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Breve storia del Corpo delle Capitanerie di Porto – parte I

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX – XXI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Guardia Costiera, Capitaneria di Porto
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Il Corpo delle Capitanerie di Porto, appartenente alla Marina Militare italiana, ha una lunga storia ricca di episodi, anche se talvolta poco conosciuti, di eroismo e amor patrio. Attingendo dal ricco materiale istituzionale, ho preparato questo piccolo contributo per dare un giusto riconoscimento all’eccellente lavoro che uomini e donne del Corpo effettuano ogni giorno per il mare e per la nostra sicurezza. 

Una storia antica
Il Corpo delle Capitanerie di porto è l’espressione di quelle Magistrature speciali marittime alle quali, fin da epoche remote, era affidata la disciplina della navigazione, la tutela dei naviganti, l’amministrazione e la cura dei porti. L’origine delle moderne Capitanerie si può individuare nel XI secolo. Passato l’anno Mille con i suoi incubi e le sue tristezze, rifioriscono nuove speranze e nuovi ideali, per cui non tarda a ridestarsi nella nostra gente la passione del navigare. All’avanguardia di questo rigoglio di vita sono, naturalmente, le città marinare, le cui navi si spingono verso lidi sempre più lontani, mentre in Patria si creano nuove leggi del mare e si istituiscono i magistrati che debbono applicarle. Il diritto del mare, a poco a poco, si adegua alle conquiste del veicolo “nave”, uno dei principali strumenti di ricchezza, di potenza e di vittoria. Le varie consuetudini vengono raccolte in un unico corpo di dottrine; il diritto assume in tal modo consistenza, si afferma e varca il confine dello Stato per seguire la nave. Sotto nomi diversi sorgono così, nelle Repubbliche marinare, speciali Magistrature che presto si affermano e si consolidano.​​​​

Ordinamenti Marittimi degli Stati italiani

repubblichemarinare.jpgGli ordinamenti marittimi delle nostre Repubbliche marinare, adeguandosi ai tempi, furono così acquisiti dagli antichi Stati Italiani. Nel Granducato di Toscana era il Capitano del Porto di Livorno che dirigeva gli affari della marina mercantile ed aveva la sorveglianza sui porti. Nel Regno delle Due Sicilie la vigilanza sulla navigazione, la polizia ed i porti erano di competenza ​del Ministro della Marina; nei più importanti porti furono istituite Commissioni marittime composte dal Capitano di Porto e dal Controllore dei dazi. Negli Stati Sardi l’Amministrazione della Marina Mercantile era affidata a Consoli e Vice Consoli; il servizio dei porti a Capitani e Ufficiali di Porto. Consoli e Vice Consoli, eredi delle più antiche tradizioni delle Repubbliche marinare, erano funzionari civili e si dovevano occupare, oltre che dei servizi periferici della marina mercantile, della sanità marittima. Capitani e Ufficiali di Porto erano, invece, militari; appartenevano al Corpo di Stato Maggiore dei Porti, con ordinamento e gerarchia eguali a quelli dello Stato Maggiore della Regia Marina ed avevano il comando e la direzione dei servizi tecnici e della polizia dei porti.​​​​​

Dalla fondazione alla I guerra mondiale

Il 20 luglio 1865, con l’emanazione del Regio Decreto 2438, a firma del re Vittorio Emanuele, iniziò ufficialmente la storia del Corpo delle Capitanerie di Porto. Con l’unificazione e la proclamazione del Regno d’Italia, fu necessario riorganizzare l’amministrazione marittima piemontese: il giovane Corpo assommava le attribuzioni amministrative proprie dei Consoli di Marina, funzionari civili eredi delle più antiche tradizioni delle Repubbliche marinare e quelle d’ordine militare del Corpo di Stato Maggiore dei Porti, cui spettava la direzione dei servizi tecnici e di polizia. Nel 1866 fu annesso il Veneto, con la conseguente istituzione del Compartimento Marittimo di Venezia, mentre nel 1870, dopo l’annessione di Roma e del Lazio fu istituito il Compartimento Marittimo di Civitavecchia. Il Corpo era composto da funzionari civili che indossavano la divisa del Commissariato di Marina con alcune varianti. La formazione avveniva sul campo, con un periodo di prova presso le Capitanerie di Genova, Napoli, Palermo o Venezia. Nel 1910, con il Regio Decreto n. 857 dell’otto dicembre, fu istituito l’Ispettorato del Corpo delle Capitanerie di Porto, con sede a Roma, presso la Direzione Generale della Marina mercantile di piazza della Minerva, dando una spiccata autonomia e personalità all’ufficio del Capitano Ispettore, l’organo centrale di coordinamento dell’organizzazione.

