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Il mistero di Yonaguni: resti di una antica piramide nel mezzo del Pacifico o una bizzarria geologica?

 

livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA DELLE ACQUE 
PERIODO: NA
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Yonaguni

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andes6-yonaguni

La città perduta di Atlantide è uno degli argomenti preferiti tra gli appassionati di misteri e di archeologia. Se sia veramente esistita o se si tratti solo di una fantasia mitologica è ancora un mistero. Di tanto in tanto si ipotizza una sua localizzazione negli abissi del Mediterraneo o in altre parti del globo, dove bizzarre strutture geologiche sottomarine sembrano richiamare resti di antiche civiltà.

Yonaguni
Oggi parliamo della scoperta di una strana struttura nei mari del Giappone che ha suscitato molto interesse e non solo tra gli archeologi. Ma incominciamo dall’inizio; nel 1987, un subacqueo giapponese, Kihachiro Aratake, si immerse nelle acque a sud di Yonaguni Jima, l’isola più occidentale a sud del Giappone, per studiare la popolazione di squali martello che si radunano spesso in quella zona. Durante l’immersione  scoprì  una insieme di strane  formazioni sottomarine che gli sembrò una struttura architettonica, una parte della quale è stretta tra due pilastri che si innalzano a otto metri dalla superficie.

Queste strutture, secondo Masaaki Kimura, geologo marino dell’Università di Ryukyu, rassomigliano a delle rovine di un antico castello, circondato  da cinque templi, uno stadio ed un arco trionfale e sembrano essere le rovine di una antichissima civiltà. Tenendo conto dell’innalzamento locale dei mari dopo l’ultima glaciazione, se fosse veramente una città sommersa potrebbe collocarsi temporalmente nel periodo del mitico continente di Atlantide. Un particolare interessante fu che durante le prime ricerche furono rinvenute tracce di flora, fauna ed anche stalattiti che fecero presupporre che il sito fosse stato in passato realmente sulla terra ferma.

yonaguni-3

lungo i gradoni

Dopo molti studi, le ipotesi sull’origine della struttura di Yonagumi sono due: che siano resti di un’antica civiltà risalente all’ottavo millennio a. C. o ci troviamo di fronte ad una bizzarra struttura geologica formatasi dall’erosione di grandi blocchi sedimentari. Un team di scienziati giapponesi, diretti dal professor Masaaki Kimura dell’Università delle Ryūkyū, ha ipotizzando si tratti di antiche piramidi costruite dall’uomo. In caso di conferma di questa teoria, il fatto più eclatante sarebbe che ci troveremmo davanti ad una civiltà esistente oltre 5 mila anni prima di quelle ad oggi conosciute. Parliamo quindi di circa 10000 anni fa, al termine dell’ultima glaciazione. Geologicamente parlando Yonaguni all’epoca faceva parte di un ponte continentale che includeva le isole di Taiwan e le Ryūkyū, tra il Giappone e l’Asia. Il livello dei mari era più basso di quello attuale e Kimura sostiene che le piramidi sommerse di Yonaguni facciano parte di una antica città di una civiltà scomparsa.

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Ma non tutti la pensano così. Il geologo Teruaki Oshii ritiene che esse siano state costruite ancora prima della fine dell’era glaciale. Il professor Kimura ha calcolato l’età di alcune stalattiti ritrovate all’interno di grotte sottomarine della zona delle acque ed ha stimato la loro datazione in oltre cinquemila anni fa. Esse conservano sulle pareti dei petroglifi rappresentanti animali e persone.

… e se fossero le testimonianze delle rovine del continente scomparso Mu?
Nel XIX secolo un abate di nome Charles-Etienne Brasseur rinvenne nella biblioteca dell’Accademia Storica di Madrid una copia ridotta del monumentale trattato scritto da Landa, un monaco spagnolo del XVI secolo che asseriva di essere in grado di tradurre la lingua Maia. Brasseur, applicando il metodo del monaco, credette di aver tradotto uno dei pochissimi codici maya superstiti, il Codice Troano, utilizzando l'”alfabeto maya” inventato dal Landa, ed ottenne un testo ambiguo e poco chiaro che sembrava parlare di una terra sprofondata negli abissi in seguito ad un cataclisma.

