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La terribile storia dei sopravvissuti dell’Essex: cannibalismo in alto mare nel XIX secolo di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: naufragio, Oceano Pacifico

Ci sono storie oscure avvenute in mare, talmente terribili da essere considerate inenarrabili. Dimostrazioni che la disperazione può portare l’Uomo a istinti bestiali per la sua sopravvivenza. Racconto oggi una storia di mare, avvenuta nei primi anni dell’ottocento all’equipaggio di una nave baleniera americana, l’Essex, di base a Nantucket, Massachusetts. La racconteremo con grande rispetto per quelle vittime, sia per quelle che perirono in mare sia per quelle che sopravvissero a quei 95 giorni. 

Una vecchia nave nell’immenso oceano Pacifico a caccia di balene
Era il 1820 quando una nave baleniera, la Essex, sotto il comando del capitano George Pollard, Jr., dislocata in oceano Pacifico fu attaccata ed affondata da una balena. Durante i 95 giorni in cui i venti sopravvissuti restarono in mare, la pazzia colse quei disperati che arrivarono a nutrirsi dei corpi di cinque marinai. Ma non finì qui. Dopo essersi resi conto che non ce l’avrebbero mai fatta, tirarono a sorte per determinare chi avrebbero sacrificato in modo che gli altri potessero vivere. In tempi diversi solo otto sopravvissuti furono salvati. Tra di loro il primo ufficiale Owen Chase e il ragazzo di cabina Thomas Nickerson che descrissero il loro calvario nei loro sconvolgenti resoconti. Ma raccontiamo la loro storia dall’inizio.


L’Essex era una vecchia nave, varata nel 1799 ma considerata dai suoi armatori  molto produttiva. Nell’ambiente superstizioso dei balenieri era considerata una nave fortunata. Nel 1820 il capitano George Pollard, Jr. e il suo primo ufficiale, Owen Chase, era stato assegnato al suo comando. Pollard aveva solo 29 anni, per cui era considerato un ufficiale promettente uno degli uomini più giovani che avesse mai ricevuto il comando di una nave baleniera. Non di meno era Owen Chase, che aveva solo 23 anni. La nave era datata (vent’anni) ma era stata completamente rinnovata per essere impiegata per la caccia alle balene. Con un dislocamento di 239 tonnellate di peso, distribuiti su 27 metri di lunghezza, era forse piccola per essere destinata come porta barche baleniere. Ne aveva addirittura quattro, ciascuna di circa 28 piedi (8,5 m) di lunghezza, ed una di riserva sotto i ponti. Queste barche erano costruite in clinker, con assi che si sovrapponevano l’un l’altro piuttosto che aderire a lato dello scafo come le normali scialuppe. Fu con queste premesse che a metà di agosto del 1819, l’Essex salpò da Nantucket per una dislocazione di due anni e mezzo nel Pacifico, al largo della costa occidentale del Sud America, per raggiungere i siti di caccia alle balene.

La navigazione non fu facile. Solo due giorni dopo la sua partenza incontrò una tempesta che spezzò la vela di velaccio e distrusse due delle barche baleniere, danneggiandone una terza.  A quell’epoca non esisteva il canale di Panama per cui le navi erano costrette a passare al largo di Capo Horn. La Essex lo attraversò nel gennaio del 1820 dopo un  lungo transito di cinque settimane, un tempo maggiore di quello normalmente richiesto per un tale viaggio. In combinazione con l’inquietante incidente precedente, l’equipaggio incominciò a parlare di cattivi presagi. La nave baleniera raggiunse finalmente le calde acque dell’Oceano Pacifico meridionale ed iniziò la lunga caccia primaverile ed estiva andando verso nord lungo la costa occidentale del Sud America fino ad Atacames, nella Reale Udienza di Quito governata dalla Spagna (l’odierno Ecuador). La popolazione di cetacei nella zona ridotta a causa della caccia indiscriminata e l’Essex decise di navigare verso un nuovo territorio appena scoperto, noto come “terra offshore”, situato a 5-10 gradi di latitudine sud e 105-125 gradi di longitudine ovest, nel Pacifico meridionale, a circa 2.500 miglia nautiche a sud e ad ovest, ad una enorme distanza dalle coste conosciute per i balenieri.

