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SEALAB, trionfo e tragedia nella sfida per colonizzare gli abissi di Giorgio Caramanna

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO 
parole chiave: SEALAB

diver-sealab-i

un diver americano lascia il Sealab I … un passo verso la conquista degli abissi

Tra la fine degli anni 1950 e durante gli anni 1960 mentre la NASA cercava di mandare un uomo sulla Luna un gruppo di talentuosi visionari cercava di colonizzare il fondo del mare. Il “deus ex machina” di questo straordinario progetto fu il Comandante George Bond, ufficiale medico della Marina Militare degli Stati Uniti; passato dalla sua attività di medico generico per le comunità montane degli Appalachi a quella di pioniere della medicina iperbarica. Abituato ad un approccio molto diretto ai problemi medici legati all’immersione profonda, Bond testerà le sue teorie su se stesso quando il primo ottobre 1959, insieme a Cyril Tuckfield, preformerà una risalita di emergenza in apnea dalla profondità di oltre 90 metri uscendo dal sommergibile Archerfish poggiato sul fondale del Golfo del Messico. Il sogno di Bond è di creare delle basi sottomarine sui fondali della piattaforma oceanica, a profondità dell’ordine di 200-300 metri, dove gli uomini possano vivere e lavorare per settimane o mesi.

La sua idea viene inizialmente rifiutata dai canali ufficiali della Marina Militare Statunitense ma Bond non si arrende e insieme ad un altro “sognatore”, Walt Mazzone, inizia il progetto “Genesis” dove una serie di immersioni ad alta profondità e respirando miscele di ossigeno ed elio vengono simulate in camera iperbarica. Lo scopo è di dimostrare che dopo un certo periodo di permanenza ad una data profondità l’organismo umano è totalmente saturato in termini di gas inerte e che la lunghezza della decompressione finale non è più dipendente dal tempo passato in immersione. In pratica si potrebbe rimanere per giorni, settimane o anche mesi in profondità e poi risalire facendo un’unica decompressione con enormi vantaggi operativi ed economici.

sealabi-crew

Gli acquanauti del Sealab I posano con George Bond, 1964. Da destra a sinistra: Bob Barth, George Bond, Lester Anderson, Dr. Robert Thompson, and Sanders “Tiger” Manning.

Il successo dei test e la concomitante perdita in mare del sommergibile nucleare Thresher convincono la Marina Militare Americana della necessità di essere in grado di operare con subacquei ad alta profondità per operazioni di soccorso e recupero per periodi di tempo molto estesi. Nasce il programma “Man-in-the-sea” e con esso si concretizza il sogno di Bond di colonizzare gli abissi attraverso la realizzazione di habitat sommersi chiamati Sealab.

sealab-iSealab I viene realizzato “riciclando” vari materiali e con un budget molto ridotto, circa duecentomila dollari. L’habitat è costituito da un cilindro orizzontale lungo 12 metri e con un diametro di 2,7 metri. Una sezione ospita quattro “acquanauti” ed è pressurizzata con una miscela di elio ed ossigeno, una sezione tecnica più piccola contiene la componente elettronica ed è pressurizzata con normale aria viste le incognite di far funzionare apparecchi elettrici esposti alla ancora poco nota miscela Heliox. Poiché nella sezione abitativa non c’è abbastanza ossigeno per consentire la combustione, gli acquanauti si spostano nella sezione tecnica quando vogliono accendersi una sigaretta! Una botola sul fondo consente ai subacquei di entrare ed uscire dall’habitat.

Sealab I, nonostante una serie di inevitabili problemi dovuti all’assoluta novità del progetto, è un successo consentendo ai quattro subacquei di vivere a circa 60 metri di profondità dal 20 luglio al primo agosto 1964 sui fondali delle isole Bermuda.

sealab-iiSealab II è un deciso passo in avanti in termini di budget con due milioni di dollari a disposizione; simile nella struttura del suo predecessore questo nuovo habitat è lungo 15 metri con un diametro di 3,6 metri. Al suo interno gli acquanauti hanno a disposizione cuccette, un bagno con doccia ed una cambusa. L’habitat viene posizionato al largo delle coste della California alla profondità di 62 metri sul margine del canyon subacqueo de La Jolla.

