dell’Aeronautica -se pur con qualche riserva per gli acciai speciali, l’alluminio e il rame. Il prezzo pagato, vista la priorità che aveva il naviglio militare in quel momento, fu la rinuncia al programma d’impostazione di navi mercantili che prevedeva diciannove unità da 10.000 tds, tre da 4800, una da 4000, cinque da 2100 e tre navi salvataggio. Non fu un sacrificio da poco dato che la carenza di navi mercantili era grave ma non vi erano alternative, in parte si supplì a ciò con le navi catturate, pronte o da riparare, nei porti francesi occupati nel novembre 1942.

Le costruzioni navali
I limiti economici e produttivi della guerra non furono pochi, ma l’industria cantieristica italiana espresse il massimo della sua capacità produttiva: un grande merito da non dimenticare va attribuito alle maestranze, ai tecnici e ai dirigenti. Dall’inizio della guerra sino alla data dell’8 settembre 1943, la cantieristica italiana lavorò su 358.000 tonnellate di naviglio da guerra e la marina ricevette 81 nuove unità di prima linea, vale a dire 1 nave da battaglia, 3 incrociatori, 5 caccia, 16 torpediniere, 29 corvette, 29 sommergibili per 156.307 tds complessive, elenco completato da 14 sommergibili tascabili, 27 Mas, 36 motosiluranti, 52 Vas e 95 MZ e 100 ML.

 

Cantiere di Monfalcone

Non va sottovalutato l’apporto di lavoro di arsenali e cantieri nell’attrezzare numerose piccole unità da pesca e da diporto per compiti di dragaggio, di vigilanza e di scorta costiera sbarco, nonché la trasformazione di un certo numero di navi mercantili in incrociatori ausiliari e navi ospedale. Per quanto riguarda la marina mercantile furono impostate 416.000tsl di naviglio col completamento di 60 unità per 305.733tsl (di cui 47 per 265.000tsl impiegate durante la battaglia dei convogli) cui si aggiunsero alcune costruzioni per conto della Marina germanica e furono riparate navi per circa 400.000tsl.
Ovviamente questa produzione è ridottissima rispetto a quella degli Stati Uniti e decisamente inferiore anche a quella dell’impero Britannico e delle alleate Giappone e Germania tuttavia considerato che la previsione prebellica più ottimistica rappresentava le 55-60.000 tds come il massimo possibile, si può dire che lo sforzo non fu da poco e, anche se ciò che poi effettivamente prese il mare fu il 67% di quanto impostato, fu per l’Italia e per le sue condizioni di allora, un buon risultato. Il residuo prebellico del carico di lavoro dei cantieri fu rappresentato dalla nave di battaglia Roma e Impero (poi bloccata), dagli otto incrociatori veloci della classe “Capitani Romani“, dai 2 ex incrociatori siamesi ribattezzati Etna e Vesuvio, dall’avviso Diana e dai quattro sommergibili da grande crociera della classe “Cagni“. Un totale di 16 unità per 93.000 t, di cui furono completate 9 unità per 63.000 tonnellate.

Regia nave Diana. Impostato nei cantieri di Fiume come panfilo di Benito Mussolini, allo scoppio della seconda guerra mondiale era ancora in costruzione e fu completato come avviso veloce ed adibito a vari usi, tra cui principalmente missioni di trasporto veloce di truppe e materiali sulle rotte della Libia e dell’Egeo

Negli anni della guerra molti lavori e risorse furono assorbiti dal riattamento della nave da battaglia Cavour e per la nave portaerei Aquila, assai meno per quella che avrebbe dovuto essere la seconda portaerei, lo Sparviero e la nave da battaglia Impero. Si trattò di sole quattro navi, ma per 116.000 tds circa che richiesero molti materiali e lavoro, non tutti sottratti a lavori più urgenti e necessari, ma a proposito del Cavour fu certo questo il caso per l’obsolescenza della nave.

Regia Nave Cavour alla parata di Napoli del 1938

La costruzione della portaerei Aquila, ottenuta per la trasformazione del transatlantico Roma, iniziò lentamente nel 1941 ed i lavori furono accelerati dopo la battaglai di Capo Matapan. Due anni più tardi, ormai a conflitto compromesso, venne impostata la portaerei di scorta Sparviero per conversione della motonave Augustus.

La portaerei Aquila, l’incompiuta

Alla data dell’armistizio l’Aquila era quasi pronta per le prove in mare (ma anche se le avesse completate era molto lontana dall’operatività dato che il reparto volo avrebbe richiesto anni per divenire operativo) ma fu abbandonata come i lavori del Sparviero, la cui ricostruzione era appena abbozzata. Molto probabilmente sarebbe stato meglio concentrare quest’impegno sul naviglio leggero o al massimo impiegarlo per accelerare il completamento della Roma e dell’Impero dato che così si sarebbero ottenute due moderne grandi unità impiegabili al posto di una vecchia unità con molte limitazioni operative e due portaerei inutilizzabili per anni.

