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Capitan Bavastro, storia di un corsaro ligure al servizio di Napoleone di Andrea Mucedola

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII – XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Napoleone, corsaro
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Parliamo oggi di un personaggio storico poco conosciuto ma non meno interessante nella grande storia marittima del bel Paese, Giuseppe Bavastro, marinaio e corsaro al soldo dei Francesi.

Giuseppe Bravastro nacque nel maggio 1760 da padre spagnolo, don Michele, assunto dal Governo Sardo per effettuare dei lavori nel porto di Nizza, ed una giovane ligure, Maria Geronima Parodi, nobildonna sampierdarenese, che da Nizza, dove si era trasferita col marito, volle partorire nella sua città. Si narra che la donna partorì in spiaggia ed il bimbo fu lavato nell’acqua di mare. Fu poi riportato per mare a Nizza sul veliero a tre alberi, comandato dallo zio Giobatta, un battello chiamato l’Intrepido. Non sapremo mai se l’aria di mare ed il vento entrarono nella sua vita al punto di forgiare quello spirito ribelle e testardo che lo caratterizzò tutta la vita. Di fatto sembra che fosse la disperazione dei genitori che alla fine lo imbarcarono su una fregata francese ‘L’Aigle Marine’, con la speranza che la vita dura dei marinai, con fatiche e disagi, lo aiutassero a darsi una regolata. Per due anni girò i mari mediterranei fino in Oriente. Quando sbarcò venne descritto come dotato di capacità marinare di prim’ordine, salute di ferro, audacia e coraggio a tutta prova ma con scarso senso della disciplina. Caratteristiche che lo accompagnarono in tutta la sua vita.

ex voto scontro tra sciabecchi algerini e liguri – Museo Galata Genova www.sullacrestadellonda.it

Tornato a casa, si arruolò nei dragoni di Savoia, dove strinse fraterna amicizia con Andrea Massena, futuro generale napoleonico. Di fatto fu un periodo di grandi scelte personali, guidate dal suo carattere ribelle che lo pose sempre in disaccordo con la famiglia.

Capitan Bavastro

Si sposò contro il parere del genitore con una nizzarda, Annette Feisolle, scelta che comportò il suo allontanamento dalla famiglia ed il trasferimento dallo zio Giobatta a Genova (proprio quello che lo aveva riportato da neonato a Nizza). Lo zio gli affidò la goletta “La Nizzarda”, un’imbarcazione da cento tonnellate per il trasporto di orzo, grano, frumento dalla Sicilia e Spagna. Sceltosi l’equipaggio, come d’uso, selezionò i migliori marinai scelti tra quelli meno raccomandabili, ed iniziò a girare il Mediterraneo su rotte poco raccomandabili, dove nessuno osava commerciale a dei corsari e pirati.

Durante uno di questi commerci, un giorno si scontrò con una feluca di pirati algerini nel mare di Spagna; avendo solo  quattro cannoni contro trenta, si fece abbordare dai pirati e , quando di fianco sparò una bordata che la affondò sugli scogli delle Columbretes. Un’altra interessante versione riporta che Bavastro si portò all’arrembaggio impossessandosi della feluca e  riuscendo poi a portarla a Genova dove fu rivenduta a Giuseppe Maria Balbi. Il Balbi la ribattezzò poi “ Vittoria” usandola per trasportare derrate ed orzo sulla rotta con la Sicilia.

Qualunque sia stata la versione corretta, Bavastro  divenne a Genova presto una  leggenda e si mise in proprio  commerciando tabacco e grano. Non disdegnò di fare lavori sporchi dove poteva comunque trarre facili guadagni. La Rivoluzione francese,  seguita dal periodo del Terrore, aveva causato una fuga di nobili e ricchi borghesi e Bavastro si rese disponibile per aiutare ad  espatriare  i condannabili alla ghigliottina … in grado di pagare il viaggio. Con i proventi aumentò la sua flotta inizialmente come armatore e poi comandante della polacca “La Invitta” e  della nave “Jolie  Faisolle”, dal nome della moglie, questa volta per trasportare approvvigionamenti per le truppe francesi di Nizza e Tolone.