La Capitaneria di porto di Valona, costituita sin dal 1914 per il controllo e il potenziamento di quel porto strategico in vista di un intervento italiano nei Balcani – dal libro del C.te Vignani

Il primo conflitto mondiale, la militarizzazione ed il dopoguerra
In molte occasioni il personale del Corpo aveva fornito un indispensabile supporto, per l’organizzazione dei porti e degli sbarchi, alla Regia Marina, come nel caso delle operazioni belliche durante la guerra di Libia nel 1911-1912. Il processo di militarizzazione del Corpo fu accelerato dall’entrata in guerra dell’Italia nella Prima guerra mondiale. Nel 1915, infatti, il Corpo fu provvisoriamente militarizzato. Nell’ultimo anno di guerra il Decreto Luogotenenziale n. 161 del 3 febbraio 1918 prolungò tale status fino a sei mesi dopo la fine del conflitto ma nel 1919 intervenne la definitiva militarizzazione, con il Regio Decreto Legge 2349. La militarizzazione si dimostrò un provvedimento più che opportuno durante il conflitto, poiché il Corpo fu impegnato in molteplici attività a supporto della guerra, come la vigilanza sull’applicazione delle rigide norme di limitazione alla navigazione in tutto l’Adriatico e nello Jonio. Alcuni Ufficiali delle Capitanerie di Porto, integrati nel reggimento Marina, operarono sul fronte lagunare di Grado e dopo la rotta di Caporetto, nel basso Piave. Altro personale del Corpo fu impiegato in Albania e in Dalmazia durante il regime d’occupazione.

Alla fine della guerra, con l’annessione della Venezia Giulia, si assorbirono nell’amministrazione delle Capitanerie di porto le istituzioni asburgiche dei Governi Marittimi, una sorta di doppio Ministero della Marina Mercantile, con sede a Trieste e a Fiume, rispettivamente competenti per la parte austriaca e ungherese dell’Impero. Esse disponevano di numeroso personale civile locale, in parte assorbito nell’amministrazione delle Capitanerie di Porto, come impiegati civili in un ruolo a esaurimento: per molti decenni le Capitanerie della Venezia Giulia ebbero una rilevante presenza di personale civile.

Con il Regio Decreto 3235 del 1923, vennero istituite le Direzioni marittime, alle quali fu demandato un certo numero di competenze, in precedenza riservate al Ministero. Con lo stesso provvedimento, cessato il periodo transitorio seguito alla fine della guerra, il litorale giuliano- istriano- dalmata fu incorporato a tutti gli effetti nell’amministrazione marittima italiana, in seno alla nuova Direzione Marittima di Trieste, con le dipendenti Capitanerie di Trieste, Pola e Zara. Pochi mesi dopo, con Regio Decreto del 16 luglio 1924, fu istituita anche la Direzione marittima del Carnaro, con sede a Fiume, in seguito all’annessione della città all’Italia nel 1924. Fiume ebbe dal compartimento di Pola alcuni porti come Laurana ed Abbazia. Il compartimento marittimo di Zara invece passò alla Direzione marittima di Ancona.

Distintivo di categoria creato per i sottufficiali (oro) e i militari di truppa (rosso) della categoria “Portuali”, istituita con R.D. 13 gennaio 1931, n. 724

Mantenuta la militarizzazione, il Corpo delle Capitanerie di Porto – i cui ufficiali nel frattempo avevano assunto le stesse denominazioni di grado comuni ai corpi tecnici ed amministrativi della Marina – fu definitivamente inserito nella Regia Marina. Per quanto concerne gli aspetti stipendiali, è interessante notare come nei salari fossero previste delle indennità per alcune sedi disagiate, che all’epoca erano molte, a causa dell’imperversare della malaria. Le sedi interessate erano situate in ben sette regioni, compresi centri urbani importanti, come Taranto, Brindisi, Porto Torres, Lampedusa ecc. Il personale destinato nelle colonie godeva di un’indennità particolare e di un’indennità di missione.