Regia nave Roma

All’8 settembre 1943 erano in varie fasi di costruzione undici cacciatorpediniere, diciassette torpediniere, trentadue corvette e ventinove sommergibili, senza contare il Cavour, sette incrociatori leggeri e le due navi portaerei. Per l’Italia cantieristica e industriale fu davvero un grande lavoro, con una produzione mai raggiunta prima. Furono introdotte su ampia scala nuove tecniche costruttive quale l’impiego estensivo della saldatura degli scafi e delle sovrastrutture e quella dell’impiego di materiali leggeri compositi o meno.

Nelle costruzioni militari privilegiati furono il naviglio di scorta e sottile, i sommergibili e il naviglio veloce da combattimento. La Regia Marina tornò al concetto dei cacciatorpediniere di elevato dislocamento, con le unità della classe “Comandanti Medaglia d’Oro” da 2950 t e artiglierie da 135 mm. Ne furono previsti ben 20, si fece a tempo ad impostarne 9, ma nessuno entro in servizio. Lo stesso fu per una parte dei caccia della seconda serie della classe “Soldati“; impostati in sette ne entrarono in servizio solo cinque.

Dato che c’era necessità di cacciatorpediniere, ma che la loro costruzione richiedeva tempi abbastanza lunghi, la Marina tornò ad una vecchia soluzione risalente alla prima metà degli anni Trenta: affidare a numerose unità sottili veloci siluranti alcuni compiti dei caccia. Fu varato così il programma delle torpediniere d’attacco della classe “Ariete“, di cui ne furono previste ben 42, ne furono impostate 16 e completata solo una. Impegno di grande rilevanza fu quello posto nella costruzione di naviglio antisommergibile, dei quali la Regia Marina mancava quasi totalmente ad eccezione di quattro avvisi scorta. Quelle del tempo di guerra furono delle eccellenti realizzazioni: gli avvisi scorta della classe “Ciclone” furono sedici e completati in quindici; per quanto riguarda le corvette quelle della classe “Gabbiano” furono programmate nel numero di sessanta, ma solo ventinove riuscirono a prendere il mare. Costruite per avere un’esistenza “spendibile” di sei mesi rimasero in servizio sino al 1981 con il loro ultimo esemplare che fu l’Ape.

Iniziate ad entrare in servizio solo dall’ottobre 1942, resero eccellenti servizi, equipaggiate con efficienti armi “antisom”, apparati motori elettrici per la navigazione silenziosa, ecogoniometri, buon armamento antiaereo. Buoni risultati furono anche ottenuti con la costruzione del naviglio minore veloce, quali le vedette antisommergibili, ma soprattutto le motosiluranti che permisero di superare i ridotti limiti d’impiego dei MAS. Le motosiluranti derivavano dai progetti e dalle esperienze delle Schnellboote tedesche, ma risultarono unità di così buone caratteristiche che alcune di esse, rimodernate, rimasero pienamente operative sino al 1978.

Importante fu la costruzione, di progetto tedesco, delle numerose motozattere “MZ” che, destinate all’operazione di sbarco a Malta, svolsero un importante lavoro di traffico costiero lungo le coste dell’Africa settentrionale sino a ridosso delle prime linee, e poi nelle acque nazionali, rimanendo ancora in servizio per moltissimi anni.

Nel settore del naviglio subacqueo, le costruzioni di guerra riguardarono l’impostazione o la raccolta di materiali per cinquantadue sommergibili: furono completati tredici battelli della classe “Platino“, otto dei dodici impostati della classe “Tritone“, purtroppo nessuno dei quindici impostati della classe “Bario“.

Tutti sommergibili del tipo da media crociera su cui era stato fatto tesoro delle esperienze di guerra dei battelli italiani e tedeschi. Per i tipi da grande crociera ci si rivolse a quelli destinati al trasporto di materiali tra le coste atlantiche della Francia e l’Estremo Oriente, ma dei dodici battelli “Romolo” che furono avviati alla costruzione, solo due poterono essere completati. Le realizzazioni costruttive furono dunque apprezzabili sia in numero sia in qualità. L’industria cantieristica italiana continuò a lavorare anche dopo l’8 settembre 1943 per conto della Marina germanica, e riuscì a completare un numero importante di unità, tra cui 13 torpediniere d’attacco della classe ”Ariete” un avviso scorta classe “Ciclone”, 19 corvette, 9 motosiluranti, 12 VAS, 8 DV, un sommergibile costiero classe CM e dieci sommergibili tascabili CB assieme a 20 motozattere e 29000 tsl di mercantili anche di stazza rilevante.

sommergibili costieri veloci tipo XXIII costruiti per la Marina tedesca

I cantieri navali italiani in questo periodo iniziarono la costruzione di mezzi subacquei tedeschi impostando 25 sommergibili costieri veloci tipo XXIII (18 battelli a Genova, 7 a Monfalcone, inizialmente ne erano previsti 30 e 15 rispettivamente) rimasti incompleti e 30 sommergibili tascabili Tipo XXVIIB Seehund in parte consegnati.