 

Il Codice di Madrid (conosciuto anche come Codice Tro-Cortesianus) è un manoscritto in lingua maya, risalente al periodo preispanico. Attualmente è conservato presso il Museo de América a Madrid. È formato da 112 pagine, suddivise in due differenti parti: il Codice Troano ed il Codice Cortesianus, riuniti nel 1888. Si ritiene che il codice provenga da Tayasal, l’odierna Flores, l’ultima città maya conquistata nel 1697; si pensa che fu Hernán Cortés a portarlo in Europa e a donarlo alla corte spagnola. da wikipedia

Trovando nel testo alcuni simboli sconosciuti, Brasseur li tradusse con quelli suggeriti da Landa, ottenendo la parola “MU“, che egli ritenne fosse il nome della misteriosa terra. Così nacque la leggenda di questo continente perduto del Pacifico. La “scoperta” attirò molti curiosi tra cui un colonnello dell’esercito britannico in pensione, James Churchward,  che riteneva che il continente Mu, situato nell’oceano Pacifico, fosse un vasto territorio che aveva come confine settentrionale le isole Hawaii e come confine meridionale una linea immaginaria tracciata tra l’isola di Pasqua e le Figi. Al momento della sua scomparsa, circa 12.000 anni fa, secondo Churchward sarebbe stato abitato da 64 milioni di persone di varie razze, sulle quali predominava quella bianca, con molte grandi città e colonie negli altri continenti. Una bella storia che però non trova nessuna validazione geologica e archeologica, almeno con le conoscenze attuali. Questo non vuol dire che nel Pacifico non fiorirono però delle civiltà misteriose.
 
Sicuramente lo stile di alcuni reperti archeologici ritrovati nella spiaggia di Tuguru a Yonaguni, fanno supporre che gli antichi abitanti avessero contatti con le civiltà del sudest asiatico, e che l’isola fosse un punto di passaggio commerciale  tra il Giappone e Taiwan. A queste ipotesi più o meno fantasiose, ne esiste un’altra che ritiene che siamo di fronte ad un bizzarro gioco della natura ed i grandi blocchi monolitici siano in realtà il risultato di fenomeni naturali.

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strutture basaltiche in Irlanda del Nord

Il geologo Robert Schoch della Boston University ritiene che le strutture siano… tutte naturali e siano il risultato di una geologia di base e di una classica stratigrafia di rocce arenarie che tendono a staccare tra loro diverse placche di fondali marini creando l’effetto particolare dei bordi, specialmente in un’area con una forte attività sismica …”. Altri geologi sostengono che le strutture abbiano caratteristiche simili ad altre formazioni geologiche esistenti in altre parti del mondo come i basalti dell’Irlanda del Nord che formano grandi assembramenti di monoliti lungo la costa. In quel caso si tratta di  distese importanti, con una superficie di circa quarantamila colonne di basalto ad incastro, frutto di una antica eruzione vulcanica. Moltissime pietre sono colonne esagonali, anche se ci sono in realtà pietre con quattro, cinque, sette o otto lati. Sinceramente, come potete vedere, la verosimiglianza con Yonagumi appare dubbia.

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La ricerca
Quando ne fu divulgata la scoperta, il sito attirò immediatamente le televisioni di tutto il mondo; verso la fine del 1997 fu sviluppata la prima mappa della struttura che rivelò l’esistenza di un arco di roccia massiccio e diversi passaggi fra i blocchi che sembravano combaciare perfettamente tra loro. Inoltre, vennero ritrovate strutture simili a rampe di scale, strade lastricate ed incroci che conducevano a piazze circondate da piloni in pietra. Tutto ad una profondità compresa tra i 20 metri e 100 metri.  La struttura sembra molto regolare e misura 120 metri in lunghezza, 40 metri in ampiezza e circa 25 metri in altezza.

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Cosa sono, dunque, questi enigmatici monoliti poggiati sul fondo del Pacifico? Formazioni naturali scolpite dall’incessante erosione dell’oceano, oppure rovine di una civiltà vissuta alla fine dell’era glaciale e scomparsa a seguito di cataclismi. Uno dei sostenitori di questa ipotesi è il ricercatore e scrittore Graham Hancock che ipotizzò un collegamento tra Yonaguni ed i resti di alcune strutture simili ritrovate nelle acque del lago Titicaca.

