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Ching Shih, la signora di Canton, storia della più grande pirata dei mari della Cina di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: PIRATERIA
parole chiave: Cina
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Parliamo oggi di una donna pirata, Ching Xianggu, un personaggio realmente esistito la cui vita avventurosa nei primi anni del diciannovesimo secolo fu raccontata da molti narratori dell’epoca. Nacque così il mito della signora di Canton, di una donna che seppe governare per molti anni un’immensa flotta di pirati che operò incontrastata nel mar cinese meridionale.

Una curiosità: Il suo personaggio fu mostrato nel film “Pirati dei Caraibi”, come la potente Mistress Ching, uno dei Nove Lord.


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Xiang Gu nacque nel 1775 nel Guangdong. Come tante giovani donne di famiglie povere fu venduta e divenne una prostituta in un piccolo bordello a Guangzhou, nella regione di Canton. Durante un’incursione fu catturata dai pirati e nel 1801 sposò Cheng I, il più famoso pirata dei mari della Cina. Cheng era un pirata d’hoc, in quanto la sua famiglia apparteneva ad una famiglia di pirati le cui origini criminali risalivano alla metà del XVII secolo. Dopo il matrimonio, la giovane Xiang Gu partecipò pienamente alla attività del marito Cheng Yi, ed alla creazione di una potente alleanza tra i pirati cantonesi. Cheng fu  in grado di creare una delle flotte più potenti della Cina, la “Red Flag Fleet”, ovvero “La flotta dalla bandiera rossa” composta da oltre 300 navi con 40,000 uomini. Nel 1804, questa coalizione era una forza formidabile, la più potente flotta di pirati in tutta la ragione.

Il 16 novembre 1807, Cheng I fu ucciso da un tifone in Vietnam e Gu divenne Ching Shih (qualcosa vicino a “vedova di Ching”), assumendo il comando della grande flotta anche grazie alle sue non comuni doti di leadership. In maniera a dir poco machiavellica incominciò a coltivare le giuste amicizie per far riconoscere dai suoi rivali il suo stato di “successore del marito” e consolidare la sua posizione di leader massimo. Immaginiamoci la situazione sociale di quell’epoca, una donna sola che doveva mantenere il potere in un ambiente prettamente maschilista e certamente non di educande. Tramite due membri della famiglia di Cheng, il nipote Cheng Pao-yang ed il figlio di suo cugino Cheng Ch’I, costruì una robusta struttura di comando, basata sull’antica lealtà giurata dai vari comandanti al defunto marito.

Un compito non facile in quanto una gestione quasi militare della flotta richiedeva la delega di determinate funzioni a persone di fiducia. Quando Ching Shih assunse il comando si rese subito conto che aveva bisogno di qualcuno in grado di aiutarla a gestire le operazioni quotidiane della flotta, rimanendole fedele  e, nel contempo, in possesso del carisma necessario per essere  accettato con la dovuta deferenza dai capi pirati. L’uomo prescelto fu Cheung Po Tsai, figlio di un pescatore, catturato da Cheng I alla giovane età di 15 anni ed arruolato nella sua ciurma. Cheung Po era salito rapidamente nei ranghi della flotta rossa ed era stato infine adottato da Cheng I che lo aveva trattato come un figlio legittimo e prescelto come erede.

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Ching Shih doveva essere ancora donna di gran fascino e non fu difficile per lei far innamorare il giovane Cheung Po e sposarselo. Dal matrimonio nacque anche un figlio quando lei aveva un’età compresa tra i 32 ed i 35.  Cheung Po Tsai morì  all’età di 36 per cause sconosciute, ma Ching Shii continuò a gestire la sua flotta che, sotto il suo comando, stabilì un’egemonia nel mar cinese meridionale e, in alcuni casi, anche imponendo  imposte sugli insediamenti costieri. La flotta della bandiera rossa di Ching Shih, gestita con fermezza e regole scritte, non poteva essere sconfitta ne dai funzionari cinesi della dinastia Qing, ne dalla marina portoghese e nemmeno dagli inglesi. La sua forza era in quel codice delle leggi con cui gestiva la sua flotta. Richard Glasspoole, un ufficiale della compagnia dell’India orientale, disse  che il codice ” “gave rise to a force that was intrepid in attack, desperate in defense, and unyielding even when outnumbered“.

Nel 1810, un’amnistia fu offerta a tutti i pirati dal governo cinese e Ching Shih decise saggiamente di accettarla, terminando così la sua avventurosa carriera. Con le grandi ricchezze accumulate aprì una casa da gioco e morì di morte naturale nel 1844 all’età di 69 anni.

