If you save the Ocean You save the Planet

NO PLASTIC AT SEA

NO PLASTIC AT SEA

Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

Salve a tutti- Noi crediamo che l'educazione ambientale in tutte le scuole di ogni ordine e grado sia un processo irrinunciabile. Crediamo che l'esempio valga più di mille parole. Siamo arrivati a oltre 4000 firme ma continuiamo con la speranza che la classe politica comprenda l'emergenza in cui siamo, speriamo con maggiore coscienza
seguite il LINK per firmare la petizione

Ultimi articoli

  Address: OCEAN4FUTURE

Dove è finito il tesoro del Dmitri Donkoi? Ritrovata la nave russa scomparsa al termine della battaglia di Tsushima di Andrea Mucedola

livello elementare

.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: guerra russo giapponese

La Russia è sempre stata condannata a lunghi periodi di isolamento  a causa del suo enorme territorio, confinato geograficamente da un clima inclemente per buona parte dell’anno. Le rigide temperature invernali ne bloccano i porti limitando i commerci marittimi e le economie locali. Una limitazione importante che ha sempre condizionato la politica estera del grande impero fino ai giorni nostri, e causato guerre più o meno dichiarate continue negli ultimi tre secoli. Se vogliamo la politica marittima russa potrebbe essere giustificata da questa lotta continua all’isolamento naturale.

Un impero vasto che nel XVIII secolo raggiunse quasi 29 milioni di chilometri quadrati. In epoca zarista la sua economia era pesantemente legata all’agricoltura, con una bassa produttività industriale, per lo più accentrata nei grandi centri, ed una forte significativa di servitù della gleba, che si mantenne fino alla sua abolizione definitiva nel 1861. Sebbene l’economia col tempo seppe industrializzarsi, grazie alle visioni illuminate di alcuni zar, con l’aiuto di investimenti stranieri nelle ferrovie e nelle nascenti fabbriche, gli sbocchi al mare necessari per i commerci marittimi erano di fatto aperti tutto l’anno solo nel mar Nero. In gran parte i porti del Baltico e del Pacifico gelavano d’inverno ed i traffici commerciali erano quindi ostacolati dal generale inverno. Da qui la necessità di affermarsi sul mare, con flotte adeguate supportate da basi navali per il loro rifornimento. Con lo zar Pietro il Grande la marina imperiale russa si evolse, costruendo unità navali di sempre maggiori dimensioni. Incominciò un gioco di espansione, non sempre pacifico, tra diplomazia e piccole o grandi guerre, localizzate nelle regioni costiere dell’Impero, per cercare di rompere il suo isolamento dorato ed affermare la sua ragione di esistere come potenza europea. 

Questi gli antefatti che, come sappiamo, non si sono modificati nel tempo e ancora oggi fanno comprendere alcune scelte del Kremlino. Un recente ritrovamento di una nave zarista nelle acque del Pacifico ci da l’occasione di raccontare una breve guerra tra la Russia imperiale ed il Giappone, sotto gli occhi attenti delle altre potenze. Una storia di mare e di battaglie che il ritrovamento del relitto di questa vecchia nave, il Dmitri Donkoi, ha riportato alla luce.

Dmitri Donkoi

L’impero zarista, al fine di ottenere un porto nell’oceano Pacifico, libero dai ghiacci nei lunghi mesi invernali da destinare come punto di supporto militare e marittimo, individuò una base navale nella provincia di Liaotung, Port Arthur. Tutto fu facilitato dalla fine della prima guerra sino-giapponese quando le nazioni europee si approfittarono della situazione spartendosi i brandelli dell’Impero cinese e, sotto richiesta della Russia, Francia, Gran Bretagna e Germania, intimarono al Giappone di lasciare libera la penisola di Liaodong in cambio di una compensazione di 5 milioni di sterline. Naturalmente tutti ne ricevettero dei vantaggi e vi crearono basi militari e commerciali per i loro commerci. Tra di esse Hong Kong che la Gran Bretagna mantenne fino ai giorni nostri.

E la Russia?
Il grande impero si concentrò su Port Arthur che fu presto raggiunto dalla  ferrovia transiberiana, dopo essere stato “affittato” per 25 anni. Ma politicamente non fu così semplice. Sebbene il Giappone si offrì di riconoscere l’influenza russa sulla Manciuria in cambio del riconoscimento della Corea nella sfera di influenza giapponese, questo non piacque alla Russia.  Il Giappone, dopo aver esaurito tutte le armi diplomatiche, ormai indispettito dalla strafottenza russa decise quindi di entrare in guerra. Il primo obiettivo fu di mettere fuori combattimento la flotta russa del Pacifico, prendendo Port Arthur e invadendo via terra la Manciuria. Iniziò un confronto prudente tra le due potenze: da un lato la flotta nipponica, che si teneva lontana dai territori occupati dai Russi, e dall’altro i Russi arroccati all’interno delle loro basi. 