Oltre tutto c’è da osservare che ci fu un aumento di produttività dei cantieri, fatto da considerarsi straordinario in considerazione delle condizioni in cui si trovavano l’Italia e la sua economia; i tempi medi di costruzione di un cacciatorpediniere della classe “Soldati” furono di sedici mesi e dieci giorni, contro i diciannove mesi e venticinque giorni di un caccia della prima serie della stessa classe costruito prima della guerra.

Regia nave Airone classe Spica

Le torpediniere prebelliche della classe “Spica” avevano avuto un tempo di costruzione unitario medio di sedici mesi e ventisette giorni: l’unità del tempo bellico che ne voleva rappresentare il proseguimento, l’Ariete, fu costruita in 13 mesi.

Regia Nave Ariete

Per costruire un avviso scorta della classe “Ciclone” ci vollero mediamente diciassette mesi e tredici giorni, ma per costruire i loro predecessori della classe “Orsa” ce n’erano voluti ventiquattro.

avviso scorta Ciclone

I tempi furono pressoché eguagliati tra costruzioni prebelliche e belliche nelle categorie dei sommergibili e degli incrociatori leggeri. I sommergibili prebellici dell’ultima serie della classe “600”, i cosiddetti “africani” avevano richiesto un tempo medio di costruzione di dodici mesi e venti giorni, i loro immediati successori del tempo di guerra, i battelli della classe “Tritone” e quelli della classe “Acciaio”, richiesero diciassette mesi e quindici giorni i primi, e tredici mesi e tredici giorni i secondi. Vi influirono difficoltà di reperimento di materiali particolari e di apparati, propri dei sommergibili. Tuttavia il risultato rimane di rilievo. I tre piccoli incrociatori della classe “Capitani Romani”, i soli completati durante i tre anni di guerra considerati, furono completati in media nel giro di trentanove mesi, tanti quanti se ne impiegarono per costruire a suo tempo i primi incrociatori della classe “Condottieri” serie “Da Barbiano”. Per le unità di nuovo tipo, si arrivò a costruire le motozattere “MZ” in sessanta giorni e anche meno, mentre le corvette ebbero un tempo medio di costruzione di dieci mesi.

Conclusioni
Le costruzioni navali del tempo di guerra non furono tali e tante da poter influire sull’andamento delle operazioni navali, ma consentirono alla Regia Marina di riempire alcuni dei molti vuoti provocati dalle vicende belliche e di riparare, se pur tardivamente, ad alcuni errori e manchevolezze di cui soffriva la composizione delle forze navali sin dal primo giorno di guerra.

I risultati furono comunque ben al di sopra di qualsiasi rosea previsione dei piani e dei programmi predisposti prima della guerra. I materiali, per quanto necessario e pur con traversie di vario genere, furono messi a disposizione e l’industria cantieristica fece più del suo meglio per dare alla Marina operante tutto ciò che fu possibile dare: gli equipaggi fecero valorosamente la loro parte sul mare, altrettanto la fecero gli operai e i tecnici nei cantieri.

Una considerazione è che se la Marina dispone oggi di una buona componente tecnologica e produttiva, le basi di essa furono proprio gettate negli anni della guerra. La realtà bellica di tutti i giorni, le esigenze difensive e offensive davanti ad un avversario sempre più dotato di mezzi e accanto a un alleato altrettanto tecnicamente evoluto, fecero aprire gli occhi alla Regia Marina su esperienze ed esigenze che essa non aveva mai vissuto, valutato e guadagnato nel corso della sua esistenza. Questa lacuna fu certo dovuta alla ragione di fondo di aver preparato in venti anni una Marina guardando più al presente che avanti.

Ma la guerra fu una scuola rapida, severa e dolorosa. Con quel poco che poteva fare l’industria nazionale, scarsa di materie prime e povera di tecnologia, la Regia Marina riuscì a guadagnare terreno, almeno nelle fasi progettuali e di pre-produzione, in quei settori vitali che erano stati trascurati o ignorati in venti anni di preparazione.

Si andò dall’applicazione dell’elettronica e dell’elettroacustica ad apparati di scoperta di superficie e subacquei più avanzati di quelli già in produzione, alle artiglierie con nuovi cannoni navali a doppio scopo antinave e antiaereo, alle armi antisommergibili con nuovi tipi di lanciabombe e lanciarazzi multipli e con bombe di profondità più adeguate alle esigenze, a sistemi complessi e raffinati di telecomunicazioni. Purtroppo a tanto impegno non poté seguire una produzione di serie che, nell’ipotesi migliore, avrebbe potuto prendere il via dal 1944-1945 in poi.

Gianluca Bertozzi

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FONTI
Le costruzioni navali italiane di guerra di Giorgio Giorgerini
Le navi da guerra italiane 1940-1945, di Erminio Bagnasco, Enrico Cernuschi
Fascisti sul mare: La Marina e gli ammiragli di Mussolini di Fabio De Ninno
I sommergibili del fascismo di Fabio De Ninno
Navi mercantili perdute aa.vv.
Come perdere la guerra e vincere la pace cura di V. Zamagni

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2 commenti

  1. stelvio chalvien stelvio chalvien
    09/06/2019    

    molto interessante

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