Codice delle leggi

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Dopo che Ching Shih assunse la guida della flotta, iniziò  il suo processo di unione della flotta emettendo un codice delle leggi. In realtà alcuni studiosi pensano che il vero artefice fu Cheung Po Tsai, che aveva scritto un codice composto da tre regolamenti, chiamato san-t’iao, solo per la propria flotta, ma fu Ching Shih a renderlo esecutivo. Con Ching Shih il codice fu rigorosamente applicato in tutta la sua flotta che comprendeva centinaia di navi, suddivisa in squadriglie ognuna con un comandante locale. Nessuna variante era ammessa. In estrema sintesi, solo Ching Shih poteva dare ordini, chiunque avesse dato ordini non discendenti da lei o contrari doveva essere decapitato. Il bottino doveva esser versato con regole prestabilite nel fondo pubblico, nessuno doveva rubare dal fondo pubblico o da qualsiasi villaggio che rifornisse i pirati. Tutte le merci prese come bottino dovevano essere catalogate, il bottino doveva essere registrato e poi distribuito secondo canoni precisi. Il comandante che aveva effettuato la razzia  aveva diritto al venti per cento ed il resto era inserito nel fondo comune. Il denaro del bottino era consegnato al capo della squadriglia locale, che ne dava solo un piccolo importo al sequestratore, in modo che il rimanente potesse essere utilizzato per acquistare le forniture per le navi danneggiate. Secondo Philip Maughan, primo tenente di vascello della HC Bombay Marine, che arrivò in quelle acque nel 1806, e descrisse dettagliatamente nei suoi scritti gli usi locali, la punizione per il trattenimento di una parte di bottino era la fustigazione della schiena, in caso questa offesa si fosse ripetuta  veniva applicata la pena di morte. Va compreso che l’offesa non era tanto il valore ma il non rispetto della regola.

Nessuna pietà ma regole speciali per le donne
Il codice di Ching Shih aveva regole speciali per le donne prigioniere. La prassi standard era quella di liberare le donne, ma non era raro che i pirati facessero delle più belle prigioniere le loro concubine o mogli. Secondo la legge di Ching Shih se un pirata prendeva una moglie doveva esserle fedele. Quelle prigioniere ritenute non attraenti erano rilasciate o, se abbienti, ne veniva chiesto un riscatto. I pirati che violentavano le prigioniere erano messi a morte, ma se vi era stato consenso, il pirata veniva decapitato e alla donna venivano legate alle gambe due palle di cannone e veniva gettata fuoribordo. Le violazioni di altre parti del codice erano punite con la fustigazione, la messa ai ferri o la prigione. I disertori o quelli che avevano lasciato senza autorizzazione il loro posto avevano le orecchie tagliate e venivano portati di fronte all’equipaggio schierato come esempio.

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giunca cinese della flotta di Ching Shih, con a riva, la bandiera rossa

Molte informazioni sugli usi dei pirati cinesi vennero narrate dai racconti di un certo Turner, catturato dai pirati nel dicembre 1806, e detenuto fra di loro per più di cinque mesi. Durante questa prigionia Turner fu trattato esattamente come gli altri prigionieri cinesi. Poi non essendoci risposta alle richieste di riscatto, subì violenze fisiche ma soprattutto psicologiche. Turner è ancor oggi una fonte di informazioni dettagliatissime sulla pirateria nei mari della Cina sotto Ching Shih. Secondo Turner il numero totale di navi pirate sulla costa meridionale della Cina era stimato da 500 a 600. Queste erano giunche di ogni dimensione, di cui la maggioranza era compresa tra le 70 a 150 tonnellate, con caratteristiche molto simili a quelle dei commercianti locali e quindi facilmente confondibili. Prima dell’arrembaggio i pirati alzavano a riva la bandiera rossa della flotta caratteristica della flotta. L’armamento standard dei pirati era costituito da pistole ed armi da taglio, con lance e spade corte poco più di 45 centimetri (diciotto pollici) di lunghezza. Turner riferisce che il pirata più importante del pericolo fu proprio la mistress di Canton, Ching Shih, e la sua ambizione andò di pari passo con la sua fortuna, “finché aspirò“, disse Turner, «non meno che al potere reale, se non imperiale». Di fatto per liberarsi da quei pirati guidati da una donna,  all’imperatore cinese non restò che ricorrere all’amnistia.

 

Andrea Mucedola

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1 commento

  1. 27/04/2020    

    Bell’articolo…. complimenti Andrea

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