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Petizione OCEAN4FUTURE

Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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L’importanza delle soste di sicurezza profonde: ripensamenti sui profili di risalita per immersioni con decompressione di Richard L. Pyle – Parte I

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livello elementare
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ARGOMENTO: SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: sicurezza

 

la sosta di sicurezza ha ancora senso? photo credit andrea mucedola

Abbiamo letto nei giorni scorsi un interessantissimo articolo del dottor Zanon del SIMSI che metteva in discussione la necessità di effettuare, oltre le soste di decompressione, i deep stop (soste profonde). Per par condicio e dovuta conoscenza, pubblichiamo un articolo, scritto nel 1997 dal dottor Richard Pyle, il biologo marino che sviluppò la teoria che sulla base delle sue osservazioni suggeriva l’effettuazione delle soste profonde.  Come sempre, sottolineo, sono due teorie differenti che invito a leggere e digerire per cultura personale … poi ognuno faccia le proprie scelte.

L’originale dell’articolo, pubblicato su SPUMS Journal Vol 27 No.2 June 1997, può essere letto seguendo questo link.

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deco stop


The importance of deep safety stops: rethinking ascent patterns from decompression dives
di Richard Pyle (libera traduzione semplificata per la traduzione in molte lingue)

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Richard L. Pyle in barca nelle Philippines con un rebreather Poseidon SE7EN

Prima di cominciare desidero chiarire un punto: io sono solo un dilettante (per la precisione uno studioso di ittiologia). Al fine di una chiara comprensione di questo articolo tenete conto che: ho passato tantissimo tempo della mia vita sott’acqua e, pur essendo un biologo e avendo una discreta preparazione in campo di fisiologia animale, non sono un esperto di fisiologia della decompressione. Molto prima che il concetto di “technical diving” prendesse piede, avevo già fatto molte immersioni alla profondità di 60-70 metri (180-220 feet). Dato il gran numero d’immersioni di questo tipo, cominciai a prendere nota dei profili seguiti. Abbastanza spesso, dopo queste immersioni, avvertivo un certo livello di affaticamento o di malessere. Era chiaro che tali sintomi post-immersione avevano più a che fare con l’assorbimento di gas inerte che non con lo sforzo fisico o con l’esposizione al freddo, dato che i sintomi conseguenti ad un’immersione con durata minore di un’ora a 70 metri erano più consistenti di quelli manifestati dopo la permanenza di 4-6 ore a quote meno profonde. Una cosa che trovai interessante fu che questi sintomi non erano particolarmente consistenti. Talvolta non percepivo assolutamente alcun sintomo. Altre volte dopo l’immersione ero talmente affaticato da non riuscire quasi a guidare tornando a casa. Provai a correlare la gravità dei sintomi con una grande quantità di variabili come la quantità di azoto acccumulato  (“magnitudine” dell’esposizione), la durata della sosta a tre metri (10 feet), la forza della corrente, la limpidezza e la temperatura dell’acqua, quanto avevo dormito la notte precedente, il livello di disidratazione… ma nessuno di questi parametri sembrò avere una relazione con l’insorgenza dei sintomi.

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Richard Pyle fotografato durante la sua attivita’ di biologo marino mentre raccoglie pesci con un … aspiratore subacqueo

Finalmente scoprii di cosa si trattava dai pesci! Esatto, dopo le immersioni in cui raccoglievo pesci per l’acquario difficilmente mi sentivo affaticato. Nelle altre immersioni, invece, i sintomi tendevano ad essere abbastanza importanti. Io fui veramente impressionato dalla forte correlazione tra le due variabili. Apparentemente ciò non aveva alcun senso. Cosa potevano avere a che fare tali sintomi con i pesci? Mi sarei aspettato sintomi più rilevanti dopo le immersioni in cui raccoglievo i pesci dato che il livello di sforzo sul fondo durante tali immersioni era maggiore.

pesceMa c’era un particolare. Come molti di voi sanno, la maggior parte dei pesci è dotata di un organo, chiamato “vescica natatoria”, pieno di gas, che viene da loro impiegato per regolare l’assetto idrostatico. Se un pesce viene portato improvvisamente in superficie dalla profondità di 70 metri, la sua vescica natatoria tenderà ad espandersi fino ad otto volte il suo volume originario danneggiando gli altri organi. Dato che lo scopo delle mie immersioni era la collezione di esemplari vivi, ero costretto a fermarmi durante la risalita ad una certa quota per inserire temporaneamente un ago ipodermico nella vescica dei pesci allo scopo di consentire la fuoriuscita del gas in eccesso. Osservai che la quota a cui normalmente mi fermavo era di gran lunga più profonda della prima tappa richiesta per la decompressione. Ad esempio, mediamente, per immersioni a 70 metri (200 feet) la mia prima sosta di decompressione era richiesta intorno ai 17 metri (50 feet), ma la profondità a cui mi dovevo fermare per i pesci era a circa 40 metri (125 feet).