Tra le sue numerose navi vi furono: la  “San Pietro”  e le polacche da 200 tonnellate la “Saint Josef” e la “Prince Eugéne”, che vennero poi  affondate dagli Inglesi davanti al porto di Genova; inoltre  la “Santa Geronima, due sciabecchi entrambi  chiamati col nome di “Massena” e le fregate “N.S. Belvedere” e l’“Heroique” con la quale “mercatò, trasportò truppe e combatté più volte contro gli Inglesi, riuscendo sempre vincitore”.

Tra le tante navi anche un brigantino, armato con equipaggio di settanta uomini per approvvigionare le guarnigioni Francesi della Catalogna ma anche per operazioni di “corsa”. Da buon corsaro, si scontrò con tre legni da guerra inglesi che lo disalberarono. Bravastro, prima di abbandonare il suo veliero, accese una miccia lunga alla Santa Barbara. Gli Inglesi saliti a bordo per prendere possesso della nave saltarono tutti in aria.

Divenne quindi  corsaro del governo francese, pagato e protetto dalle regole della Corsa

Marinaio dell’epoca rivoluzionaria. La divisa rispecchia quella dell’epoca precedente: Veste blu senza code e bottoni in rame Cappello in feltro nero, perde la coccarda bianca e compare l’ancora Mantiene la fascia rossa in vita I pantaloni si allungano e vengono confezionati in panno a righe, rosse o tricolori i più usati Anche la camicia è spesso e volentieri a righe tricolori Il figurino è rappresentato con una sciabola d’abbordaggio modello 1783. I capelli sono raccolti in una coda e incipriati e come tradizione, che proseguirà ancora per molto tempo, porta dei vistosi orecchini in oro (Tavola di Goichon 1937)

Questo rapporto, se vogliamo privilegiato, lo portò ad essere l’armatore di uno dei quattro convogli di supporto alla spedizione napoleonica, che Bavastro eseguì senza richiedere compenso. I Francesi non lo ringraziarono adeguatamente e, dopo aver ricevuto il servizio, gli tolsero il Comando giustificando il fatto che era analfabeta. Ma Bravastro continuò a mantenere una cieca ammirazione per Napoleone Bonaparte da cui, alla fine, ottenne soddisfazioni e riconoscimenti che lo portarono, pochi anni dopo, a rischiare tutto  a favore del vecchio amico Massena  durante l’assedio di Genova  nell’anno 1800.

Genova era sotto assedio da terra dalle soldataglie austro-russe (circa  60 mila soldati accampati sull’Appennino) e, dal mare, dalla flotta inglese dell’ammiraglio Brown che la rendeva  praticamente impossibile da approvvigionare. Capitano Bavastro, sfuggendo al blocco inglese, portò con le sue piccole navi da cabotaggio viveri, armi e messaggi. Avendo la famiglia a Genova, Bravastro (moglie e cinque figli) forzò il blocco navale con la velocissima feluca “Intrepide” carica di grano riuscì a forzare il blocco ma, inseguito da una fregata inglese, fu affondato. Questo episodio, non certo di successo, alimentò la sua fama. Ma il bello doveva ancora arrivare. 

bombardamento di Genova

Da metà maggio la flotta inglese, approfittando del buio, si avvicinava tutte le notti alla costa e bombardava la città creando oltre al panico numerosi morti. Il 21 maggio, parte dei trenta legni da guerra – tra cui la ammiraglia di Keith, il “Minotaure”, furono affrontati da Bavastro al comando di una galea genovese accompagnata da alcune unità minori tra cui una nave che era stata regalata al Banco di San Giorgio dalla famiglia Raggio, equipaggiata con ben 115 galeotti ai 50 remi, ed armata – oltre la ciurma – di 40 granatieri liguri e sei ufficiali, e di tre soli cannoni (due da 24 libbre ed uno da 36). Lo scontro, sebbene inizialmente vittorioso, dopo l’effetto sorpresa, girò al peggio.   

