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Il relitto del Santa Lucia, storia di una tragedia del mare di Andrea Mucedola

livello elementare
.
ARGOMENTO: RELITTI
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: relitti

 

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© Photo Massimo Mandorino

Vi sono relitti, conosciuti da molti subacquei, che hanno una storia che merita di essere raccontata. Oggi parliamo del piroscafo Santa Lucia il cui relitto venne individuato da Raimondo Bucher, nel 1959, a circa 46 metri di profondità.

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Tipo Relitto Traghetto inizialmente in servizio come nave ospedale e poi come nave trasporto e passeggeri
Nazionalità Italiana
Varo Ancona, 1912
Stazza Lorda 452 Tonnellate
Data Naufragio 10 Luglio 1943
Causa Affondamento Attacco da parte di aerei nemici
sito Nord-Ovest di Punta Eolo, isole pontine
Profondità massima circa 47 metri
Profondità minima 39 metri
Comandante Cosimo Simeone
passeggeri ed equipaggio circa 100

Storia
Costruita nel 1912 dai cantieri del Tirreno di Ancona per la Compagnia Napoletana di Navigazione a Vapore la nave era in origine un piccolo piroscafo passeggeri in servizio sulle linee che collegavano Napoli e le isole del golfo. Agli inizi del 1916, nell’ambito dell’operazione per il salvataggio dell’esercito serbo in ritirata attraverso i porti dell’Albania, la Regia Marina decise di dotarsi di tre ulteriori navi ospedale (oltre alle cinque già in servizio), ed una delle unità requisite allo scopo fu proprio la Santa Lucia. Al termine dei lavori, nel luglio 1916, era in grado di ospitare 100 posti letto e fu adibita a compiti di nave ospedale per il trasporto dei tanti feriti dalle linee del fronte ad ospedali situati a maggiore distanza (ad esempio, dal fronte dell’Isonzo agli ospedali di Venezia), navigando lungo la costa. Nel corso del suo servizio come nave “ambulanza” la Santa Lucia compì complessivamente 12 missioni, trasportando in tutto 1438 tra feriti e malati. Secondo alcune fonti, la Santa Lucia fu impiegata come nave “ambulanza” sino al 1919, quando fu restituita agli armatori per riprendere servizio nel golfo di Napoli il 24 giugno 1919, per conto del Servizio Navigazione di Stato. In seguito svolse servizio di collegamento tra Ponza, Ventotene, Santo Stefano e Gaeta tre volte alla settimana, trasportando merci, passeggeri e posta, e venne soprannominato «il tram dei Ponzesi».

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Il 25 maggio 1940, poche settimane prima dell’entrata in guerra dell’Italia, il Santa Lucia fu requisito a Napoli dalla Regia Marina ed iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato. Al piroscafo gli fu dato il numero F 73 e venne adibito inizialmente a compiti di nave scorta, dragamine, vedetta ed alla fine come postale di collegamento. La nave venne dipinta in grigio militare, in modo da essere meno visibile, ed armata con un cannone da 76/40 Mod. 1917, collocato a prua. Durante il suo ultimo periodo trasportava i passeggeri da Gaeta a Ponza e Ventotene.

L’attacco
Il 23 luglio 1943 la nave, in navigazione al largo di Ventotene venne attaccata e mitragliata da aerei, che tuttavia si ritirarono dopo essere stati bersagliati dalle batterie contraeree di Ponza.

404_Sqn_RCAF_Beaufighters_Feb_1945.
Dopo l’attacco il piroscafo giunse a Ponza tra tardo pomeriggio e sera del 23 luglio. Alle otto del mattino del 24 luglio 1943 il Santa Lucia, al comando del capitano di lungo corso Cosimo Simeone e con a bordo un centinaio di persone tra passeggeri civili equipaggio e personale militare,  lasciò Ponza per Ventotene con un ritardo di due ore  L’equipaggio, dopo l’attacco del giorno precedente, si aspettava una nuova azione da parte degli aerei nemici e,  dopo un paio d’ore di navigazione, intorno alle dieci del mattino, il piroscafo, a circa  due miglia da Ventotene, in prossimità di Punta Eolo e degli scogli delle Sconciglie, venne nuovamente attaccato da quattro aerosiluranti britannici Bristol Beaufighter, decollati da Tunisi per una ricognizione armata.

capsimeonecosimo(1)A  seguito del loro avvistamento da parte della vedetta dell’aletta di plancia di dritta, il comandante capitano di lungo corso Cosimo Simeone (nella foto a lato) ordinò che tutti si rifugiassero sottocoperta, nel salone di terza classe, ordinando di virare a dritta, in modo da avvicinarsi il più possibile all’isola di Ventotene. Il primo degli aerei compì un ampio giro e mitragliò la nave, che aveva messo le macchine avanti tutta; il comandante Simeone accostò più volte cercando di avvicinarsi alla vicina spiaggia di Parata Grande, ed evitò un primo siluro. Con un’altra contromanovra il Santa Lucia evitò anche un secondo siluro, sganciato da un altro aereo ma i velivoli continuarono a mitragliare lo scafo colpendo la timoniera rendendo la nave ormai non più governabile.

