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Breve storia degli accertamenti tecnici di polizia giudiziaria in ambito subacqueo

livello elementare

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ARGOMENTO: SUBACQUEA PROFESSIONALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: ITALIA
parole chiave: polizia giudiziaria, indagini subacquee, forze di polizia, reparti subacquei


Abbiamo sentito spesso parlare di Reparti subacquei delle Forze dell’ordine nonché dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia Costiera impegnati in attività di polizia giudiziaria e marittima autonoma o in concorso con gli altri Corpi di Polizia intese alla prevenzione e repressione di attività illecite svolte nel mare territoriale. Qual è la loro storia e quali sono le loro attività?

Da quasi settant’anni al servizio dello Stato
Nei primi anni ’50, le forze di polizia avvertirono l’esigenza di formare specialisti del settore subacqueo in supporto ai reparti territoriali per compiti di polizia giudiziaria. Nel 1953 fu effettuato il primo corso per 12 carabinieri e 12 finanzieri presso i Vigili del fuoco a Genova.

Il corso, il secondo mai effettuato in ambito non Marina Militare in Italia, fu condotto da due eccellenze della subacquea, ovvero la medaglia d’oro al valor militare Luigi Ferraro e dal fondatore della didattica subacquea in Italia, Duilio Marcante. Si racconta che Ferraro da ex militare, intravide le loro necessità future avendo cura di differenziarne i programmi addestrativi. Ad esempio, dopo la parte base iniziale, ai Carabinieri impartì istruzioni di occultamento acqueo e subacqueo, di traslazioni invisibili in superficie, di immersioni ed emersioni occulte. Mentre ai Finanzieri fu insegnato come ispezionare, individuare e recuperare materiale di contrabbando, servendosi della mimetizzazione subacquea in operazioni di polizia. Possiamo dire che Vigili del Fuoco, Carabinieri e Guardia di Finanza furono (ciascuno nel proprio settore di competenza) i primi corpi militari terrestri al mondo a dotarsi di sommozzatori. 

In seguito la scelta di dove formare personale di polizia addestrato ad operare in ambiente subacqueo cadde sul MARICENSUBIN, oggi COM.SUB.IN. che, grazie all’esperienza maturata nel secondo conflitto mondiale, aveva proprio in quegli anni consolidato le sue risorse più pregiate divenendo un punto di riferimento per il mondo militare ma anche civile. I Carabinieri ed i Finanzieri intrapresero con i colleghi della Guardia di Finanza i corsi sommozzatori con la marina Militare e, nel 1958, si aggiunse la Polizia di Stato con i suoi primi dieci allievi.

Questa apertura verso un  nuovo fronte operativo portò l’Arma dei Carabinieri a creare nel 1953, presso i Comandi Legione dei due principali porti d’Italia, Genova e Napoli, i primi due “Nuclei Carabinieri Subacquei” ai quali furono assegnati i seguenti settori di intervento: .  
– indagini giudiziarie;
– rilevamenti per la tutela dell’ambiente,
– assistenza a manifestazioni sportive,
– soccorso in caso di alluvioni.

Dopo due anni, ovvero il 1 agosto del 1955, i due Nuclei originari furono riuniti in unico Reparto dislocato a Genova.

la base del COM.SUB.IN. presso il Varignano, La Spezia, dove sono state forgiate generazioni di subacquei e palombari e incursori. Anche i carabinieri iniziarono il loro cammino sulle banchine a sinistra nella foto, nel lontano 1953.

I primi risultati degni di nota per i sommozzatori dell’Arma non mancheranno; nel 1956, gli Stati Uniti richiesero l’intervento dei Carabinieri per la ricerca del corpo di un paracadutista americano caduto alla fine del secondo conflitto nel lago d’Orta. Il militare aveva con se importantissimi documenti coperti da segreto militare. Dopo mesi di ricerca, avvenne il ritrovamento del soldato, con l’intero materiale oggetto delle indagini. Questo successo convinse l’Arma dell’importanza di questa componente e vennero quindi inaugurati i primi nuclei di Carabinieri subacquei, oggi dislocati sul territorio italiano per coprire le esigenze di un Paese che è di fatto circondato dal mare. Fra gli interventi più significativi va ricordato anche quello del dicembre 1959, in occasione del crollo della diga del Frejus: i sommozzatori dell’Arma si immersero per giorni e giorni recuperando corpi senza vita delle vittime.

Tra le operazioni giudiziarie di maggior rilievo effettuate dei reparti subacquei  ricordo l’attività svoltasi nel 1965 a Locarno, sul Lago Maggiore, quando, dopo sette mesi di complesse ricerche, i subacquei dell’Arma individuarono e recuperarono il mini sommergibile “Squalo Tigre” con a bordo il pilota Edoardo de Paoli e l’operatore della TSI Franco Viganò. Il sommergibile era stato costruito con tecnologie e materiali all’avanguardia, derivati dai progressi dell’industria aerospaziale, e inspiegabilmente non riemerse durante la sua attività. Dopo sei mesi di ricerche fu richiesto l’intervento del Nucleo Carabinieri Subacquei di Genova che inviò due fra i suoi uomini migliori Cozzolino e Bellarmino, che furono guidati nell’operazione da Ferraro e Marcante.

una rara foto delle operazioni di ricerca da link

Dopo circa 15 giorni di ricerche subacquee il mini sommergibile venne finalmente localizzato e il giorno dopo recuperato e portato in secco. Successive inchieste e perizie non chiarirono del tutto le ragioni dell’affondamento che resta sostanzialmente senza spiegazioni se non per … un drammatico errore umano.