l’ammiraglio nipponico Togo Heihachiro

L’uomo chiave del momento fu l’ammiraglio Togo Heihachiro che decise di impiegare le mine navali per bloccare i porti nemici. La tattica ebbe successo e la prima vittima fu la possente corazzata Petropavlovsk, ammiraglia della flotta russa, che affondò dopo aver urtato una mina, portando con sé il comandante dell’intera flotta Stepan Makarov. A questo punto la marina zarista cercò di raggiungere la più sicura Vladivostok, ma venne intercettata e sbaragliata nella battaglia del Mar Giallo. Le poche unità superstiti tornarono a Port Arthur sotto il fuoco delle artiglierie di terra nipponiche. Lo zar Nikolaj II fu convinto ad inviare l’intera Flotta del Baltico, cinquanta navi da guerra di base a Kronstadt, nei pressi di San Pietroburgo, per unirsi al resto della flotta del Pacifico ed ingaggiare in battaglia i Giapponesi. 

Nicholas II (1868 – 1918), Photo by Mullins/Keystone/Getty Images

Ancora una volta la limitazione geografica era un fattore pesante da pagare, in particolare quando le distanze erano tali da costringere gli equipaggi ad un viaggio di mesi. Altro errore, voluto dall’ammiraglio Rožestvenskij, capo supremo della flotta imperiale russa, fu l’inserimento di obsolete corazzate che avrebbero dovuto ingaggiare la flotta giapponese in uno scontro d’altri tempi. La flotta russa dovette attraversare il mar Baltico, la Manica, circumnavigare l’Africa, attraversare lo stretto di Malacca per poi spingersi verso Nord Est per raggiungere il porto marittimo di Vladivostok. Un viaggio estenuante che indebolì la forza navale zarista prima del suo arrivo in zona di operazioni. Questi movimenti non rimasero nascosti all’ammiraglio Togo che, avvisato dalle sue spie, ordinò alle sue forze navali di intercettare la flotta russa prima del loro arrivo a Vladivostok, ovvero in quegli stretti che necessariamente sarebbero stati attraversati dalla flotta di Nicolai II.

Fu così che le due flotte si scontrarono nei pressi dell’isola di Tsushima.  

La flotta zarista avrebbe potuto dirigersi verso Vladivostok seguendo rotte diverse passanti attraverso uno di questi tre stretti: La Perouse, Tsugaru o Tsushima. Quest’ultimo sito a metà strada tra l’isola giapponese di Kyūshū e la penisola Coreana.  L’ammiraglio  Rožestvenskij scelse la via minore ovvero quella di Tsushima, sia per accorciare i tempi sia per poter sfruttare le fitte nebbie che in quella stagione coprivano quella zona di mare.

Ma l’ammiraglio Togo, che si trovava nella base di Pusan (Corea), comprese che i Russi sarebbero transitati attraverso l’arcipelago di isole di Tsushima e predispose il suo piano di attacco. La flotta russa, dopo aver navigato in oscuramento (con i fanali di via spenti) per l’intera notte e nelle nebbie dell’alba successiva, era quasi riuscita a superare il blocco dei pattugliatori nipponici quando, al levarsi della nebbia, due navi ospedale russe furono scoperte dalla squadra di incrociatori giapponesi. Nulla valse l’intervento delle corazzate russe.

Il segnale della loro scoperta fu trasmesso all’ammiraglio Togo col telegrafo senza fili, una recente invenzione in dotazione sia alle unità russe che a quelle nipponiche. Sebbene alcuni ufficiali russi consigliarono di disturbare le comunicazioni, l’ammiraglio Rožestvenskij non ritenne di tentare l’azione di disturbo. In realtà sembrerebbe che l’impianto radiotelegrafico installato sull’Ural, definito “ultrapotente”, costruito da una ditta fornitrice tedesca, era in grado di captare solo trasmissioni distanti pochissime miglia, per cui le comunicazioni radiotelegrafiche della flotta russa erano eseguite essenzialmente con dei ricetrasmettitori “Marconi” in grado di funzionare fino a 90 miglia. Questo primo fattore tecnico influenzò non poco l’esito della battaglia che stava per scatenarsi. La rotta delle navi russe era verso N-NE e Togo ordinò alla sua squadra navale di accostare sulla stessa rotta dei russi.

Le due linee di corazzate si portarono a circa 6000 metri e cominciarono a sparare con i potenti cannoni. La flotta giapponese era più addestrata al combattimento e fu in grado di colpire le unità navali russe con grande precisione e maggiore frequenza. La superiorità nipponica era anche legata al tipo di munizionamento progettato per esplodere a contatto contro le infrastrutture delle navi.