Per rifornire le scorte di cibo per il lungo viaggio, l’Essex navigò verso l’isola Charles (in seguito ribattezzata Isola Floreana) nelle  isole Galápagos. L’8 ottobre l’equipaggio dovette riparare una falla al largo di Hood Island (oggi conosciuta come isola Española). Dai resoconti di bordo emerse che per rifornirsi di cibo, cacciarono per sette giorni catturando 300 tartarughe giganti delle Galapagos. Questa mattanza proseguì anche in seguito. I marinai le catturavano vive e le conservavano come carne fresca a bordo lasciandole vagare per la nave; i marinai credevano che esse fossero in grado di vivere per un anno senza mangiare o bere acqua per cui le povere bestie lentamente morivano di fame. La loro carne era deliziosa ed estremamente nutritiva per cui integrava le scarse riserve di cibo di bordo.

Durante la sosta all’Isola di Charles, avvenne un incidente causato da uno dei timonieri di bordo, Thomas Chappel, che decise di accendere il fuoco non tenendo conto che erano nella stagione secca, dove anche una piccola scintilla poteva causare grossi problemi. E così fu. Il fuoco si scatenò ed i marinai scesi a terra per cacciare, furono costretti a correre attraverso le fiamme per fuggire. Quando gli uomini tornarono nell’Essex, quasi l’intera isola stava bruciando. Il capitano Pollard giurò di punire chi l’avesse scatenato. Di fatto dopo un giorno intero di navigazione, il fuoco era ancora visibile all’orizzonte. L’incendio fu così grave che Thomas Nickerson, il membro più giovane dell’equipaggio alla partenza aveva solo 14 anni) dopo molti anni tornò a Charles Island trovando solo una terra incolta; osservò nel suo resoconto: “Da allora non sono apparsi alberi né arbusti né erba“.

Quando l’Essex raggiunse le zone di pesca, migliaia di chilometri a ovest del Sud America, i cacciatori non riuscirono a trovare balene per giorni e la tensione scoppiò tra gli ufficiali di bordo. Quando finalmente fu avvistata una balena, il 16 novembre, l’incontro fu decisamente di impatto. Un capodoglio emerse direttamente sotto la barca baleniera di Chase distruggendola. Alle otto del mattino del 20 novembre 1820 le tre baleniere rimanenti partirono per inseguire un branco di capodogli. Sul lato sottovento dell’Essex, la baleniera di Chase aveva arpionato una balena, ma la sua coda colpì la barca costringendo l’equipaggio a tagliare il cavo dell’arpione e ritornare  all’Essex per le riparazioni. A 2 miglia dal lato sopravvento, il Capitano Pollard e le barche del secondo ufficiale arpionarono una balena e furono  trascinate lontano dall’Essex.

Owen Chase era un giovane ufficiale a bordo della baleniera dell’Essex quando lasciò Nantucket nell’agosto del 1819. Questa immagine, di autore sconosciuto, lo raffigura durante la sua giovinezza. online tramite Associazione Storica Nantucket.

Fu l’inizio della fine. Mentre Owen Chase, a bordo della nave, stava riparando la sua baleniera che era stata danneggiata dal cetaceo, l’equipaggio vide una balena di grandi dimensioni che agiva in modo poco usuale. Giaceva immobile sulla superficie di fronte alla nave, quasi mirandola. Poi cominciò a nuotare verso la nave, prendendo sempre più velocità con immersioni poco profonde. La balena speronò la Essex e poi si immerse sotto di lei. Poi affiorò a dritta e Chase si preparò ad arpionarla dal ponte. Da abile marinaio si rese però subito conto che il cetaceo si trovava troppo vicino al timone e che una sua reazione inconsulta avrebbe potuto distruggerlo. In seguito Owen Chase nel suo resoconto dell’accaduto riportò queste frasi: ″I turned around and saw him about one hundred rods [500 m or 550 yards] directly ahead of us, coming down with twice his ordinary speed of around 24 knots, and it appeared with tenfold fury and vengeance in his aspect. The surf flew in all directions about him with the continual violent thrashing of his tail. His head about half out of the water, and in that way he came upon us, and again struck the ship.

L’urto della balena fu violentissimo, la balena penetrò all’interno dello scafo per poi liberarsene mentre la nave imbarcando acqua incomincio ad affondare velocemente. Chase e gli altri marinai cercarono freneticamente di aggiungere il sartiame necessario per alzare la vela all’unica baleniera rimasta, mentre altri correvano sotto per raccogliere tutti gli aiuti di navigazione che riuscivano a trovare. Ancora Chase racconta che la barca del capitano Pollard fu la prima a raggiungere i naufraghi: “The captain’s boat was the first that reached us. He stopped about a boat’s length off, but had no power to utter a single syllable; he was so completely overpowered with the spectacle before him. He was in a short time, however, enabled to address the inquiry to me, “My God, Mr. Chase, what is the matter?” I answered, “We have been stove by a whale.