Le Capitanerie coloniali

massaua.jpg

Prescindendo dall’Etiopia, priva di sbocco al mare e dalla concessione di Tientsin in Cina, affacciata sul fiume Pei-ho, tutte le altre colonie italiane erano dotate di litorale marittimo. Fin dal 23 marzo 1884 fu istituito un Ufficio di porto ad Assab, primo nucleo della colonia Eritrea, presenziato da personale dell’amministrazione finanziaria, così come lo fu, poco tempo dopo, la Capitaneria di Massaua. Le Capitanerie della Libia e dell’Africa Orientale erano alle dipendenze del Ministero delle Colonie, poi Ministero dell’Africa Italiana, con alcune attribuzioni demandate ai Governatori locali, mentre il compartimento marittimo di Rodi, in considerazione del particolare status delle isole del Dodecanneso, fu posto alle dipendenze del Ministero degli Esteri. Durante la guerra italo-turca – come vent’anni dopo durante le operazioni in Africa Orientale – le Capitanerie coloniali furono chiamate ad un intenso lavoro d’organizzazione dei convogli di navi mercantili in partenza per le zone di operazioni e a dare una nuova struttura ai servizi portuali.

Per la Tripolitania e la Cirenaica, dove l’attività marittima era molto sviluppata, fu opportuna la promulgazione di un apposito Codice della marina mercantile coloniale, adeguando la normativa nazionale – pur senza eccessive indulgenze – alle esigenze ed alle consuetudini dei traffici locali; nel 1928 esso fu esteso all’Egeo e nel 1933 anche all’Eritrea ed alla Somalia. In Somalia e in Eritrea non erano state costituite Direzioni Marittime, ma solo Capitanerie. Massaua era definita “autonoma” e il suo comandante, a norma del Decreto Governatoriale n.5149 del 26 novembre 1930, aveva il titolo di “Capo dei servizi marittimi e portuali della Colonia Eritrea“, mentre quello di Mogadiscio (D. G. n. 8141 del 9 giugno 1930) era “Direttore dei servizi marittimi della Somalia“.

Il Colonnello di porto Giuseppe Vignani, ultimo comandante del porto di Tripoli, in divisa coloniale, davanti all’arco di Marco Aurelio, nell’agosto del 1942

Con la Seconda guerra mondiale, l’impero coloniale si sgretolò: nel 1941 fu persa l’Africa Orientale, fra il 1942 e i primi mesi del 1943 la Libia e nell’autunno del 1943 le isole dell’Egeo. Il personale delle Capitanerie non rimpatriato, divenne prigioniero di guerra. Per le esigenze belliche, i porti della Libia ebbero un intenso traffico navale nel corso del conflitto, accompagnato da un importante impegno organizzativo delle Capitanerie di Porto. Il personale destinato nelle colonie seguì la sorte della colonia stessa. Molti furono fatti prigionieri. Migliore sorte ebbero i comandanti della Tripolitania come il Colonnello Giuseppe Vignani, che nell’imminenza della caduta di Tripoli(23 gennaio 1943), alla testa di un nucleo di collaboratori scelti, provvide alla distruzione delle opere portuali e dei mezzi non trasportabili, perché non cadessero funzionanti in mano nemica, poi ripiegò verso la Tunisia e, alcuni giorni dopo, raggiunse la Sicilia a bordo del cacciatorpediniere Granatiere. Con la proclamazione dell’armistizio la maggior parte del personale delle capitanerie venne improvvisamente a trovarsi senza istruzioni e in territori controllati dalle truppe tedesche.