l’ammiraglio inglese Keith

La fregata “Aurora” comandata da Beaver con 14 lance circondarono la galea rendendo impossibile difendersi ulteriormente. Bravastro si buttò in acqua e fingendosi morto riuscì ad arrivare a terra. L’attacco disperato dei Genovesi comportò l’arretramento al largo della flotta inglese e quindi la cessazione del bombardamento notturno su Genova. In seguito a ripetute prove di coraggio e di perizia marinaresca e militare, Bavastro ricevette la nomina a capitano di fregata della Repubblica genovese e il comando dell’unità principale di Genova, la galera Prima

Altra impresa lo vide, in una notte di  burrasca, il 15 aprile 1800, forzare ancora il blocco per portare su un gozzo il Capo di Stato Maggiore francese,  generale Oudinot a Loano da Suchet, comandante il settore centrale dell’Armata francese. Sulla via del ritorno gli inglesi cercarono di intercettarli ma , ancora una volta  Bavastro  li beffò sbarcando i passeggeri a Cornigliano. Il  22 maggio, i cannoni della flotta inglese e degli  austriaci Coronata, presero nuovamente San Pier d’Arena sotto un violento fuoco d’artiglieria. 

la resa di Genova

Il 2 giugno Massena accettò di trattare la resa. In una cappelletta a metà del ponte di Cornigliano, attorno ad un piccolo tavolo, presero posto il generale Ott, l’ammiraglio inglese Keith, Massena e il ministro Luigi Crovetto per la Repubblica Ligure. Dall’impresa dell’assedio, conclusosi il 4 giugno 1800 con l’onore delle armi, l’amico generale Massena fu autorizzato a lasciare la città con i suoi averi e gli amici (tra cui il marchese Luigi Serra, futuro ammiraglio della Marina sarda. Bravastro ebbe attestati di benservito ma “senza palanche” e privo del suo naviglio. Tornato  a Marsiglia dalla madre, riprese subito il mare per fare il corsaro contro gli  inglesi. Amava dire  “rubare è peccato, ma rubare ai ladri, no”. Un mestiere che sapeva fare benissimo e dopo mesi tornò ricchissimo. A risollevarlo, ci pensò anche un’ingente somma proveniente dalla dote di  nuove nozze a Malaga, con Mariquita Hudson de Merida.

Quando Napoleone intraprese il blocco economico inglese, non poté non chiamare il Bavastro a dirigere quella guerra di corsa dove ogni preda diveniva bottino, Nel periodo 1803-1805  con l’Intrépide, guadagnò 2,5 milioni di franchi, catturando due navi inglesi ed un altro bastimento. I successi continuarono e Napoleone diede al Bavastro la patente internazionale, ulteriori premi, esenzioni tasse per le nuove costruzioni e la possibilità di innalzare la bandiera genovese anziché quella francese. Ogni preda era poi rivenduta al miglior offerente. D’altronde in qualsiasi porto entrasse, c’era sempre qualcuno che comperava la nave e la merce, senza badare alla provenienza, pecunia non olet dicevano i Romani.

Bravastro, l’analfabeta, l’astuto corsaro, odiato dagli Inglesi, temuto per la sua audacia al limite della pazzia, fu riconosciuto da Napoleone come “l’unico ammiraglio vittorioso”. Per meriti marittimi e di guerra, da Bonaparte gli fu riconosciuta “l’ascia d’abbordaggio d’onore” una delle massime onorificenze marinare dell’impero francese. Un fatto non comune, in quanto Napoleone non amava la Marina che vedeva come una forza perdente rispetto alle forze terrestri. Bravastro gli restò fedele e sembra che fu proprio lui a progettare un audace piano per portare via Napoleone dall’Elba. Ma la disperata avventura durò solo pochi mesi, ovvero sino alla tragica sconfitta di Waterloo. Ormai l’epoca napoleonica veniva spazzata via dalla Restaurazione che fece piazza pulita di tutti coloro che avevano servito fedelmente Napoleone.