La nave baleniera Essex affondò rapidamente a circa 2.000 miglia nautiche ad ovest delle coste del Sud America. Una distanza da raggiungere importante per quei sopravvissuti che potevano contare solo su delle scialuppe. Dopo aver passato due giorni a recuperare tutte le scorte che potevano, i venti marinai partirono con le loro tre piccole barche baleniere in direzione delle isole Marchesi, che distavano circa 1200 miglia ad ovest dall’ultima posizione. Il Capitano George Pollard intendeva raggiungerle ma l’equipaggio, guidato da Owen Chase, temeva che quelle isole potessero essere abitate da cannibali e convinse il resto dell’equipaggio a dirigersi verso il Sud America. Non essendo in grado di navigare a causa dei forti venti alisei, le barche avrebbero dovuto navigare verso sud per 1.000 miglia prima di poter sfruttare i venti Westerly per dirigersi verso il Sud America,  a circa 3.000 miglia verso est.

Una scelta sbagliata
Il cibo e l’acqua furono razionati fin dall’inizio, ma la maggior parte del cibo era non utilizzabile essendo stato immerso nell’acqua di mare. I sopravvissuti mangiarono comunque questo cibo salato nonostante aumentasse la loro sete. Ci vollero circa due settimane per consumarlo tutto, costretti a bere la loro stessa urina. Oltre ai problemi di sopravvivenza, si aggiunsero quelli tecnici. Le barche baleniere non erano state progettate per affrontare viaggi di quel tipo per cui si aprirono non poche falle ed i marinai dovettero impegnarsi in continue riparazioni.

Il viaggio dell’equipaggio dopo il naufragio dell’Essex li portò oltre 4300 miglia attorno al Pacifico meridionale. Immagine originale per gentile concessione della Library of Congress, modifiche di Bryan Van Deusen / Wreck of the Whale Ship Essex

I naufraghi erano allo stremo quando avvistarono l’isola disabitata di Henderson Island, nel territorio britannico delle Isole Pitcairn. Ironia della sorte se fossero sbarcati a Pitcairn, a 104 miglia a sud-ovest, avrebbero ricevuto aiuto dai sopravvissuti di HMS Bounty che vivevano ancora lì. Sull’isola di Henderson, i sopravvissuti trovarono una piccola sorgente d’acqua dolce, e gli uomini si nutrirono di uccelli, granchi, uova e peperoni. Dopo una settimana, avevano in gran parte esaurito le risorse alimentari dell’isola e il 26 dicembre, si resero conto che sarebbero morti di fame se fossero rimasti molto più a lungo. Solo tre uomini – William Wright, Seth Weeks e Thomas Chappel, gli unici membri dell’equipaggio che non erano nativi di Nantucket, optarono per restare sull’isola. I restanti membri dell’equipaggio dell’Essex ripresero il viaggio il 27 dicembre, sperando di raggiungere l’isola di Pasqua.

Dopo soli tre giorni avevano esaurito i granchi e gli uccelli che avevano raccolto  sull’isola di Henderson per il viaggio,  ed erano rimasti solo con una piccola riserva di pane, proveniente dalle provviste raccolte sull’Essex. Il 4 gennaio stimarono di essersi allontanati troppo a sud dell’isola di Pasqua per poterla raggiungere e decisero di raggiungere l’isola di Más che era stata il rifugio del marinaio Alexander Selkirk, dal 1704 al 1709, e si pensa abbia ispirato Daniel Defoe nel suo romanzo Robinson Crusoe scritto nel 1719. Stremati dalla fame e dalle privazioni, uno per uno, iniziarono a morire. La barca baleniera di Chase trasportava anche Richard Peterson, Isaac Cole, Benjamin Lawrence e Thomas Nickerson e si separò dalle altre durante un’improvvisa raffica di vento. Peterson morì il 18 gennaio e fu sepolto in mare, cucito nei suoi vestiti, come consuetudine tra i marinai. L’8 febbraio morì anche Cole. Con il cibo esaurito, i sopravvissuti decisero di mantenere il suo corpo a bordo e, dopo una discussione, decisero di ricorrere al cannibalismo. Il 18 febbraio, 89 giorni dopo che l’affondamento dell’Essex, l’Indian, una nave  baleniera inglese, individuò e salvò i sopravvissuti.