Il piroscafo proseguì quindi senza governo, virando leggermente verso dritta ma uno degli aerei britannici sganciò un terzo siluro, che andò a segno a centro nave, sul lato sinistro, proprio in corrispondenza della sala macchine. Fu la fine, la nave spezzata in due dall’esplosione della caldaia s’inabissò in meno di un minuto. Si dice che non ci fu onore da parte dell’allora nemico. Secondo alcune fonti, dopo l’affondamento, i velivoli britannici mitragliarono i rottami ed i naufraghi del piroscafo, ostacolando così anche l’opera dei soccorritori. Poco fecero le barche di Ponza che giunsero immediatamente sul posto per raccoglierli. Da parte di una motozattera tedesca, scampata all’attacco sebbene danneggiata ed incendiata, furono recuperati solo cinque superstiti, tra cui il comandante Simeone (che morì pochi giorni dopo a causa delle ferite riportate), il mozzo Luigi Ruocco, il motorista Francesco Aprea, che si era gettato in mare al primo attacco, il carabiniere Vincenzo Moretti, ustionato, ed il fante Fernando Capoccioni, che aveva riportato fratture ad entrambe le gambe. Secondo alcune fonti, dopo l’affondamento, i velivoli britannici mitragliarono anche i rottami ed i naufraghi del piroscafo, ostacolando così anche l’opera delle barche giunte in soccorso.

Una tragedia mai dimenticata
L’affondamento del Santa Lucia ebbe un impatto particolarmente pesante sulla popolazione ponzese in quanto un gran numero delle vittime erano civili che tornavano a casa per aiutare le famiglie nei tempi del raccolto, altri erano pendolari,  altri ancora giovani coppie di ritorno dal viaggio di nozze.

sant aluciaQuesto evento drammatico ferì dolorosamente le famiglie dell’arcipelago laziale e, nonostante siano passati tre quarti di secolo, l’anniversario dell’affondamento viene ancora commemorato grazie al Comitato delle Famiglie delle Vittime del “Santa Lucia”.

In ricordo delle vittime fu inaugurato, il 24 luglio 2003, un monumento nel piazzale antistante la caserma della Guardia di Finanza di Ventotene. Il relitto, ritrovato da Bucher nel 1959, si trova circa due miglia a nordovest di Punta Eolo (Ventotene), ad una profondità di compresa tra i 39 ed i 46 metri con il troncone di prua capovolto sul fondale, ad una profondità di 39 metri, mentre quello di poppa, fortemente sbandato sul lato sinistro, alla profondità di circa 46 metri.

piantina-AMP-isole-di-ventotene-e-Santo-StefanoTra i due tronconi vi è un’area caratterizzata da una grande quantità di rottami che fanno comprendere la dinamica dell’affondamento. La stessa caldaia della nave a causa dell’esplosione fu proiettata lontano a mezzo miglio ad est del relitto. Nel libro “Raimondo Bucher – La vita di un pioniere degli abissi nella cronaca del suo tempo”, a cura di Luciana Civico Bucher e Fabio Vitale.  Editrice La Mandragora, 2011, viene descritta l’eccezionale scoperta del comandante Bucher. Ricordo che eravamo nel 1959.

Ma cosa resta del relitto?
Questo video girato sul relitto parla da solo: la zona centrale è oggi ridotta ad un ammasso contorto di lamiere; a poca distanza si osserva la poppa, a circa 90 gradi rispetto alla prua, coricata sul lato di babordo. Le immersioni vanno fatte,  come sempre, sotto la guida di diving qualificati. Non si tratta di un’immersione semplice e l’uscita dalla curva di sicurezza è da tenere in debita considerazione.

I resti del relitto si incominciano a vedere a circa una ventina di metri dal fondo che si presenta pianeggiante con sedimento sciolto. La sagoma scura ed imponente del relitto si stacca e si possono osservare piccole praterie di posidonia e rocce sparse. La lenta e devastante azione erosiva ha aggredito in più parti le lamiere del relitto, ma parecchie strutture sono ancora integre e ben conservate. Il fondale degrada da 39 a 46 metri verso la poppa, angolata rispetto alla linea di chiglia del relitto da dove si suggerisce di partire. La tuga poppiera è ancora in ottime condizioni, con argani e sovrastrutture di vario tipo. Seguendone il profilo della poppa si raggiunge l’area centrale dove pesci anche di larga taglia possono essere osservati.

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Fiancheggiando la prua per tutta la lunghezza del suo profilo longitudinale è possibile intravedere le due grandi ancore, ancora inserite nelle loro cubie. I momenti drammatici dell’affondamento compaiono nei nostri occhi. Feriti dalle mitragliate dei bombardieri, i passeggeri e l’equipaggio cercarono probabilmente riparo nei settori interni e non poterono sfuggire  al loro destino. Un’immersione suggestiva, da fare sempre in sicurezza e con grande rispetto per le vittime di questo dramma del mare. Non a caso, una richiesta di recupero del relitto fu osteggiata dai Ponzesi che, da uomini e donne del mare,  vollero che i loro cari riposassero in pace negli abissi del loro arcipelago.

 

 

 

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