La storia dei Sommozzatori della Polizia di Stato cominciò negli anni ’60 con i primi servizi operativi e le prime campagne di supporto archeologiche. Tra le più importanti ci furono quelle del 1960, del 1961 e del 1962 sulla corvetta “Daino“. Nel campo di polizia giudiziaria va menzionata l’impegnativa operazione, svolta dal 15 al 28 luglio 1971, dai sommozzatori della P.S. Maurizio Zaffino e Francesco Forleo, Luigi Piscitelli, Nadio Piacentini ed Otello Ontarti. Questi precursori, e vedremo il perché, si immersero a più di settanta metri nel laghetto di Subiol (Valstagna, VC) all’interno della Grotta dell’Elefante bianco, per il recupero di una salma nella grotta dell’elefante bianco a Valstagna (VI).

grotta dell’Elefante bianco

 

Un operazione mai tentata prima che aprirà la via per l’elaborazione di attrezzature e protocolli per le immersioni di tipo speleologico. Per l’importante operazione tre sommozzatori furono insigniti della Medaglia d’Oro, uno della Medaglia d’Argento ed uno della Medaglia di Bronzo, tutte al Valor Civile. 

Sempre nel 1971, a novembre, i militari dei reparti subacquei dei Carabinieri saranno impegnati nel recupero dei 52 paracadutisti intrappolati nell’Hercules C-130 partito da Pisa e inabissatosi in un drammatico incidente aereo nei pressi delle secche della Meloria nel corso di una esercitazione NATO. L’Hercules, appartenente alla Royal Air Force, con piloti britannici,  si inabissò al largo della costa livornese all’alba del 9 novembre 1971. Nella sciagura perirono i sei militari britannici dell’equipaggio e 46 paracadutisti della 6ª compagnia “Draghi” del 1º Reggimento della Brigata paracadutisti “Folgore” imbarcati.

In un articolo del 05 marzo 2014, il giornalista Gianni Lannes, ricordava che “La Cavtat era partita il 28 giugno da Manchester, Regno Unito, con destinazione Rijeka-Fiume con 2.800 tonnellate di carico. Inoltre vi erano 270 tonnellate di piombo, tetraetile e tetrametile, trasportati in 909 bidoni per metà sopracoperta e per l’altra metà nelle due stive. La collisione con al Lady Rita ne causò l’affondamento. Ufficialmente 863 bidoni furono recuperati con attività subacquee in saturazione nel 1978.

Nel 1974, va  ricordato, come importante avvenimento giudiziario il primo sequestro di una nave affondata e il primo sopralluogo con verbale di constatazione effettuato personalmente sulla scena dell’evento dal magistrato Alberto Maritati che scese sul relitto con un mini sommergibile. Era il 14 luglio 1974 quando a seguito di una ancora non chiara collisione tra due navi, la Cavtat e la Lady Rita, al largo di Otranto, avvenne l’affondamento della prima che fu in seguito oggetto di una delle più importanti opere di recupero del pericolosissimo carico che si siano registrate nei mari italiani.

Non ultima, nel 1995 venne ritrovato un quantitativo molto consistente di tritolo stivato nel relitto della “Laura C“, utilizzato dalle malavita organizzata per confezionare gli ordigni utilizzati negli attentati dinamitardi contro i giudici Falcone e Borsellino. Nella circostanza, la Polizia di Stato, sequestrò complessivamente 121 panetti di tritolo da 200 grammi, recuperati dai sommozzatori della Marina Militare Italiana del COM.SUB.IN (Comando Subacquei Incursori) di La Spezia, in stretta collaborazione con unità navali di superficie sia della Polizia di Stato e della Guardia Costiera di Reggio Calabria.

Il pericoloso materiale, sequestrato secondo le disposizioni della Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria che coordinava le attività investigative, fu in seguito affidato in custodia al Nucleo Artificieri Antisabotaggio della Polizia di Stato per gli accertamenti tecnico-scientifici giudiziari. 

In sintesi, le operazioni giudiziarie subacquee effettuate dalle nostre forze dell’ordine,  Carabinieri e Guardia Costiera sono all’ordine del giorno. Molte le operazioni svolte da questi umili servitori dello Stato a cui dobbiamo tutta la nostra riconoscenza non sono conosciute per ovvi  motivi di segretezza giudiziaria.

Mezzi e metodologie
In principio, ogni reparto subacqueo impiegato in compiti di Polizia Giudiziaria, utilizzò per il repertamento attrezzature spesso adattate all’utilizzo sott’acqua.