Capitanerie ed emigranti 
Già il Regolamento d’esecuzione al Codice della Marina Mercantile ottocentesco prevedeva un’apposita Commissione, composta da un medico di porto e da un ufficiale di porto, che doveva visitare le navi destinate ai viaggi transoceanici per il trasporto degli emigranti. Questa commissione aveva la facoltà di impedire la partenza di navi non idonee. Solo con la legge n. 23 del 31 gennaio 1901 furono istituiti gli Ispettori viaggianti, accompagnatori degli emigranti nel viaggio stesso. Il flusso migratorio verso territori non italiani si arrestò nel ventennio fascista ma dopo la Seconda guerra, il problema fu riesaminato, in previsione di una ripresa del flusso verso l’America; di conseguenza fu istituita nuovamente la figura del Commissario Governativo, un Ufficiale delle Capitanerie di porto, incaricato di accompagnare gli emigranti durante il viaggio, vigilando sull’osservanza di tutte le disposizioni a loro tutela e benessere. I viaggi per mare a scopo emigratorio si ridussero sempre di più nei decenni seguenti, fino a scomparire definitivamente con l’avvento del mezzo aereo alla fine degli anni settanta.

La II guerra mondiale 
Nella prima parte della guerra il Corpo diede un concorso fondamentale nell’organizzazione dei porti per il fabbisogno di guerra e si estese anche nei territori via via occupati (Francia, Jugoslavia, Grecia, Tunisia), con la creazione di nuovi uffici di porto.

ammiraglio vignani tripoli.jpgDopo l’otto settembre 1943, il Re e il Governo lasciarono Roma, con la conseguente occupazione tedesca dell’Italia centro settentrionale e di Roma stessa. Nelle vicissitudini della fondazione della Repubblica Sociale Italiana, il Corpo sì trovò diviso in due amministrazioni, come l’Italia, con la costituzione a Verona, presso il colà trasferito Ministero delle Comunicazioni, del Comando generale del Corpo della Repubblica Sociale Italiana e a Taranto del suo omologo al sud, presso il governo regio.  Alcuni ufficiali del Corpo si distinsero nella lotta contro l’occupante nazista. Il capitano di porto Dante Novaro condusse operazioni di spionaggio al Nord per conto del Governo del Sud; il colonnello Giuseppe Massimo, comandante di Portoferraio, si rifiutò di aderire alla R.S.I. Entrambi, catturati, finirono i loro giorni nel campo di concentramento di Mathausen. L’organizzazione delle Capitanerie del Sud, nel territorio sotto il controllo alleato, fu retta dall’ammiraglio Aldo Ascoli dal gennaio del 1944 al 1946. Ascoli era stato uno degli alti Ufficiali della Marina colpito nel 1938 dalle leggi razziali perché ebreo e posto in congedo assoluto. Fuggì da Pescara a metà novembre del 1943, con la famiglia, a bordo di un motopeschereccio e dopo varie peripezie arrivò a Bari, presentandosi al Governo. Ripreso il servizio nella base navale di Taranto, fu nominato Comandante Generale del Corpo delle Capitanerie di Porto dell’Italia liberata.

Intanto il personale ministeriale della R.S.I. destinato al ministero delle Comunicazioni di Verona, negli ultimi tempi dell’effimera repubblica, seguì le sorti dello spostamento nel capoluogo lombardo del governo di Mussolini. Alla data della Liberazione, 25 aprile 1945, gli uffici della Direzione Generale della Marina Mercantile di Milano, nei quali era compreso il Comando Generale del Corpo, non scomparvero ma confluirono, almeno per la parte strettamente amministrativa, nel Commissariato Civile per la Marina Mercantile dell’Alta Italia, incaricato di gestire l’amministrazione marittima di una parte d’Italia che per quasi due anni aveva avuto strutture separate dall’altra parte. Nei mesi successivi alla fine della guerra detto Commissariato Civile fu sciolto ed assorbito nella Direzione Generale di Roma, ritornata nella storica sede demaniale del Ministero di piazza della Minerva, oggi biblioteca del Senato.

Fine Parte I 

 

informazioni e testi reperiti dal sito istituzionale. Per chi volesse approfondire la storia del Corpo delle Capitanerie di Porto consiglio la lettura di questo comprensivo saggio del Comandante Stefano Vignani. 

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