I russi usavano invece degli obsoleti proiettili perforanti. Ciò comportò che i giapponesi causarono danni maggiori. Inoltre  i russi procedevano ad una velocità massima di otto nodi a causa delle carene che erano state pesantemente colonizzate dalle incrostazioni marine durante il loro lungo viaggio. La flotta dell’ammiraglio Togo poteva invece raggiungere i sedici nodi. Inutile dire che in poco tempo la linea russa si spezzò.

Fino alla sera del 28 maggio le sue navi furono inseguite dai giapponesi. Tra di esse vi era anche un vecchio incrociatore, il Dimitri Donskoy, comandato dal capitano Ivan Lebedev, che combatté con strenuità contro sei incrociatori nipponici. Sopravvisse al fuoco nemico fino al giorno successivo quando, a causa degli ingenti danni, decise di autoaffondarsi.

Durante la battaglia di Tsushima, l’intera Flotta Russa del Baltico fu persa, mentre i giapponesi persero solo tre torpediniere.

La battaglia segnò la definitiva sconfitta delle aspirazioni russe nel Pacifico e la Russia, grazie alla mediazione del Presidente USA Theodore Roosevelt, sottoscrisse la pace di Portsmouth abbandonando la Corea alla sfera d’influenza giapponese. Storicamente la battaglia di Tsushima fu l’ultimo scontro fra le vecchie corazzate e dimostrò la fattibilità di un combattimento con grossi calibri ingaggiato a grande distanza. Le vecchie corazzate stavano per essere sostituite da un nuovo tipo di navi, tra l’altro ideate dal progettista italiano Vittorio Cuniberti, che furono messe in linea dalla UK Royal Navy: le Dreadnought.

La nave del tesoro
Dopo queste premesse storiche, raccontiamo la sua storia ed arriviamo al ritrovamento del Dmitrii Donskoi. La nave, costruita a San Pietroburgo e consegnata nell’agosto del 1883, era stata inizialmente progettata per un uso mercantile. Come molte navi dell’epoca aveva una duplice  propulsione, a vela ed a vapore. La nave, convertita ad uso militare, trascorse la maggior parte della sua carriera operativa nel Mar Mediterraneo fino a quando fu comandata ad unirsi al Secondo Squadrone del Pacifico della Russia imperiale nel mar Baltico.

Come tante sfortunate navi russe nello scontro di Tsushima, il Dmitrii Donskoi nonostante le sue condizioni di vetustà,  si comportò eroicamente, rispondendo al fuoco giapponese e riuscendo alla fine a sfuggire alla forza navale di Togo. Dopo il disimpegno, aveva tentato di dirigersi verso il porto russo di Vladivostok ma, a causa dei gravissimi danni e dell’impossibilità di proseguire, il capitano della nave aveva deciso di ancorarsi al largo dell’isola di Ulleungdo per sbarcare a terra i sopravvissuti. Poi, il mattino seguente, 29 maggio 1905, viste le condizioni della nave aveva dato l’ordine estremo di autoaffondarla al largo, per non farla cadere in mano nemica.

I membri dell’equipaggio furono presto fatti prigionieri dalle forze da sbarco giapponesi e lo stesso capitano Lebedev, gravemente ferito, morì.

Dopo poco tempo si sparse la voce che il Dmitrii Donskoi stava trasportando l’intera riserva d’oro del secondo squadrone russo del Pacifico, un enorme tesoro del valore di miliardi di dollari. Sarà vero o si tratterà di uno dei tanti miti del mare?  Secondo le fonti russe odierne, il tesoro forse non è mai esistito.

Il ritrovamento
Il relitto del Dmitrii Donskoi, dopo oltre un secolo, è stato ritrovato a circa 480 metri di  profondità ad un miglio dall’isola sudcoreana di Ulleungdo. Una compagnia coreana di salvataggio marittimo, la Shinil Group di Seul, ha affermato che la nave potrebbe contenere ancora 200 tonnellate di oro per un valore vicino ai 134 miliardi di dollari attuali. La nave è stata scoperta ed identificata da uno dei sommergibili della compagnia che ha potuto fotografarne il nome scritto a poppa in caratteri cirillici.

Vero o falso?
In passato si era già parlato del presunto ritrovamento del Dmitrii Donskoi e nel 2000, il Daily Independent aveva riportato che una compagnia sudcoreana aveva scoperto negli abissi un carico d’oro del valore di 125 miliardi di dollari, la più grande scoperta marittima di tutti i tempi. 

immagine di fantasia .. esisterà davvero il tesoro russo?