Anche Bavastro, per i suoi noti precedenti, fu rimosso e venne rifiutato anche dalla Regia Marina Sarda (la sua fama di predatore non lo favorì). Curioso il fatto che lui aveva addestrato Serra, che divenne poi un grande ammiraglio della Regia Marina Sarda.  Luigi Serra (1774-1849), futuro viceammiraglio della Regia Marina sardo nonché zio dell’ammiraglio e senatore italiano Francesco Serra (1801-1877), era imbarcato nel 1788 come novizio sulla marina mercantile e passò nella militare nel maggio 1801, come insegna di vascello ausiliario e tenente dello sciabecco comandato proprio da Nicolò Bavastro, cugino di Giuseppe. Fu un valoroso ufficiale della marina francese e poi, pensionato dalla Repubblica, il 16 agosto 1815 fu ammesso nella marina sarda come TV provvisorio e il 1° settembre partecipò all’occupazione della Capraia al comando di una galera.  Divenne poi viceammiraglio.

Gli ultimi anni di Bravastro
Dopo la morte della moglie,  con la caduta napoleonica, si trasferì  in Sud America, mettendosi a disposizione del rivoluzionario Simon Bolivar con la nave “Poupé”, armata in America, naturalmente continuando a predare inglesi, nord americani e spagnoli. Alla fine provò a ritirarsi a New Orleans e a dirigere una piantagione. Bravastro non poteva restare troppo lontano dal mare. Il suo richiamo lo spingeva nelle calde ed umide notti tropicali a riprendere l’onda. Rientrato in Europa, diede  suoi servigi al comandante in capo francese, ammiraglio Guy-Victor Duperré, nella spedizione di Algeri, sia nella predisposizione della scorta all’imponente convoglio di cinquecentosettanta due navi che trasportavano il corpo di spedizione, sia nella scelta del luogo dello sbarco. Ottenne quindi in Algeri la carica di capitano del porto. La vaga conoscenza della lingua araba ed il buon senso gli procurarono la fama di giusto amministratore.

Ma era un uomo stanco, la vita incominciava a scorrere velocemente, e fu proprio in Algeria che il 10 marzo 1833, ormai settantatreenne, morì a seguito di una caduta da cavallo; si racconta che esalò il suo ultimo respiro cercando inutilmente il mare attraverso la finestra. L’indomito, testardo marinaio si spegneva così in  terra straniera … lontano da quell’elemento che aveva sfidato tutta la sua vita, forse  il suo grande amore. Sembra che le sue ultime parole furono: « Aprite le finestre, voglio vedere il mare».

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Riferimenti

Molte informazioni sulla storia del Capitan Bavastro sono state attinte da questo link 

– AA.VV.-Enciclopedia dei Liguri illustri-ERGA-vol.2-ritratto

– Brizzolari C. – Storia di Genova sul mare-Vallecchi-1981-vol.2-pag.289

– Cappi G.- Genova e le due riviere-Rechiedei.1892-pag.343

– Perri F. Capitan Bavastro- Milano, Garzanti, 1944; Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006, ISBN 88-498-1544-1 Garzanti 1952-

– Ronco – Genova tra Massena e Napoleone – Sagep.88-pag.34.39.96.113.162

– Quacquarelli – Tavernese. Il corsaro di Napoleone– Mursia, 2007, ISBN 8842539333 

– Tuvo, Campagnol – Storia di Sampierdarena-D’Amore,1975- pag.98

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