Perciò, quando andavo a raccogliere pesci, i miei profili di risalita comprendevano di fatto una sosta di decompressione in più (un “extra-stop”) di 2-3 minuti ad una quota molto più profonda della mia prima sosta “richiesta” per la decompressione. Sfortunatamente neanche questo sembrava avere alcun senso. Chi ragiona soltanto in termini di tensione di gas disciolto nel sangue e nei tessuti (come fanno quasi tutti gli algoritmi di decompressione in uso attualmente), si aspetta che tale sosta profonda faccia soltanto aumentare i problemi di decompressione, in ragione del maggior tempo trascorso ad una elevata profondità.

Con lo spirito di uno sperimentatore, credendo più nell’esperienza nel mondo reale che non nel dato calcolato su un modello astratto, decisi di cominciare a includere una sosta profonda in tutte le mie immersioni, anche quando non raccoglievo pesci. Indovinate? I miei sintomi e l’affaticamento praticamente scomparvero del tutto! Fu davvero sorprendente! Riuscivo a fare dei lavori nei pomeriggi e nelle sere anche nei giorni in cui la mattina avevo fatto un’immersione profonda. Cominciai a raccontare la mia incredibile scoperta, ma ebbi soltanto risposte scettiche e i severi commenti di alcuni “esperti” che sottolineavano come la mia intuizione dovesse essere errata. “Naturalmente – mi dicevano – devi abbandonare le quote profonde più rapidamente possibile per ridurre al minimo un ulteriore assorbimento di gas“.

photo credit andrea mucedola

Non essendo una persona che accetta facilmente il confronto, continuai con la mia abitudine di includere nei profili di riemersione queste soste di decompressione profonda. Col passare degli anni mi convinsi della validità di tali soste per ridurre la probabilità di malattia da decompressione (DCS – decompression sickness). In tutti i casi in cui ebbi qualche tipo di sintomo post-immersione, dalla fatica all’apatia fino ad un caso di tetraplegia, essi avvennero quando a seguito di immersioni in cui avevo omesso la sosta di decompressione profonda. Da scienziato professionista sentii il bisogno di comprendere i meccanismi che causavano il fenomeno osservato e fui sempre disorientato dall’apparente paradosso dei miei profili d’immersione fino a quando non ebbi l’occasione di assistere a una relazione del Dr. David Yount durante il meeting del 1989 dell’American Academy of Underwater Sciences (AAUS).

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Per chi non lo conoscesse, il Dr. Yount è un professore di fisica all’Università delle Hawaii, ed è uno dei creatori del modello di calcolo per la decompressione chiamato “VPM” (Varying-Permeability Model). Questo modello considera la presenza di microbolle gassose nel sangue e nei tessuti e studia i fattori che fanno espandere o comprimere queste bolle durante la decompressione. Su tali basi il VPM fissa le prime soste di decompressione (le più profonde) a quote ben più profonde di quanto richiedono i modelli di calcolo di tipo “neo-Haldaniano” (per intenderci quelli basati su “compartimenti”). Finalmente tutto cominciò ad avere un senso. [Per sapere qualcosa sul VPM, leggi il capitolo 6 del Best Publishing’s Hyperbaric Medicine and Physiology di Yount, 1988.

differenza vpl rgpm

Anche se, come ho già detto, non sono un esperto di fisiologia iperbarica, permettetemi di spiegare il fenomeno in termini che un buon subacqueo dovrebbe capire. Per prima cosa, la maggior parte dei lettori dovrebbe già sapere che una certa quantità di bolle nel sangue è rilevabile dopo la maggior parte delle immersioni, comprese quelle “in curva”, cioè quelle che non richiedono soste di decompressione. Si tratta di bolle cosiddette “silenti” dato che sono presenti senza causare sintomi di alcun genere e possono essere rilevate soltanto attraverso esami medici (eco-doppler). Ora, la maggior parte delle immersioni profonde con decompressione effettuate da “technical divers” sono immersioni molto sotto-saturate. In altre parole, hanno dei tempi di fondo relativamente brevi (in questo contesto considero “breve” un tempo di fondo di 2 ore a 100 metri (300 feet).

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esempio di Dive profile con soste proposte da Pyle

In funzione della profondità e della durata dell’immersione e della miscela usata, c’è solitamente una differenza relativamente grande tra il fondo e la prima sosta di decompressione calcolata da un modello “a compartimenti”. Più è breve il tempo di fondo e più questa distanza aumenta. E’ opinione diffusa che bisogna passare meno tempo possibile alle quote profonde per minimizzare l’assorbimento supplementare di gas. Molta gente crede inoltre che si debba usare una maggiore velocità di risalita nella porzione più profonda della risalita stessa. sub deco comicsIl punto è che i subacquei spesso effettuano risalite con sbalzi di pressione ambientale relativamente drastici in tempi molto brevi. Credo che il problema stia proprio qui. Forse dipende dal tempo impiegato dal sangue a percorrere l’intero sistema circolatorio di un subacqueo medio. Forse dipende dalle piccolissime bolle che si formano al passare del sangue attraverso le valvole del cuore, crescendo di misura per via della diffusione del gas nel sangue circostante.