Ovviamente non era così. Il Shinil Group ha cercato per anni il luogo preciso del relitto con l’aiuto di un team di esperti della Corea del Sud, Cina, Gran Bretagna e Canada, ed ora le loro aspettative si sono finalmente realizzate. Nelle profondità degli abissi è stato ritrovato ed identificato il relitto. Le riprese foto-video della compagnia mostrano ora immagini che confermano, senza ombre di dubbio, la sua identità, gli ingenti danni subiti, la sua ancora, i cannoni e le infrastrutture di coperta ormai colonizzate, nonostante la grande profondità, dalla vita marina.

Ed il tesoro? A seguito della notizia del ritrovamento, la reazione russa è stata immediata: “È fuori discussione che [la nave da guerra] avesse barre d’oro nella sua stiva, perché era pratica della Russia mandare oro in Estremo Oriente su vagoni ferroviari speciali“, ha riferito Sergei Klimovsky, segretario scientifico del museo navale centrale di San Pietroburgo. In realtà questo potrebbe essere vero in quanto, nel 1993, sommozzatori giapponesi scoprirono il relitto dell’ammiraglio Nakhimov nelle stesse acque del Dmitri Donskoi, ma non vi trovarono alcun tesoro.

La ricerca dell’oro continua ma forse la scoperta di questa vecchia nave, che aveva combattuto come una vecchia leonessa sotto un fuoco impari, vale più del suo presunto tesoro.

PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE

print

(Visited 160 times, 1 visits today)
Share

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Legenda

Legenda

livello elementare articoli per tutti

livello medio articoli che richiedono conoscenze avanzate

livello difficile articoli specialistici

Translate:

Traduzione

La traduzione dei testi è fornita da Google translator in 37 lingue diverse. Non si assumono responsabilità sulla qualità della stessa

La riproduzione, anche parziale, a fini di lucro e la pubblicazione e qualunque altro utilizzo del presente articolo e delle immagini contenute è sempre soggetta ad autorizzazione da parte dell’autore che può essere contattato tramite

infoocean4future@gmail.com


If You Save the Ocean
You Save Your Future

OCEAN4FUTURE

Salve a tutti. Permettimi di presentare in breve questo sito. OCEAN4FUTURE è un portale, non giornalistico, che pubblica articoli e post di professionisti e accademici che hanno aderito ad un progetto molto ambizioso: condividere la cultura del mare in tutte le sue forme per farne comprendere la sua importanza.

Affrontiamo ogni giorno tematiche diverse che vanno dalla storia alle scienze, dalla letteratura alle arti.
Gli articoli e post pubblicati rappresentano l’opinione dei nostri autori e autrici (non necessariamente quella della nostra redazione), sempre nel pieno rispetto della libertà di opinione di tutti.
La redazione, al momento della ricezione degli stessi, si riserva di NON pubblicare eventuale materiale ritenuto da un punto di vista qualitativo non adeguato e/o non in linea per gli scopi del portale. Grazie di continuare a seguirci e condividere i nostri articoli sulla rete.

Andrea Mucedola
Direttore OCEAN4FUTURE

Chi c'é online

4 visitatori online

Ricerca multipla

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Filter by Categories
Archeologia
Associazioni per la cultura del mare
Astronomia e Astrofisica
Biologia
Cartografia e nautica
Chi siamo
Conoscere il mare
Didattica
disclaimer
Ecologia
Emergenze ambientali
Fotografia
Geologia
geopolitica
Gli uomini dei record
I protagonisti del mare
Il mondo della vela
L'immersione scientifica
La pesca
La pirateria
La subacquea ricreativa
Lavoro subacqueo - OTS
Le plastiche
Malacologia
Marina mercantile
Marine militari
marine militari
Materiali
Medicina subacquea
Meteorologia e stato del mare
Normative
Ocean for future
OCEANO
Oceanografia
per conoscerci
Pesca non compatibile
Programmi
Prove
Recensioni
Relitti Subacquei
Reportage
SAVE THE OCEAN BY OCEANDIVER campaign 4th edition
Scienze del mare
Sicurezza marittima
Storia della subacquea
Storia Navale
subacquea
Subacquei militari
Sviluppi della scienza
Sviluppo compatibile
Tecnica
Uncategorized
Uomini di mare
Video

For English readers

 


Do you like what you read and see on our site? OCEAN4FUTURE is a free blog, totally  independent, followed by million of people every year. Although mostly written in Italian Language,  ALL posts may be read in English, and other 36 languages.


We consistently publish Ocean news and perspectives from around the World that you may don’t get anywhere else, and we want to be able to provide you an unfattered reading.

Support us sharing our post links with your friends and, please consider a one-time donation in any amount you choose using one of the donation link in the portal.

Thanks  and stay with us.

OCEAN4FUTURE

 i nodi fondamentali

Follow me on Twitter – Seguimi su Twitter

Tutela della privacy – Quello che dovete sapere

Share