Per la documentazione della scena del crimine si passò dalle pesantissime macchine da presa da 16mm degli anni ’60 alle minute telecamere da utilizzare fissate su caschi; i rilievi fotografici effettuati con pellicole 6×6, illuminati con flash al magnesio, e successivamente pellicole 24×36 con le storiche Nikonos, lasciarono il posto a moderne attrezzature fotografiche digitali che coniugano le esigenze di raccolta dati video e fotografici ad alta risoluzione. 


Ovviamente anche le dotazioni di apparecchi per la respirazione subacquea subirono  nel tempo cambiamenti significativi. Oggi, oltre alle tradizionali attrezzature a circuito aperto, i Reparti subacquei di polizia di tutto il mondo (nella foto superiore della Polizia statunitense) hanno a disposizione diversi sistemi che permettono di raggiungere profondità per le indagini un tempo proibitive. 

In cosa consistono le attività giudiziarie?
Dagli atti del I convegno nazionale sugli  “Accertamenti Tecnici di natura forense in ambito subacqueo” emersero interessanti informazioni per questa importantissima attività svolta dalle forze di polizia. Il convegno, svoltosi a Polignano a mare nel 2016,  ha ricostruito il percorso storico dei reparti speciali subacquei che hanno contribuito alla nascita ed alla seguente evoluzione delle procedure per il repertamento dei corpi di reato e successiva assicurazione delle fonti di prova. Nei racconti dei relatori emerge che in principio, nell’ambito delle attività di Polizia Giudiziaria, i reparti subacquei di polizia venivano prevalentemente impegnati in attività di rinvenimento e recupero, anche nel campo archeologico. 

Bisognerà aspettare la metà degli anni ’80, periodo in linea con l’evoluzione delle ricerche tecnico-scientifiche in ambienti terrestri, per iniziare a parlare di Accertamenti Tecnici di Polizia Giudiziaria specifici per l’ambiente subacqueo. In pratica essi tendono a stabilire se è stato commesso un reato e la modalità con le quali è stato consumato, assicurando le fonti di prove con le procedure previste dal codice di procedura penale al fine di infine individuare autori, vittime, testimoni e/o qualsiasi elemento utile alla ricostruzione dell’evento delittuoso. Queste moderne tecniche di repertamento sono ovviamente in continua evoluzione.

La repertazione
Per reperto ci si riferisce a tutto ciò che viene raccolto sulla scena dell’evento, o, che potrebbe fornire informazioni utili alle indagini di Polizia Giudiziaria. Data la diversità di oggetti, materiali e sostanze che devono essere repertati, si deve operare con differenti modalità tenendo presente che il reperto, qualunque sia la natura, non deve essere alterato nella sua composizione, forma e struttura. Un lavoro decisamente complesso in quanto in un ambiente acquatico, la conservazione dei reperti in una scena del crimine viene soggetta ad azioni di compromissione delle loro qualità biologiche, chimiche e fisiche a causa di azioni di diluizione e lavaggio, di deperimento ad opera di microrganismi ed animali acquatici ed ossidanti.

Generalmente gli accertamenti tecnici che si possono effettuare su reperti sono di natura:

balistica;
• dattiloscopica;
• di microscopia elettronica;
• biologica;
• merceologica;
• chimica.

Nel corso del II convegno nazionale relativo a “Accertamenti tecnici di natura forense in ambito subacqueo”, tenutosi a Polignano a mare nel maggio 2018, è stato dedicato un ampio spazio agli accertamenti tecnici impiegati per la ricostruzione di un incidente subacqueo ed all’importante figura del consulente tecnico del Pubblico Ministero per l’esame delle attrezzature subacquee. Tra di essi assumono un’importanza fondamentale gli accertamenti tecnici di natura irripetibile (ai sensi dell’art. 360 c.p.p.) eseguiti sulle attrezzature sottoposte a sequestro e legate a una immersione subacquea sono di fondamentale importanza. In particolare, rientrano i controlli che devono essere effettuati alle apparecchiature inerenti alle immersioni:

• compressori per la ricarica delle bombole quando un utilizzo superficiale o una cattiva manutenzione creano le condizioni di formazione, all’interno delle bombole, di monossido di carbonio, condensa e olii;

• gli ausili per la respirazione che, in caso di cattiva manutenzione possono provocare affanno e intossicazione da anidride carbonica, e, in alcuni casi, se usati in profondità, favorire l’effetto narcotico.

Infine, mediante i grafici dei computer da immersione, utilizzati dalla vittima e dai compagni o istruttori/guide, si possono effettuare confronti che aiutano, insieme a tutti gli altri elementi acquisiti, a ricostruire la dinamica di un incidente con risultati a volte inaspettati.

In sintesi, le forze di polizia giudiziaria in mare come a terra svolgono un’analisi dettagliata che consente di ricostruire la scena dell’incidente e stabilire le eventuali responsabilità. Dopo questa veloce e sicuramente non esaustiva trattazione, torneremo presto sui tanti aspetti trattati parlandone con gli specialisti del caso.  

 

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