Ma cosa era accaduto alle  barche di Pollard e Hendricks?
La barca di Obed Hendricks trasportava i membri dell’equipaggio William Bond e Joseph West che esaurirono le loro scorte alimentari il 14 gennaio. La barca del comandante Pollard trasportava Lawson Thomas, Charles Shorter, Isaiah Sheppard, Samuel Reed, Owen Coffin (cugino di Pollard), Barzillai Ray e Charles Ramsdell. 

I sopravvissuti finirono il cibo il 21 gennaio 1820. Lawson Thomas era morto il 20 gennaio e gli altri membri della baleniera decisero che non avevano altra scelta che mantenere il suo corpo a  bordo per nutrirsi. Charles Shorter morì il 23 gennaio mentre Isaiah Sheppard il 27 gennaio e Samuel Reed il giorno dopo. Poco più tardi, le due baleniere si separarono e quella di Obed Hendricks non fu mai più vista. Si presume che i tre uomini morirono di fame e di stenti in mare e, probabilmente, la loro baleniera fu ritrovata spiaggiata nell’isola di Ducie, appena ad est dell’isola di Henderson, con gli scheletri di tre persone all’interno.

Sebbene fu sospettato si trattasse della barca di Obed Hendricks, con i resti dei tre marinai (Hendricks, Bond e West), i loro corpi non furono mai identificati. Il 1 febbraio anche sulla barca del comandante Pollard il cibo terminò e la situazione dei sopravvissuti divenne disastrosa. Gli uomini ormai impazziti dalle sofferenze e dalla fame tirarono a sorte per determinare chi sarebbe stato sacrificato per la sopravvivenza degli altri. Un giovane di nome Owen Coffin, il diciassettenne cugino del capitano Pollard, fu sorteggiato come vittima e, ironia della sorte, il suo boia (anche lui estratto a sorte) fu proprio il suo giovane amico Charles Ramsdell. Ramsdell lo uccise sparandogli e … come in un film del terrore … tutti ne consumarono il corpo. L’11 febbraio anche Ray morì ed il comandante Pollard e Ramsdell continuarono il loro viaggio verso le coste dell’america meridionale nutrendosi dei resti degli sventurati.

Thomas Nickerson in vecchiaia

Il 23 febbraio, dopo 93 giorni dopo l’affondamento dell’Essex, in vista della costa sudamericana, furono salvati dalla nave da guerra Dauphin. Inutile dire che Pollard e Ramsdell erano ormai completamente impazziti al punto che inizialmente non si accorsero del Dauphin che li aveva affiancati e furono presi dal terrore quando videro i loro soccorritori. Nel frattempo, dopo aver passato alcuni giorni a Valparaíso, Chase, Lawrence e Nickerson erano stati trasferiti sulla fregata U.S.S. Constellation. Dopo essere stati informati che tre dei sopravvissuti dell’Essex erano rimasti a Henderson Island, le autorità marittime inviarono la nave mercantile Surry a salvarli. Il 17 marzo, Pollard e Ramsdell si riunirono con Chase, Lawrence e Nickerson.

La loro tragica storia fu rivelata dai resoconti del primo ufficiale Owen Chase e del ragazzo di cabina Thomas Nickerson. Chase rimase a casa per sei mesi e con l’aiuto di uno scrittore fantasma, raccontò la storia dell’Essex in un libro intitolato The Narrative of the More Extraordinary  and distressing Shipwreck of the Whale-Ship Essex. Furono proprio questi resoconti ad ispirare Herman Melville a scrivere il suo famoso romanzo Moby Dick. Herman Melville in seguito ipotizzò che sarebbero tutti sopravvissuti se avessero seguito la raccomandazione del Capitano Pollard di recarsi a Tahiti.

Una storia terribile del mare.

 

         

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2 commenti

  1. 25/05/2018    

    Praticamente questo articolo è il riassunto del mio libro “Il naufragio della baleniera Essex e la leggenda di Moby Dick” publicato recentmente e vincitore di un primo premio. Mi complimento con l’autore perché cita i testi originali in inglese mentre io mi sono presa la briga di trardurli dopo aver ricevuto i testi dalla Nantucket Historical Association e dalla Harvard University. Ma ha almeno letto il mio libro ?

    • 26/05/2018    

      No ma grazie di avermelo segnalato, provvederò al più presto ad inserirlo nei riferimenti. In realtà la storia mi fu segnalata da un amico statunitense quando vivevo negli Stati Uniti. Molte delle informazioni le ho reperite sui testi originali e riviste locali. Il mare raccoglie davvero storie incredibili.

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