Qualunque sia la ragione fisiologica, io credo che le bolle si formino e/o siano indotte a crescere di misura durante la prima risalita dalla profondità.
Ho imparato molto sulla fisica delle bolle nell’ultimo anno, più di quanto voglio esporre qui. Lascio l’argomento a chi è davvero esperto in materia. Per ora basta dire che il fatto che una bolla si espanda o si contragga dipende da un complesso sistema di fattori, compresa la dimensione stessa della bolla in ogni momento. Le bolle più piccole hanno maggiore attitudine a essere smaltite durante la decompressione, mentre quelle più grandi tendono a crescere e possibilmente a evolvere in “malessere da decompressione” (DCS – Decompression Sickness). Per questo, per ridurre al massimo le probabilità di DCS, è molto importante contenere la misura delle bolle.

photo credit andrea mucedola

Una risalita rapida dalla quota profonda alla prima tappa richiesta per la decompressione non è il modo migliore per mantenere piccola la misura delle bolle! Al contrario, rallentare tale risalita (magari includendo una o più soste di decompressione “profonde”) può servire a mantenere le bolle abbastanza piccole da consentire il loro smaltimento durante le successive soste di decompressione.

photo credit andrea mucedola

Se c’è del vero in tutto ciò, penso che la grande variabilità nell’incidenza di DCS sia molto più legata al profilo di risalita dal fondo alla prima tappa di decompressione, di quanto lo sia al resto del profilo di decompressione. Il malessere da decompressione è un fenomeno straordinariamente complesso, più di quanto i migliori studiosi di fisiologia iperbarica siano stati capaci di spiegare. E sarebbe un’illusione pensare di poterlo comprendere del tutto, anche per via dell’estrema complessità del nostro organismo; complessità che rende impossibile elaborare dei calcoli esatti in grado di evitare certamente il malessere da decompressione. Ma penso che noi (mi riferisco ai subacquei che fanno decompressioni per immersioni sotto-saturate) possiamo ridurre sensibilmente le probabilità di incidente se cambiamo il modo di effettuare la nostra risalita iniziale dal fondo.

Alcuni di voi staranno pensando “Ma se ha detto di non essere un esperto in medicina iperbarica, perchè dovrei credergli?” Ed è proprio quello che voglio che pensiate, dato che non dovreste credermi per fede, non me soltanto, almeno. Perchè non cercate allora sul numero di settembre ’95 di DeepTech (Numero 3) l’articolo di Bruce Weinke? So che tratta argomenti molto specialistici, ma dovreste leggerlo e rileggerlo fino a comprenderlo del tutto. Perchè non chiamate aquaCorps ed ordinate il nastro numero 9 (“Bubble Decompression Strategies“) dalla conferenza tek.95 ed ascoltate Eric Maiken spiegare un po’ di cose sulla fisica dei gas che probabilmente non sapevate. Già che ci siete, perchè non ordinate il nastro della sessione “Understanding Trimix Tables” alla recente conferenza tek.96?

Potrete ascoltare Andre Galerne (arguably il “padre del trimix”) raccontare come l’incidenza di casi di DCS si sia drasticamente ridotta quando hanno aggiunto una sosta “extra” di decompressione profonda oltre a quelle che sarebbero state richieste dalle tabelle. Sullo stesso nastro potete ascoltare Jean-Pierre Imbert della COMEX (la società commerciale francese che ha realizzato alcune delle operazioni subacquee più profonde del mondo) parlare su nuovi profili di decompressione che includono soste iniziali molto più profonde di quelle prescritte dalla maggior parte delle tabelle. Perché non chiedete a George Irvine cosa voleva dire quando suggeriva di aggiungere nel piano di risalita “tre o quattro brevi soste profonde prima della prima sosta prescritta dall’algoritmo di decompressione” nel numero di Gennaio ’96 di DeepTech (Numero 4)? Se non basta, leggete l’editoriale del Dr. Peter Bennett nel numero di Gennaio/Febbraio 1996 dell’Alert Diver magazine; viene trattato sostanzialmente questo stesso argomento nel contesto delle immersioni ricreative. Se volete infine leggere un argomento veramente chiarificatore, vedete se potete reperire il rapporto sulle abitudini dei pescatori subacquei nello Stretto di Torres scritto da Le Messurier and Hills (riportato nella bibliografia di questo articolo). La lista potrebbe continuare ancora. Il fatto è che non mi sembra di essere il solo a richiamare l’utilità delle soste di decompressione profonde.

fine I parte

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2 commenti

  1. Fabio Passera Fabio Passera
    10/05/2017    

    articolo molto interessante, condivido il pensiero su tappe profonde, appreso in corso trimix.
    complimenti per articolo

    • 10/05/2017    

      grazie … nella seconda parte, che uscira’ fra due giorni, trovera’ altri dettagli.

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