Ma quale civiltà avrebbe potuto vivere e svilupparsi in quell’area geografica?
Gli archeologi ritengono che quell’area fu interessata da intensi contatti commerciali sin dall’antichità legati a molte culture dell’indo-pacifico. Una tra le civiltà forse più interessanti e misteriose è la cultura Jomon.

La cultura Jomon
Una delle ipotesi, avvalorata da alcune scoperte archeologiche locali, è che Yonaguni potrebbe ospitare i resti di una città antica abitata dalla cultura Jomon, esistita tra i dodicimila e i duemila anni fa nelle isole giapponesi, spesso assimilata alle antiche culture precolombiane del Nord America.

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un dogū del periodo Jomon

Una delle cosa più interessanti e intriganti è che la lingua Maia e la lingua giapponese hanno caratteristiche fonetiche molto simili, facendo presumere che possano aver avuto un antenato comune. Alcuni pensano che ci furono contatti fra alcuni popoli dell’estremo oriente e le civiltà del centro america o addirittura siano avvenute delle migrazioni oceaniche nel Pacifico verso oriente.

Il termine «Jōmon» non deriva da un nome locale ma è la traduzione in giapponese del termine inglese cord-marked («segnato dalle corde») che si riferisce ai motivi con cui questa civiltà decorava il vasellame di argilla ovvero  utilizzando delle corde avvolte intorno a dei bastoni.

Il termine fu introdotto nel 1879 da Edward Sylvester Morse, studioso statunitense e professore di zoologia presso l’Università di Tokyo, che nel libro Shell Mounds of Omori descrisse i ritrovamenti del kaizuka («cumuli di conchiglie») di Omori. La cultura Jomon forgiò in seguito ceramiche complesse e strane figurine umanoidi, molto particolari. A partire dalla fine del Jōmon iniziale (circa 5000 a.C.) furono prodotte delle “statuette” in argilla dette dogū, bambola di terra, che rappresentavano animali o figure antropomorfe, generalmente femminili dai fianchi e seni esagerati, con occhi rotondi e cerchiati. Le prime dogū erano tozze ma nel Jōmon medio comparve la caratteristica testa a forma di cuore, con un corpo cruciforme con decorazioni generalmente semplici evidenzianti la zona del ventre.

Reliquie di un passato lontano pre-diluviano?
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, undicimila anni fa, al termine delle glaciazioni, quando ancora i mari erano più bassi, abbiano attraversato il Pacifico e  fondato delle città costiere lungi il percorso?  Forse in seguito furono spazzate via da spaventose inondazioni (a causa dei diluvi seguenti l’aumento delle temperature e lo scioglimento dei ghiacci) ed i loro resti giacciano in fondo al mare?  L’ipotesi non è cosi strampalata. In molti libri antichi si fa cenno ad un diluvio universale che distrusse le civiltà sulla Terra. Stranamente il mito del diluvio si ritrova nei testi sacri ed antichi di tutto il mondo: l‘Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (la Storia degli Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani),il Timeo e Crizia di Platone (Grecia), il Popul Vuh della civiltà Maya.

Un fatto curioso è che in molte culture l’Uomo che sopravvisse al diluvio alla fine dell’era glaciale, ovvero 11,5 millenni or sono, aveva un nome simile: Noè in lingua ebraica, Noach in quella araba. Nelle mitologie mesopotamiche ritroviamo la stessa leggenda riguardante un mitico sopravvissuto al Diluvio Universale chiamato in sumerico Ziusudra (“Vita dai giorni eterni”), in accadico Atraḫasis (“Grande Saggio”) o anche Utanapištim (“Giorni della vita”). Curiosamente nelle Hawaii, viene chiamato Nu’u, l’Uomo che si salvò costruendo una grande nave dove erano stati ospitati tutti gli animali. Forse anche la civiltà di Yonaguni scomparve durante il grande diluvio derivante dalla fine della glaciazione e dall’innalzamento dei mari? 

La ricerca continua.

 

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