Ventotto subacquei divisi in tre gruppi vivranno sul fondo per 15 giorni ognuno per un totale di 45 giorni dal 28 agosto al 12 ottobre 1965. Uno degli acquanauti, l’astronauta John Carpenter, rimarrà sul fondo per 30 giorni consecutivamente.  L’ambiente è molto più impegnativo di quello delle Bermuda: fondale fangoso, ridotta visibilità, acqua attorno ai 10 oC e presenza di velenosi pesci scorpione che infestano la zona. I subacquei effettueranno una serie di test sia fisici che psicologici per verificare l’impatto di vivere sul fondo sulle performance umane. Come in Sealab I l’atmosfera interna è composta da elio ed ossigeno; l’alta percentuale di elio causa una forte distorsione nella trasmissione del suono rendendo difficile capirsi quando si parla ed aumenta la sensazione di freddo.

Arriviamo al Sealab III, programmato per gli inizi del 1969. Il progetto è ancora più ambizioso e può godere di un budget di 10 milioni di dollari e sessanta tra acquanauti e subacquei di supporto con l’obiettivo di rimanere sul fondo per due mesi alla profondità di 186 metri vicino le coste dell’isola di San Clemente in California.

sealab-iii

I subacquei useranno il Mark IX un’evoluzione del Mark VI usato nelle precedenti operazioni; si tratta di rebreather semi-chiuso ad Heliox. Entrambi i modelli sono complessi da gestire e richiedono estrema sensibilità da parte dei subacquei per identificare in tempo utile ogni anomalia.  La sera del 15 febbraio 1969 l’habitat è calato sul fondo; cinque acquanauti si immergeranno usando una campana iperbarica e da li nuoteranno verso il portello d’ingresso della struttura.  Una serie di problemi ritardano le operazioni e quando finalmente i subacquei raggiungono l’habitat sono stanchi e infreddoliti; nonostante strenui tentativi il portello non si apre e la missione viene cancellata. Dopo lunghe discussioni si decide di rimandare i subacquei sul fondo per un altro tentativo; sono le cinque di mattina di lunedì 17 febbraio. Due acquanauti, Bob Barth e Berry Cannon, lasciano la campana per raggiungere l’habitat. Per resistere meglio al freddo i due indossano una muta sperimentale a circolazione d’acqua calda collegata alla campana con un ombelicale; la muta purtroppo non funziona correttamente ed e’ più un ingombro che un aiuto. Mentre Barth cerca di aprire il portello perde il contatto con Cannon, poi sente un strano suono, si gira per cercare il suo compagno e lo vede in lontananza in preda a convulsioni. Nonostante Cannon venga recuperato ormai è troppo tardi; non rimane che il mesto ritorno in superficie dei superstiti e del corpo di Cannon. Un’inchiesta identificherà la causa del decesso come intossicazione da CO2 dovuta all’assenza in uno dei rebreather dell’assorbente. Dubbi rimangono ancora oggi sull’esatta causa e dinamica dell’incidente.

Il progetto SEALAB terminò su questa triste nota ma la sua eredità scientifica è enorme avendo, di fatto, aperto la strada a quelle che oggi definiamo immersioni in saturazione e che sono largamente usate dall’industria petrolifera offshore.

caramanna-giorgioil dr. Giorgio Caramanna. Caramanna ha un dottorato in scienze geologiche e da sempre ha unito la passione per la subacquea con quella per la scienza. Trasferitosi negli Stati Uniti ha iniziato una carriera come consulente nell’ambito della geologia, educazione ambientale e tecniche di immersione scientifica con la sua società GeoAqua Consulting.  Tra i suoi clienti si annovera il Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI). Ha ricevuto il Tridente d’oro dell’Accademia Internazionale delle Scienze e Tecniche subacquee nel 2018. E’ collaboratore di OCEAN4FUTURE dal 2015.

 

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